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Reportage
Ferrovie a Chernobyl con il quinto reattore in costruzione sullo sfondo. (foto: Riccardo Venturi/UNEP)
Ferrovie a Chernobyl con il quinto reattore in costruzione sullo sfondo. (foto: Riccardo Venturi/UNEP) 

Chernobyl e la guerra, le radiazioni fanno ancora paura: l’impatto sull’ambiente

Quarant’anni dopo il più grande disastro ambientale della storia, con l’invasione russa del 2022 l’area è diventata ancora più spettrale. Danneggiato il sarcofago di contenimento, che custodisce il reattore numero 4. E il ritorno alla natura vive una nuova minaccia

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Giugno 2025. Aspetto che qualcuno arrivi e ci accompagni oltre il cancello che delimita l’inizio della Zona di Esclusione, quei trenta chilometri quadrati che definiscono una delle aree più contaminate del Pianeta. Il piazzale davanti alla gigantesca barriera l’avevo già visto in una foto tanti anni fa; ricordo che c’era perfino un baracchino di souvenir per chi veniva cercando di visitare il luogo del peggiore disastro nucleare di sempre. Adesso non c’è più niente, e nessuno. Quando infine viene il rappresentante del governo ucraino e oltrepassiamo la barriera, il silenzio è tombale, il cielo è pesante e grigio. Se possibile, dall’invasione russa del 2022 Chernobyl è diventata un luogo ancora più spettrale.

La ruota panoramica del parco divertimenti di Pripyat. (foto: Riccardo Venturi/UNEP)
La ruota panoramica del parco divertimenti di Pripyat. (foto: Riccardo Venturi/UNEP) 

Arrivo qui come parte di una missione per determinare l’impatto ambientale della guerra in Ucraina. Ho viaggiato dalla devastazione del Donbass alle foreste rase al suolo dai bombardamenti di Sumy e Kharkiv, ma anche Chernobyl è una delle vittime di questa guerra: non solo è stata occupata durante l’invasione del 2022, ma anche ripetutamente attaccata, con danni importanti anche al sarcofago di contenimento, che custodisce il reattore numero 4, quello causa dell’incidente. Così, dopo settimane di richieste, siamo riusciti infine a essere tra i pochi a cui è concesso di arrivare fino alla parte più profonda della Zona di Esclusione, in un momento in cui la tensione è altissima e Kiev è devastata dai bombardamenti.

La prima parte è quella però dove il caos che ci circonda per qualche momento sparisce. Una lunga strada dritta passa attraverso una fitta foresta piantata dall’uomo, di una simmetria monotona interrotta sporadicamente da figure umane solitarie. Sono alcuni tra i samosely rimasti, gli ucraini che ancora vivono nella Zona di Esclusione – in buona parte anziani che hanno deciso di rimanere al tempo dell’incidente. Non sono le uniche persone che incontro: superata la seconda barriera, arriviamo dopo poco agli edifici intorno al sarcofago, dove veniva gestita la centrale. E dove viene gestita tuttora: una decina di persone in camice bianco passa in quel momento davanti alla statua di Prometeo che si staglia davanti alla centrale.

L’interno di uno degli uffici di Pripyat. (foto: Riccardo Venturi/UNEP)
L’interno di uno degli uffici di Pripyat. (foto: Riccardo Venturi/UNEP) 

“Qui ancora lavorano ancora molte persone, con turni di due settimane” fa Serhiy Bokov, ingegnere a lavoro a Chernobyl, che ci dirige verso il punto più vicino al sarcofago a cui possiamo accedere – avevo chiesto perfino di entrarci, ma la situazione al momento è troppo tesa. Lo si vede guardandosi intorno: poco più in là scorgo le sagome spettrali dei reattori 5 e 6, in costruzione al tempo dell’incidente, con le gru ancora in piedi ma coperte di ruggine rosso sangue. Tutto intorno ci sono bunker, trincee, tutto costruito con sabbia importata dall’esterno perché il terreno qui è l’elemento più contaminato. Torno dal Donbass e da pochi chilometri dal fronte, ma la sensazione di tensione e pericolo che ho qui è la stessa.

Capisco il motivo quando arrivo davanti al sarcofago, quello finito di costruire nel 2017 sopra all’originale (il cosiddetto “nuovo sarcofago” o “NSC”, New Safe Containment): c’è un buco gigantesco, grande quindici metri quadrati, impossibile da non notare anche se la struttura è colossale – potrebbe contenere in altezza la Statua della Libertà e in larghezza il Colosseo, e avere ancora molto spazio a disposizione. È stato colpito da un drone russo pochi mesi prima, a febbraio 2025;“abbiamo sentito come un terremoto” dice Bokov, mentre racconta dei danni subiti dal sarcofago. L’attacco ha causato un incendio, e per estinguerlo sono servite quasi tre settimane, danneggiando radicalmente la capacità protettiva del nuovo sarcofago.

Manifesti pubblicitari con Lenin nella vegetazione intorno a Pripyat. (foto: Riccardo Venturi/UNEP)
Manifesti pubblicitari con Lenin nella vegetazione intorno a Pripyat. (foto: Riccardo Venturi/UNEP) 

Secondo un recente report di Greenpeace Ukraine, serviranno mezzo miliardo di euro e quattro anni per ripararlo completamente. Se da un lato ancora non c’è stata dispersione di materiale radioattivo, il buco non permette più di controllare umidità e temperatura, aumenta la corrosione e il rischio di contaminazione in futuro. Lì sotto ci sono fino a 180 tonnellate di combustibile nucleare, e fino a cinque di polvere altamente radioattiva la cui dispersione avrebbe effetti devastanti per aree potenzialmente vaste. Ripararlo è una priorità, ma Chernobyl è ancora costantemente sotto la minaccia russa, tanto dei bombardamenti che del taglio dell’elettricità che ancora è fondamentale per contenere le radiazioni – l’ultima interruzione è stata nell’ottobre 2025.

