Giorgio Gaber, nel suo celebre tormentone, l’avrebbe certamente collocata a destra, insieme al bagno in vasca e alla minestrina. Ma i tempi (soprattutto quelli meteorologici) sono cambiati e l’aria condizionata non è più così divisiva come trent’anni fa. L’ultimo accenno di polemica “politica” intorno alla frescura artificiale si è avuto nei giorni scorsi in una Francia boccheggiante a più di 40 gradi. Marine Le Pen, storica leader della destra populista, ha auspicato una diffusione di massa dei condizionatori grazie anche ad appositi sussidi statali. Sul fronte opposto, Jean-Luc Mélenchon ha replicato: “Assolutamente no. Installare l'aria condizionata ovunque significherebbe solo aumentare i danni”. Ma i Verdi francesi, tradizionalmente ostili all’aria condizionata, hanno ammesso che tale tecnologia potrebbe ormai essere inevitabile.
La diffusione dei condizionatori
“Dal punto di vista etico-comportamentale per molto tempo i condizionatori sono stati effettivamente considerati un lusso, qualcosa di non indispensabile. Purtroppo non è più così”, dice Nicola Armaroli, chimico del Consiglio Nazionale delle Ricerche ed esperto di energia. “Oggi ci troviamo di fronte alla necessità vitale di aria condizionata negli edifici. Soprattutto in quelli delle periferie urbane, che sono stati costruiti in anni in cui non si badava tanto all'isolamento termico. E con una popolazione che invecchia, questo diventa un tema chiave, anche in termini di salute pubblica”.
In Francia, il tasso di diffusione è relativamente basso, con solo il 25% delle famiglie dotate di un condizionatore. In Spagna e in Italia la percentuale è del 50%, mentre negli Stati Uniti e in Giappone raggiunge il 90%. Ma, rimosse le obiezioni ideologiche, esistono effettive controindicazioni ambientali ed economiche? E se sì, quali?
Ondata di caldo, in Francia spopolano le coperte termiche
I consumi e le rinnovabili: cosa è cambiato
Fino a qualche tempo fa, in effetti, poteva avere un senso l’obiezione di Mélenchon, leader de La France Insoumise: più condizionatori accesi significava più combustibili fossili bruciati per produrre l’elettricità necessaria, quindi più gas serra in atmosfera e un ulteriore innalzamento delle temperature globali, nel più classico dei circoli viziosi. Ma il boom delle rinnovabili (e del fotovoltaico in particolare) ha sparigliato le carte. “Fortunatamente le ore del giorno in cui ci serve di più l’aria condizionata sono anche quelle in cui è massima la produzione di energia solare”, fa notare Armaroli. “Chi ha i pannelli sul tetto di casa, può raffrescare la propria abitazione o azienda grazie all’autoconsumo dell’elettricità prodotta. In generale, la produzione estiva da fotovoltaico è così ampia che, nell’arco dell’intera giornata, il 30% della elettricità usata in Italia per il condizionamento viene da autoconsumo fotovoltaico. Nelle ore di picco solare si può raggiungere il 50%”.
Quali problemi alla rete elettrica
L’uso simultaneo di milioni di apparecchi che producono freddo può mandare in tilt le linee elettriche? I blackout dei giorni scorsi in molte città europee, compresa Milano, sono stati spiegati così. “Ma non succede perché si chiede più elettricità di quanta ne sia disponibile. L’elettricità c’è.”, avverte il chimico del Cnr. “Il problema sono gli stress locali della rete, soprattutto in grandi centri urbani, dove l’autoproduzione sui tetti è ovviamente limitata rispetto ad altre aree del Paese. In città come Milano o Torino, in certi orari e quartieri, la richiesta di potenza istantanea può essere molto elevata, dando luogo a distacchi. Questo va a sommarsi al surriscaldamento delle infrastrutture di rete, per esempio i cavi che passano sotto le strade, che può provocare temporanee disconnessioni per ragioni di sicurezza”.
Tuttavia, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) l'energia utilizzata dai condizionatori e dai ventilatori elettrici per rinfrescare gli ambienti rappresenta già circa il 20% del consumo totale di elettricità negli edifici di tutto il mondo. E la domanda potrebbe triplicare entro il 2050, visto l’innalzamento delle temperature.
Le “isole di calore” e la geotermia per evitare dispersioni
C’è poi il problema reale del calore disperso dai condizionatori negli ambienti esterni. Uno studio condotto da ricercatori cinesi nel 2024 ha dimostrato che all’esterno di palazzi con una alta densità di unità esterne di condizionamento, la temperatura può salire anche di 2.5 gradi rispetto alla norma. “Ormai viviamo in scatole raffrescate. Ma non facciamo altro che buttare fuori il calore che non vogliamo dentro gli edifici. E non parlo solo di abitazioni e uffici: basta camminare a piedi in città, tra autobus e automobili con l’aria condizionata accesa, per accorgersene”, dice Armaroli. E così l’effetto collaterale principale dell’aria condizionata è di contribuire a trasformare le città in “isole di calore”, sommandosi ad altre cause: il cemento, l’asfalto, l’assenza di vegetazione, la scarsa circolazione dell’aria dovuta all’altezza degli edifici… “Una soluzione c’è. E si chiama geotermia”, suggerisce il ricercatore. “A casa mia il caldo che catturo all’interno non lo metto fuori dalla finestra, ma lo scarico sotto terra, con apposite sonde. E d’inverno inverto il processo per scaldare gli ambienti interni”. Si tratta di una soluzione per “villette con giardino” o è applicabile anche ai palazzi delle periferie urbane di cui si parlava all’inizio? “Si può fare ovunque, ma serve un cortile o un giardino, perché le sonde che vanno sotto terra devono stare ad almeno sette metri una dall’altra per non interferire tra loro”.
Il boom dei data center: una bolla speculativa
Tornando ai condizionatori classici, l’ultimo allarme arriva dal Financial Times: “L'aumento delle temperature stimola le vendite, ma i consumatori potrebbero essere esclusi dal mercato a causa dello sviluppo del settore dell’IA”. C’è dunque il rischio che il boom dei data center, oltre a fare incetta di elettricità e acqua, ci privi anche dell’aria condizionata? “I data centernon sono e non saranno il vero problema dell’aumento dei consumi elettrici”, obietta Armaroli. “C’è un uso spesso strumentale di questo spauracchio per ragioni di finanza speculativa o per sostenere l’installazione di nuove centrali, a gas o nucleari. Ritengo che si tratti in gran parte di una bolla, costruita per far confluire grandi investimenti su specifici settori. E vale anche per i condizionatori: dire che potrebbero scarseggiare, induce chi ha i capitali a puntare sulle aziende produttrici. Il sistema finanziario è costantemente alla ricerca di nuove galline dalle uova d’oro. O presunte tali”.