Il governo italiano ha forse invertito la rotta in fatto di petrolio e gas? Se lo sono chiesti in molti ascoltando l’altro giorno in Parlamento il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti annunciare che l’Italia ha deciso di chiedere alla Ue di sfruttare il margine massimo di flessibilità del Patto di stabilità da destinare agli interventi di sicurezza energetica. Lo 0,6% del Pil, pari a circa 14 miliardi di euro, nel biennio 2026-2028. Giorgetti ha precisato che l’accordo con la Commissione europea “ammette solo misure strutturali per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, escludendo invece interventi temporanei come il taglio delle accise…”.
Quattordici miliardi di euro in due anni per affrancarsi, almeno in parte da carbone, petrolio e gas. Ma a cosa si deve la conversione di un esecutivo che aveva esordito con lo slogan “faremo dell’Italia un hub europeo del gas” e che finora ha comunque affrontato la transizione energetica con il freno a mano tirato? Lo abbiamo chiesto a Matteo Leonardi, cofondatore e direttore esecutivo di Ecco, il think tank italiano per il clima. “Credo che la misura annunciata dal ministro Giorgetti abbia a che fare con il pressing sul governo da parte del mondo imprenditoriale, alle prese con costi dell’energia che ne compromettono la competitività”.
Quando è avvenuta la svolta?
“I passaggi cruciali sono stati il decreto bollette e la battaglia sulle accise dei carburanti. In entrambi i casi, la premier Meloni ha cercato una sponda europea. E l’ha trovata, ma non come l’aveva auspicata…”.
Cominciamo dal decreto bollette.
“In quella occasione il governo italiano si è schierato contro l’Ets (Emissions trading system, il mercato europeo per lo scambio delle quote di emissione di anidride carbonica, ndr). Palazzo Chigi dice: ‘dobbiamo accettare il fatto che dipendenti dalle fossili, il prezzo delle fossili lo definiscono i mercati globali, in questo contesto non si vede perché noi dobbiamo pagare oneri ambientali’. Ma l’Europa, invece di scardinare l’Ets risponde: “sei tu Italia che sei ancora molto dipendente dalle fonti fossili, in particolare dal gas. Se vuoi ti do una mano”.
E cosa c’entrano invece le accise?
“Qualche mese dopo Meloni va a Bruxelles per chiedere più flessibilità, e trovare lo spazio fiscale per finanziare il taglio delle accise. Ma gli viene risposto nella stessa maniera: “assolutamente no, ma se vuoi i soldi per ridurre la dipendenza dai fossili troviamo un meccanismo che non li faccia conteggiare nel Patto di Stabilità”.
Il governo avrebbe potuto però rifiutare. Invece ha preso il massimo dello sforamento possibile sull’energia, lo 0,6% del Pil appunto.
“E qui entra in gioco Confindustria, che da tempo chiede al governo misure contro il caro-bollette. Misure promesse, come la sospensione dell’Ets, ma non ottenute. Sono convinto che di fronte alle controproposte della Ue gli imprenditori abbiano detto alla Meloni: se ci sono dei soldi, dacceli”.
Quindi i 14 miliardi “per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili” finiranno agli industriali?
“Sicuramente ci sarà una grande pressione di Confindustria perché ciò avvenga. Ma anche il mondo imprenditoriale non è monolitico. Ci sono le grandi industrie dell’Oil&Gas che vorrebbero soldi pubblici per finanziare la cattura della CO2 (Ccs) o i biocarburanti. E dall’altra parte aziende che consumano energia e vorrebbero invece poter pagare bollette meno salate”.
Qual è la posizione di Ecco su questo punto specifico?
“Che sarebbe assurdo finanziare con altro debito pubblico una misura come la Ccs, per permettere alle aziende del petrolio e del gas, che hanno fatto profitti enormi in questi anni, di continuare a farne anche in futuro. E i biocarburanti non sono certo la soluzione del caro energia che si trovano ad affrontare famiglie e imprese”.
I 14 miliardi potrebbero essere investi sul ritorno al nucleare, in cui crede molto l’attuale governo?
“Comunque la si pensi, il riavvio di una filiera nucleare richiede tempi assai più lunghi di due anni. La crisi energetica è oggi, e anche gli imprenditori sanno che non possono aspettare 10-15 anni”.
Su cosa si dovrebbe puntare allora nel biennio 2026-2028?
“Accelerare decisamente nell’elettrificazione dei consumi finali dell’energia di famiglie e imprese. Ormai la produzione delle rinnovabili non ha più bisogno di incentivi, è un business che funziona anche senza aiuti pubblici. E’ necessario invece rendere più facile da parte di tutti l’uso dell’energia prodotta così. Quindi, sostegno alle auto elettriche, all’efficienza energetica delle abitazioni, alla generazione di calore a basse temperature per le aziende che ne hanno bisogno per le loro lavorazioni…”.
Come andrà a finire?
“Lo vedremo quando si discuterà la prossima legge di bilancio. Si dovrà decidere se, con quei 14 miliardi, aiutare di più le famiglie o le imprese, le imprese fossili o quelle consumatrici di energia… E sarà interessante anche seguire la dinamica maggioranza-opposizione. Poiché il pacchetto prevede anche spese militari fino allo 0,9% del Pil, il governo potrebbe decidere di usare lo 0,6% sull’energia per misure molto green, in modo da spaccare il campo largo nell’anno delle elezioni. Le decisioni, comunque, non potranno non tener conto del consenso: difficile fare altri 14 miliardi di euro di debito pubblico consegnandoli a chi fa profitti colossali invece che spenderli per dare sollievo a famiglie e piccole imprese in difficoltà”.