(infografica: Greenpeace Ukraine)
(infografica: Greenpeace Ukraine) 

Il sarcofago non è in effetti l’unica parte colpita dalla guerra. Chernobyl è a meno di dieci chilometri dalla Bielorussia, a cui al tempo dell’Unione Sovietica era collegata da strade e ferrovie; al momento dell’invasione del 2022 è diventata così uno dei primi obiettivi a essere occupati dai russi (il 24 febbraio stesso, il giorno d’inizio dell’attacco), per riuscire ad arrivare a Kiev. Pur liberata il 31 marzo 2022, i segni rimangono ben visibili: ci spostiamo dal sarcofago verso la Foresta rossa, una delle aree più contaminate e che più ha sofferto dell’invasione. Vicino ai cartelli gialli con il simbolo della radioattività, lasciati qui e lì tra i vecchi alberi morti e quelli ricresciuti negli anni successivi, si vedono ancora i segni lasciati dalle trincee e dai bunker scavati dai soldati russi senza consapevolezza dell’estrema pericolosità di quello che stavano facendo.

Cortile interno di un edificio di Pripyat. (foto: Riccardo Venturi/UNEP)
Cortile interno di un edificio di Pripyat. (foto: Riccardo Venturi/UNEP) 

Nonostante però i segni delle trincee, questa parte di Chernobyl non lascia lo stesso senso di pesante inquietudine dell’area intorno al sarcofago. La Foresta rossa ormai è diventata verde, grazie alla ricrescita inarrestabile degli alberi. E così è anche Pripyat, la città industriale abbandonata che era parte del comprensorio. È un luogo assurdo, incomprensibile: un po’ lo è per i manifesti fermi al 1985, l’insegna immensa del bell’hotel di lusso tutta arrugginita, i suoi interni di legno un po’ crollati un po’ ancora in piedi, il parco giochi con l’iconica ruota panoramica, che ora espone una bandiera ucraina con i nomi dei soldati che hanno riconquistato Chernobyl. Lo è anche però per la forza con cui la natura si è ripresa i suoi spazi: i condomini alti sono quasi interamente nascosti dagli alberi che sono cresciuti a pochi centimetri dalle finestre, i manifesti con Lenin sono assorbiti da una vegetazione che sembra non badare né al disastro, né alla guerra.

Il parco giochi di Pripyat. (foto: Riccardo Venturi/UNEP)
Il parco giochi di Pripyat. (foto: Riccardo Venturi/UNEP) 

È questo il miracolo di Chernobyl: il ritorno della natura. Nel 2014, una fototrappola mostrava il primo orso ritornato nell’area da un secolo. I numeri di lupi sono sette volte superiori a quelli precedenti nell’incidente, e qui ora vivono di nuovo alci, linci, e una rarissima popolazione di cavalli di Przewalski, una specie quasi estinta nel resto del mondo. L’assenza dell’interferenza umana negli ultimi quarant’anni ha creato un’oasi per specie sempre più sotto pressione in altri luoghi d’Europa, fornendogli un riparo che supera nettamente gli effetti negativi delle radiazioni.

“Prima della guerra avevamo bisonti europei che si spostavano liberamente tra qui e la Bielorussia” mi dice uno dei responsabili della riserva di biosfera che l’Ucraina istituì nel 2016 proprio per proteggere questo grande ritorno della biodiversità. "Ora, con tutte le mine che sono state posate, le migliaia di ettari di foresta bruciati, le barriere che sono state costruite, non è facile capire quale sarà il futuro di Chernobyl” conclude.

La piazza principale di Pripyat. (foto: Riccardo Venturi/UNEP)
La piazza principale di Pripyat. (foto: Riccardo Venturi/UNEP) 

È prioritario proteggere questo straordinario cambiamento dall’impatto di una guerra che in numerose occasioni ha colpito direttamente e volontariamente aree di grande valore naturale – le montagne sacre del parco Sviati Hory, le lagune di Tuzly vicino Odessa, ad esempio. “Proteggere e aiutare la biodiversità nella Zona di Esclusione di Chernobyl era già una nostra priorità prima della guerra.” dice Pier Carlo Sandei, a capo del programma ambiente delle Nazioni Unite, l’UNEP, in Ucraina, che ha supportato la riserva di biosfera sin dalla sua nascita con un progetto dedicato. “È ancora un luogo cruciale per noi, forse ancora di più, e continuiamo ad occuparcene vista l’importanza non solo per l’Ucraina, ma per tutta l’Europa” conclude Sandei.

Supero le due barriere al ritorno e i relativi test sul mio livello di contaminazione con rapidità e un po’ di ansia. Non mi rimane polvere radioattiva di Chernobyl addosso, ma sensazioni strane, contrastanti. L’angoscia di aver attraversato uno dei luoghi più fortificati di questa guerra, abitato da spettri del passato che non se ne sono mai andati. L’ansia di una minaccia nucleare che ancora pende sulle nostre teste, dei droni che sfiorano il sarcofago. Ma anche la consapevolezza che, anche nel sito del più grande disastro ambientale della storia, la natura può ancora guarire.

Starà a noi difendere quest’ultima, inaspettata speranza che ci ha lasciato Chernobyl.

(*L’autore ha scritto “Lungo la corrente. Viaggio nell’Europa che affronta il cambiamento climatico” – Laterza, 2024)