Svelate le cause del crollo del ghiacciaio della Marmolada avvenuto il 3 luglio 2022 e costato la vita a undici persone. Non si è trattato di un solo fattore, ma di una combinazioni di condizioni che hanno portato al collasso del grosso seracco della calotta di Punta Rocca. Secondo un team di ricercatori italiani, alla base di valanga di ghiaccio e roccia che poi ha investito alpinisti e escursionisti, c’è l’azione congiunta delle temperature eccezionalmente elevate, dell’accumulo di acqua prodotta dalla fusione e che si è poi infiltrata in un crepaccio alla base del ghiacciaio e di una diffusa rete di fratture che ne hanno progressivamente indebolito la struttura.
È quanto emerge da uno studio coordinato dall’università di Trento e dall’università di Pisa, pubblicato sulla rivista Geophysical Research Letters. Lo studio ricostruisce per la prima volta i meccanismi fisici che hanno creato le condizioni del crollo della massa glaciale. La ricerca è firmata da Carlo Baroni, Chiara Frassi e Maria Cristina Salvatore dell’Università di Pisa, Alberto Bellin e Nicola Pugno dell’università di Trento, Luca Carturan dell’Università di Padova e Andrea Berton dell’Istituto di Geoscienze e Georisorse del Cnr.
Un modello termo-meccanico tridimensionale
La novità è un modello termo-meccanico tridimensionale creato dai ricercatori mediante il quale si possono ricostruire le condizioni di stabilità del ghiacciaio nei mesi che hanno preceduto il crollo. Un modello che ora potrà essere applicato anche allo studio di altri ghiacciai perché in grado di ricreare con precisione il contesto in cui si formano slavine e valanga. Nel caso della Marmolada, la montagna più alta delle Dolomiti, le simulazioni mostrano che si trovava in una condizione di “equilibrio critico”. Le temperature eccezionalmente elevate registrate prima della valanga (con punte fino a 10 °C sulla vetta della montagna) “hanno favorito il riscaldamento della massa glaciale fino in profondità, riducendo la resistenza meccanica del ghiaccio. Allo stesso tempo, l’acqua prodotta dalla fusione superficiale si è accumulata nei vuoti tra ghiaccio e roccia, aumentando la pressione idraulica e diminuendo le forze che mantenevano stabile il ghiacciaio. A rendere ancora più vulnerabile la struttura ha contribuito la presenza di numerose fratture interne”.
"Ecco cosa ha innescato la valanga”
I ricercatori dell’università di Pisa si sono concentrati sull’analisi della struttura interna del ghiacciaio e le diverse fratture che riempendosi di acqua lo hanno destabilizzato. Spiega Carlo Baroni: “Questi risultati consentono di comprendere meglio i meccanismi che hanno innescato il collasso e le condizioni che lo hanno preceduto”. Come? “Abbiamo utilizzato un modello di stabilità globale tridimensionale che tiene conto di tutte le forze e dell’effetto della temperatura”, aggiunge Alberto Bellin dell’università di Trento “così abbiamo osservato che la presenza di acqua tra roccia e ghiaccio ha ridotto le forze che stabilizzavano tutto il sistema favorendo il crollo. Ulteriormente accelerato dall’aumento della temperatura che ha diminuito la resistenza del ghiaccio”.
Marmolada, un anno dopo: il documentario
Utile per il monitoraggio e la prevenzione
Lo studio nasce dall’attività di consulenza tecnico-scientifica svolta dai ricercatori per la procura della Repubblica di Trento dopo il disastro del 2022. un modello considerato dalla comunità scientifica innovativo “per valutare quantitativamente la stabilità dei ghiacciai”. Secondo gli autori, una versione semplificata del modello creato in laboratorio, potrebbe essere utilizzata anche in programmi di monitoraggio per individuare condizioni di rischio prima che si verifichino eventi catastrofici. “In un contesto di rapido cambiamento climatico, caratterizzato dalla perdita di massa e dall’arretramento dei ghiacciai alpini, strumenti di questo tipo potrebbero rappresentare un importante supporto per la prevenzione del rischio glaciologico e per la gestione della sicurezza nelle aree di alta montagna”.