Una parete romana assolata può ospitare specie vegetali xerofile, una tomba sotterranea muschi, insetti e pipistrelli, mentre un muro greco o medievale può offrire riparo per rettili termofili, molluschi, artropodi e a piccoli uccelli nidificanti. I siti archeologici possono funzionare in modo molto significativo come rifugi di biodiversità, soprattutto in paesaggi fortemente trasformati dall’uomo. Veri e propri “santuari”, e non solo dunque luoghi di conservazione delle preziose tracce del passato. E ancora: inaspettate riserve ecologiche per proteggere (anche) specie a rischio. Emerge da una ricerca italiana, pubblicato sulla rivista della British Ecological Society People and Nature, che ha preso in esame oltre 240 studi che documentano la biodiversitàin più di 1400 siti archeologici di tutto il mondo.
Qualche esempio? “I muri possono ospitare piante rupicole, le cavità diventano rifugi per pipistrelli, mentre le zone aperte favoriscono alcune specie di insetti, in primis farfalle, e rettili. – spiega Romano - In sostanza, queste strutture ampliano le nicchie ecologiche disponibili rispetto al paesaggio circostante. Non solo, la densità di piccoli rifugi in un sito archeologico è consistente rispetto al paesaggio naturale circostante”. Emerge, nello studio, anche come molti siti archeologici siano rimasti relativamente invariati per lunghi periodi: una limitata alterazione antropica che sembra aver favorito la presenza di rifugi biologici stabili, capaci di ospitare specie vegetali e animali che in alcuni casi risultano rare o scomparse dal paesaggio circostante.
La rinascita del cincillà di Machu Picchu
Variegato il ventaglio di siti archeologici trattati, che vanno dalla media Età del bronzo fino ad alcune aree del diciannovesimo secolo, con una consistente percentuale di siti sia datata tra il V-IV secolo a.C. al XIV d.C.. I dati documentano la biodiversità in siti archeologici distribuiti su sei continenti, tutti eccetto l’Antartide. L’Europa è il continente più rappresentato, con particolare concentrazione nell’area mediterranea, dove l’Italia risulta il Paese con il maggior numero di studi e siti esaminati: l’86,9% degli studi riguarda esclusivamente la flora, il 13,1% la fauna e solo il 4,1% entrambe. Tra le piante dominano le vascolari, mentre briofite, licheni e alghe risultano minoritari. Tra gli animali i rettili rappresentano il gruppo più studiato, seguiti da pipistrelli, uccelli, artropodi e mammiferi non volatori. Il 32,4% degli articoli riporta informazioni sulla presenza nei siti archeologici anche di specie aliene.
E non sono mancate curiosità. “Uno degli aspetti più sorprendenti – annuisce Romano - è che in alcuni siti archeologici sono state trovate specie molto rare, endemiche o addirittura nuove per la scienza. È il caso della Grecia, dove una piccola chiocciola acquatica è stata scoperta nella fontana Kerna nel sito archeologico di Delfi. Sempre in Grecia, sull’Acropoli, è stata rinvenuta nel 2006 una piccola pianta dal fiore rosa, il cui nome non a caso è Micromeria acropolitana, riscoperta dopo essere stato considerato estinta per la Grecia per quasi un secolo”.
Un’altra storia molto bella è quella del cincillà di Machu Picchu, Cuscomys oblativus, uno dei pochi mammiferi collegati direttamente a rituali Inca, essendone stati trovati i resti nelle tombe. “Si tratta di un raro roditore arboricolo, endemico del santuario storico di Machu Picchu, in Perù, che per molto tempo è stato considerato estinto, caratterizzato da una pelliccia folta e da abitudini prevalentemente notturne. – spiega Romano - La sua presenza è stata confermata nuovamente solo dal 2009. La sua rinascita è paragonabile a una specie fantasma tornata alla luce”. E non mancano storie più vicine a noi: la flora del Colosseo, a Roma, ospita due specie di piante non presenti nel resto dell’intera area romana entro il raccordo anulare. E alcuni siti, come la Villa di Domiziano nel Parco nazionale del Circeo, ospitano popolazioni significative di animali come pipistrelli”.
“Verso nuovi modelli di fruizione integrata dei siti”
Quanto basta, insomma, per “immaginare modelli di gestione che accolgano la biodiversità come un’opportunità di valorizzazione aggiuntiva del patrimonio storico, considerando i siti archeologici come paesaggi bioculturali, ovvero aree dove il passato umano protegge un presente naturale vivo, e spesso unico”, spiega Elisa Storiace. “Sarebbe bello se, nei prossimi anni, ci si ponesse l’obiettivo di offrire ai visitatori del patrimonio culturale delle esperienze di fruizione integrate, raccontando le aree archeologiche anche attraverso la biodiversità che ospitano: penso a pannelli ecologici lungo i percorsi di visita, tracciati botanici e di osservazione faunistica, visite stagionali pensate per ammirare fioriture particolari o transiti di migratori. Il vero scoglio è saper cambiare sguardo. Le strategie potrebbero comprendere una regolazione degli accessi, magari con limiti giornalieri di visitatori nei siti più fragili, ma anche un monitoraggio ecologico costante, per valutare gli effetti del turismo su flora e fauna.
E ancora: il controllo selettivo della vegetazione e delle specie aliene invasive, che rischiano di danneggiare sia le strutture che gli ecosistemi. L’ostacolo principale? La separazione disciplinare. – annota Storace. Archeologi, ecologi, urbanisti e gestori del territorio lavorano in ambiti separati, con linguaggi, metodi e priorità differenti. Questo porta a politiche frammentate: la tutela archeologica si concentra sui monumenti, quella ambientale sugli habitat. Occorrerebbe, invece, creare gruppi di lavoro interdisciplinari permanenti, includendo nella gestione dei siti anche competenze ecologiche. Dalla nostra review emerge chiaramente che la realtà è già ‘integrata’, basterebbe accoglierla".