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Biodiversità

L'enigma delle pantere nei boschi dell'Inghilterra

L'enigma delle pantere nei boschi dell'Inghilterra

Si muoverebbero di notte tra campagne, foreste e pascoli, abbastanza elusive da alimentare una leggenda lunga decenni. Ma dietro gli avvistamenti di grandi felini in Gran Bretagna cominciano ad accumularsi anche indizi scientifici. A cominciare da sei analisi del DNA riconducibili al leopardo e nuove ricerche sulle loro possibili prede

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Nelle campagne inglesi c’è un animale che, da mezzo secolo, vive al condizionale. Lo vedono attraversare una strada all’alba, sparire dietro una siepe, scivolare nel buio di un bosco. Qualche volta lo fotografano, quasi sempre male. E quando qualcuno giura di averne incrociato lo sguardo, ricomincia la stessa domanda: può davvero esserci un leopardo tra i pascoli della Gran Bretagna? Ora, però, la svolta sarebbe vicina: il "fantasma" ha cominciato a lasciare qualcosa che porta il mistero fuori dal terreno dei (presunti) avvistamenti: tracce di Dna.

Quando il fantasma lascia il Dna

Pantera nera, anzitutto, è un nome suggestivo ma zoologicamente impreciso: non identifica una specie, ma un leopardo (Panthera pardus) o un giaguaro (Panthera onca) melanico, cioè un individuo nel quale l’elevata produzione di melanina rende il mantello quasi interamente nero. Nei racconti raccolti negli ultimi decenni, la sagoma descritta più spesso – corpo slanciato e lunghissima coda – somiglierebbe soprattutto a quella di un leopardo. Ed è proprio il leopardo a comparire negli indizi genetici. A ricostruire il caso è Discover Wildlife, il sito di BBC Wildlife Magazine, che ha messo insieme anni di segnalazioni, analisi genetiche e nuove ricerche sulle possibili prede dei grandi felini britannici. Rick Minter, autore britannico che da anni raccoglie e studia segnalazioni di grandi felini nel Regno Unito, parla oggi di sei risultati positivi. Ma due casi recenti sono quelli che meritano più attenzione. Nel Gloucestershire, nel 2022, alcuni peli neri rimasti impigliati nel filo spinato vicino al luogo in cui era stata uccisa una pecora furono sottoposti all'analisi del Dna mitocondriale: il laboratorio riferì una corrispondenza del 99,9 per cento con Panthera pardus. C’è però un limite non secondario: il laboratorio ha scelto di restare anonimo e il risultato non è stato pubblicato in una rivista scientifica. Ancora più interessante il caso della Cumbria. Nell’ottobre 2023 alcuni tamponi prelevati dalla carcassa di una pecora furono analizzati da Robin Allaby, professore alla School of Life Sciences dell’Università di Warwick, che gestisce un servizio di genetica forense capace di identificare felidi e canidi da peli, feci e tracce biologiche. Il Dna risultò inequivocabilmente appartenente al genere Panthera. Allaby considerò il leopardo l’ipotesi di gran lunga più probabile, ma una differenza in una singola base della sequenza gli impedì di attribuirlo formalmente alla specie. E lo stesso ricercatore ha spiegato di non avere ancora dati sufficienti per una pubblicazione scientifica.

Anche le ossa raccontano

Poi ci sono le ossa. Alla Royal Agricultural University di Cirencester Andrew Hemmings conduce un progetto di citizen science sui resti delle presunte prede. La tecnica è quella della cosiddetta tooth-pit analysis: si misurano forma, dimensioni e distanza delle piccole impronte lasciate dai denti sulle ossa, confrontandole con quelle prodotte da diversi predatori. Tra decine di reperti, soprattutto di cervo, quattro campioni analizzati finora ricadono nell’intervallo compatibile con un felino delle dimensioni di un leopardo o di un puma. È un altro tassello, non un documento d’identità del predatore. Che un leopardo possa sopravvivere nel paesaggio britannico, del resto, non è biologicamente assurdo. È un predatore estremamente adattabile, capace di frequentare boschi, zone di margine e territori modificati dall’uomo: cervi, conigli e altri mammiferi offrirebbero una disponibilità di prede tutt’altro che trascurabile. L’ipotesi storica più citata vuole che alcuni grandi felini siano stati liberati o abbandonati da privati, soprattutto intorno all’entrata in vigore del Dangerous Wild Animals Act del 1976, che impose nuove regole al possesso di animali esotici. Ma anche questa resta un’ipotesi, per quanto intrigante.

La prova che ancora manca

Ed è qui che il mistero resiste. Se esistesse una vera popolazione riproduttiva, prima o poi ci si aspetterebbero prove convergenti: immagini inequivocabili e ripetute, carcasse, animali investiti, feci, più campioni genetici provenienti da individui diversi. Soprattutto il Dna dovrebbe consentire di stabilire se quegli animali siano imparentati tra loro: è questo, osserva Allaby, il passaggio necessario per distinguere qualche felino sfuggito alla cattività da una popolazione che si riproduce ormai autonomamente. Perciò la pantera inglese non è ancora uscita completamente dalla leggenda. Eppure, tra un pelo su un filo spinato, una sequenza di Dna e i segni lasciati su un osso, il racconto comincia finalmente a diventare un’ipotesi verificabile. E per la scienza è proprio lì che i misteri diventano interessanti.