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L’abbassamento delle città non è un fenomeno irreversibile

Un'immagine di Osaka
Un'immagine di Osaka 

Uno studio su Osaka dimostra che si sta risollevando dopo che tra gli anni 20 e gli anni 60 del 900 sprofondò di 2 metri. In Italia la città più afflitta dalla subsidenza è Ravenna, Venezia è decima

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Tra gli anni Venti e gli anni Sessanta del secolo scorso la città giapponese di Osaka in alcuni punti sprofondò anche di due metri. Ora uno studio appena pubblicato su Communications Earth & Environment, certifica che quell’area densamente popolata (15 milioni di abitanti) si sta risollevando: a una velocità media di 4 millimetri all’anno, con punte di 12 millimetri l’anno in particolari zone. E’ la dimostrazione, dicono gli autori della ricerca, che “la subsidenza è reversibile”. Il fenomeno riguarda moltissime città in tutto il mondo e preoccupa soprattutto quando investe quelle lungo la costa: l’effetto combinato dell’abbassamento del terreno e dell’innalzamento del livello dei mari per la crisi climatica potrebbe avere effetti drammatici. Da noi guida la classifica delle città che si abbassano Ravenna (7,8 millimetri all’anno), seguita da Porto Tolle (7,2), Comacchio (6,9), Argenta (6,5). Venezia è decima con un abbassamento annuo di 5,5 millimetri. All’origine, in Giappone, Italia e resto del mondo, gli smisurati prelievi di acqua dalle falde che stanno sotto le città. “I giapponesi sono stati i primi ad accorgersi del problema e negli anni Settanta hanno emanato una legislazione che vietava l’uso di acqua estratta dal sottosuolo”, racconta Pietro Teatini, professore di Idrologia e Ingegneria idraulica all’Università di Padova e tra i maggiori esperti italiani di subsidenza. “Lo si è fatto anche da noi, appunto a Ravenna e Venezia: la città lagunare aveva subito abbassamenti dell'ordine del metro, metro e mezzo, a seguito dell'emungimento dagli acquiferi, e così è stato vietato l'uso di nuovi pozzi, optando per la distribuzione d'acqua attraverso acquedotti superficiali, con la captazione da fiumi, e bacini montani”.

Misure che hanno rallentato, in alcuni casi anche fermato, l’abbassamento del suolo. Ma che non hanno invertito la tendenza come invece dimostra l’analisi dei dati satellitari nel caso di Osaka. “Il problema è che da noi la subsidenza non dipende solo dallo svuotamento degli acquiferi sottostanti”, spiega il professore. “La Pianura Padana è una valle geologicamente recente e i suoi sedimenti sono molto soffici, quindi soggetti ha schiacciarsi sotto il peso degli edifici, a compattarsi e infine ad abbassarsi”. C’è poi il prelievo di idrocarburi. “Nel Ravennate ci sono giacimenti sotterranei che sono stati sfruttati e ora sono in esaurimento”, dice Teatini, “ma l'effetto della rimozione di idrocarburi è più piccolo rispetto al prelievo di acqua. Perché giacimenti di idrocarburi sono molto più profondi degli acquiferi, e si trovano in zone in cui il sottosuolo è più antico, compatto e meno comprimibile. Si tratta poi di giacimenti piccoli, mentre le falde acquifere possono essere enormi”. Se una delle tecniche per contrastare la subsidenza è lasciare che gli acquiferi tornino a riempirsi e a sollevare il terreno, come sta succedendo a Osaka, c’è il rischio che la crisi climatica possa interferire con tale processo? “Non mi risulta che ci siano ancora studi scientifici che siano riusciti a quantificare questo effetto di minor ricarica per una alterazione del ciclo dell’acqua”, risponde Teatini. “Però non escludo che vedremo presto un effetto indiretto: se non piove, come è successo l’estate scorsa, e i fiumi sono in secca, prendo acqua dove ce n’è, cioè dagli acquiferi…”.

E allora come contrastare il fenomeno delle città che sprofondano? “Costruendo edifici e infrastrutture che siano il più leggeri possibile. Lasciando, dove possibile, che i fiumi facciano il loro corso: quando non c’eravamo di mezzo noi umani, le pianure si abbassavano di livello ma poi arrivavano le ondate di piena che con i loro sedimenti rialzavano il suolo. Con le nostre opere idrauliche abbiamo bloccato questa autoregolamentazione naturale”. E si può immaginare di riempire forzatamente un acquifero sotto una città che sprofonda? “Certo”, risponde il professore. “Nei periodi in cui c’è tanta acqua a disposizione, invece di farla defluire verso il mare, si può forzarne l’infiltrazione perché ricarichi gli acquiferi. Attraverso pozzi di estrazione che vengono convertiti in pozzi di ricarica o anche attraverso bacini di infiltrazione. Insieme alla Regione Friuli stiamo lavorando per convertire vecchie cave in bacini di questo tipo: d’inverno l'acqua del Tagliamento, che finirebbe in mare, potrà essere immagazzinata nel sottosuolo”.