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Il commento

Il ghiaccio se ne va. E cambia tutto (non solo la montagna)

Il ghiacciaio dell'Adamello
Il ghiacciaio dell'Adamello 

I ghiacciai arretrano, cambiano versanti, ecosistemi e disponibilità d’acqua. Dopo sette anni di Carovana dei Ghiacciai, la sfida non è più soltanto misurare ciò che perdiamo, ma imparare a governare territori che cambiano più velocemente delle nostre politiche

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La Carovana dei Ghiacciai ha attraversato un arco alpino in trasformazione accelerata. Ghiacciai che si assottigliano, versanti che perdono stabilità, ecosistemi che si spostano. E poi l’acqua: troppa tutta insieme, troppo poca quando serve. Non sono fenomeni separati, ma effetti diversi della stessa crisi climatica. I numeri ne mostrano la profondità e soprattutto la velocità. Dalla metà dell’Ottocento al 2015 le Alpi hanno perso circa il 57% della superficie glaciale e il 64% del volume (The Cryosphere, Reinthaler e Paul, 2025). Dopo il 2000 il tasso di abbassamento della superficie dei ghiacciai è triplicato (The Cryosphere, 2025) e tra il 2000 e il 2023 l’Europa centrale, regione dominata dalle Alpi, ha perso circa il 39% della propria massa glaciale (GlaMBIE Team, Nature, 2025). Oltre la metà dei ghiacciai alpini potrebbe scomparire già nei prossimi due decenni (Nature Climate Change, 2025). Ma dopo sette anni di Carovana il punto non è più soltanto raccontare quanto ghiaccio perdiamo. La domanda è: che cosa succede alla montagna quando il ghiaccio se ne va?

È la domanda da cui siamo partiti sull’Adamello, nell’anteprima della Carovana, davanti a un ghiacciaio in forte arretramento. In Vanoise un nuovo lago glaciale impone monitoraggio e gestione del rischio; sul Monte Bianco morene instabili e ghiacciai in movimento obbligano a convivere con nuovi pericoli; ai Forni persino un sentiero appena ridisegnato deve fare i conti con un territorio che cambia. E sul Monviso, poche ore dopo il nostro passaggio, una frana ha ricordato quanto rapidamente possano modificarsi gli equilibri dell’alta montagna.

Il nodo è evidente: continuiamo a progettare il territorio con gli strumenti di un mondo relativamente stabile, mentre le condizioni su cui quella pianificazione si fondava stanno venendo meno. Al Montasio, attorno a un piccolo ghiacciaio ancora sorprendentemente resistente, licheni e piante pioniere colonizzano le rocce liberate dal ghiaccio. È il segno di una questione destinata a diventare sempre più concreta sulle Alpi: che cosa fare dei nuovi territori che la deglaciazione sta facendo emergere? Non sono spazi vuoti, ma ecosistemi giovani e fragili sui quali si confronteranno tutela e nuovi usi della montagna.

È da qui che nasce la proposta di Governare le Alpi che cambiano: passare dalla pianificazione fondata sulla stabilità a una pianificazione adattativa, dalla rincorsa alle emergenze alla prevenzione, dalle politiche settoriali a quelle integrate. Aree di Transizione Glaciale, Living Labs e un Osservatorio europeo sulla deglaciazione: strumenti per portare scenari climatici, monitoraggio e tutela dentro le decisioni sul territorio. Ma governare la deglaciazione significa anche guardare oltre gli spazi lasciati liberi dal ghiaccio, seguendo l’acqua che dalla montagna scende verso valle. È con questa prospettiva che il viaggio si è concluso al Monviso, dove del Coolidge, ormai declassato a glacionevato, restano placche di ghiaccio sulla parete nord-est. Poco più sotto, a Pian del Re, nasce il Po. Ed è qui che il cerchio si chiude. Neve e ghiacciai sono acqua conservata nel tempo, ma svolgono funzioni diverse. La neve è la grande riserva stagionale delle Alpi; i ghiacciai sono invece riserve costruite in decenni e secoli. Il loro contributo ai corsi d’acqua diventa particolarmente importante nei bacini glacializzati durante le estati più calde e siccitose, quando la neve è già scomparsa. È il caso del Ghiacciaio dei Forni, il cui apporto può arrivare a rappresentare il 50% della portata estiva dell’Adda, secondo studi condotti dall’Università degli Studi di Milano.

Con il riscaldamento, però, entrambe queste riserve cambiano: diminuisce l’accumulo nevoso, la fusione avviene prima e i ghiacciai perdono progressivamente la capacità di compensare i deficit estivi. Il problema, dunque, non è semplicemente avere meno acqua, ma averla anche in tempi diversi. Nelle Alpi italiane, nei bacini maggiormente dipendenti dalla neve, al momento del massimo accumulo il volume d’acqua immagazzinato nel manto nevoso può superare il 60% del deflusso annuo (Fondazione CIMA, progetto IT-SNOW). Un dato particolarmente significativo per il Po, il cui bacino concentra circa la metà della risorsa idrica nivale italiana. Non significa che il 60% dell’acqua del Po provenga dalla neve, ma dà la misura dell’importanza di questa riserva stagionale e di ciò che cambia quando la neve diminuisce e fonde prima. Il Po dipende da un sistema molto più ampio — precipitazioni, neve, ghiacciai, laghi, suoli, falde e corsi d’acqua — ma ciò che accade in quota si propaga lungo tutto il sistema: raggiunge i campi della Pianura Padana, la produzione idroelettrica, gli ecosistemi fluviali e l’acqua utilizzata da milioni di persone. La montagna non finisce in montagna.

Quando più trasformazioni si sommano, gli effetti possono amplificarsi rapidamente. La recente catastrofe tra Nepal e Tibet ha ricordato la complessità delle crisi a cascata, in cui ghiaccio, permafrost, frane e acqua possono interagire moltiplicando i rischi a valle. Contesti molto diversi dalle Alpi, ma una stessa lezione: monitoraggio, prevenzione e sistemi di allerta diventano sempre più decisivi. La mitigazione resta indispensabile: ogni decimo di grado evitato significa ghiaccio, ecosistemi e possibilità di adattamento che possiamo ancora conservare. Ma una parte della trasformazione è già qui. Governarla significa fare dell’adattamento una componente ordinaria delle politiche per la montagna e per la pianura, territori legati dall’acqua e da relazioni che la crisi climatica rende ancora più evidenti. Non possiamo continuare a misurare con grande precisione la velocità con cui cambia la montagna lasciando quasi immutata quella con cui cambiano le nostre politiche.

*(L’autrice è responsabile Alpi Legambiente. Presidente CIPRA Italia)