Un milione di polpi comuni ogni anno, allevati in vasche nell’area portuale di Las Palmas e destinati a produrre tremila tonnellate di carne destinata al consumo umano. Ma non prenderà più forma quella che avrebbe dovuto essere la prima grande “fabbrica mondiale” di polpi. Lo scorso 23 luglio la multinazionale del settore ittico Nueva Pescanova ha infatti ritirato la richiesta di concessione presentata nel 2021 all’Autorità portuale di Las Palmas. L’ente procederà ora all’archiviazione del fascicolo, mettendo fine al progetto. La società attribuisce la decisione alle nuove condizioni amministrative e regolatorie maturate durante il lungo iter, durato cinque anni: richieste, valutazioni e tempi avrebbero modificato in modo sostanziale la configurazione iniziale. Precisa inoltre che il passo indietro non equivale a riconoscere l’impraticabilità ambientale dell’allevamento né esclude, in futuro, altre soluzioni tecniche o localizzazioni. Esultano le associazioni animaliste. Compassion in World Farming - l’organizzazione impegnata dal 2021 contro il progetto insieme ad associazioni, scienziati e attivisti - considera il ritiro una vittoria ottenuta dopo cinque anni di rapporti, lettere aperte e mobilitazioni internazionali. Soltanto nell’ultima fase della campagna, riferisce CIWF, oltre 43mila persone avevano scritto all’Autorità portuale chiedendo di chiudere la pratica. “Questa è una vittoria enorme per i polpi, per i nostri oceani e per tutte le persone che si sono unite a noi”, commenta Elena Lara, Senior Research and Policy Advisor di CIWF. “I polpi sono animali selvatici intelligenti, non merce da rinchiudere negli allevamenti intensivi. La decisione invia un messaggio forte: il futuro del cibo non può essere costruito sulla sofferenza animale o su pratiche insostenibili. Questa battaglia è vinta, ma è ancora presto per poter abbassare la guardia - aggiunge Lara - Al contrario, sappiamo che la ricerca mirata alla costruzione di questi allevamenti. Ora la richiesta è che i governi vietino l’allevamento dei polpi e frenino l’espansione generale dell’acquacoltura dedicata alle specie carnivore”.
I diritti dei cefalopodi
La questione non riguarda soltanto l’empatia suscitata da un animale decisamente iconico, in grado di cambiare colore, forma e consistenza. I polpi possiedono comportamenti cognitivamente complessi, risolvono problemi, esplorano gli ambienti e possono utilizzare oggetti come strumenti. Sono inoltre animali prevalentemente solitari: secondo il rapporto di CIWF, mantenerli ad alte densità in vasche prive di complessità ambientale aumenterebbe il rischio di lesioni, aggressività e cannibalismo. Resterebbe poi irrisolto il momento della macellazione, per il quale non esiste ancora un metodo riconosciuto come indolore e applicabile su scala industriale.
E definire i polpi esseri senzienti non è più soltanto una formula delle associazioni animaliste. Una revisione commissionata alla London School of Economics, basata su oltre trecento studi, ha riscontrato forti evidenze scientifiche della loro capacità di provare dolore e altre esperienze soggettive. Su queste basi il Regno Unito ha incluso i molluschi cefalopodi, insieme ai crostacei decapodi, tra gli animali senzienti riconosciuti dalla legge. Poi c’è il paradosso della sostenibilità ambientale. Il polpo è carnivoro e per crescerlo occorre fornire proteine di origine animale. Nel rapporto The Growing Threat of Carnivorous Aquaculture, CIWF ha stimato che l’impianto, una volta a regime, avrebbe prodotto tremila tonnellate di polpo, pari a circa un milione di animali all’anno. Nello scenario più gravoso considerato dagli autori sarebbero potute servire fino a 28mila tonnellate di pesce selvatico trasformato in mangime: fra 900 milioni e 2,1 miliardi di piccoli pesci per ottenere una quantità di prodotto finale molto inferiore. Più che alleggerire la pressione sugli oceani, l’allevamento rischiava dunque di trasferirla verso la base della rete alimentare marina.
I nostri amici in fondo al mare
A rendere politicamente ed eticamente più difficile rinchiudere un polpo in una vasca è stato anche il cambiamento della sensibilità comune degli ultimi anni. Nel 2020 il documentario Netflix “Il mio amico in fondo al mare”, titolo italiano di “My Octopus Teacher”, ha raccontato l’incontro tra il regista Craig Foster e una femmina di polpo in una foresta di kelp sudafricana. Il film ha vinto l’Oscar come miglior documentario e ha mostrato a milioni di spettatori un animale curioso, adattabile e capace di instaurare una relazione con il proprio ambiente assai più articolata di quanto suggerisse la sua abituale presenza nei menu dei nostri ristoranti.
Lo stesso spostamento dello sguardo attraversa “L’anima del polpo” di Sy Montgomery, pubblicato in Italia da Aboca Edizioni: tra le vasche del New England Aquarium e le barriere coralline della Polinesia, la naturalista racconta individui differenti per temperamento e comportamento, trasformando l’incontro con il cefalopode in un’esplorazione di una “coscienza” lontanissima dalla nostra, eppure non per questo elementare. Ma la partita per una maggiore tutela di questi animali non può dirsi definitivamente concluso. Nueva Pescanova ha rinunciato all’impianto di Las Palmas, non alla ricerca sull’allevamento del polpo: sul sito aziendale figurano ancora progetti dedicati alla riproduzione e all’ottimizzazione dei mangimi per Octopus vulgaris. Quella degli animalisti ha tutta l’aria di essere, dunque, una vittoria concreta, ma circoscritta. Il primo allevamento commerciale non nascerà a Gran Canaria nelle forme annunciate. Soprattutto, però, il polpo non è più soltanto una materia prima difficile da produrre: è diventato un soggetto del dibattito. Non è poco, per un animale che fino a pochi anni fa eravamo a vedere soprattutto nei nostri piatti.