Nell’Italia del cibo che cambia a sud spunta il caffè, a nord scompare il riso. Al centro la classica vendemmia inizia addirittura ad agosto. Un po’ ovunque pere e albicocche sono un miraggio, il frumento e il pomodoro per la classica pasta all’italiana sono in crisi costante. I pascoli arrancano, la produzione di latte e formaggi è in calo. Persino l’olio d’oliva, cuore della famosa dieta mediterranea, è sempre più difficile da trovare. L’Italia del 2026 è un assaggio di futuro, o forse l’inizio di qualcosa che potrebbe cambiare per sempre: la nostra dieta, il nostro cibo. La crisi climatica, con siccità prolungata, temperature in costante aumento, grandinate improvvise, scarsità d’acqua e terreni impossibili da coltivare, ma anche con l’arrivo di specie aliene (dalla cimice asiatica al granchio blu che mangia le vongole), sta sconvolgendo la produzione agricola, i raccolti, la spesa, la tavola. Mentre in Francia crollano le iconiche produzioni di champagne e formaggi o in Spagna continua a peggiorare la raccolta degli agrumi, anche l’Italia deve dunque fare i conti oggi con una crisi del clima che rischia di modificare le sue tradizioni.
Crisi del clima e agricoltura, 20 miliardi di danni in 4 anni
Se a Palermo, non lontano da dove già da anni vengono coltivati gli avocado e persino le banane - stanno ora crescendo le prime piantagioni di caffè arabica raccolte interamente in Sicilia grazie a nuove temperature ormai tropicali - altrove come in Piemonte la carenza d’acqua ha portato a un drammatico calo del 40% del riso. Quest’estate, solo caldo e grandine secondo l’associazione degli agricoltori Coldiretti ha creato danni all’agricoltura per 3 miliardi: il mais non cresce più, così come le nocciole e persino le zucche. Senza foraggio, anche gli allevamenti vanno in crisi: “Le alte temperature stanno causando una riduzione della produzione di latte fino al 10% al giorno” affermano gli allevatori. Il problema è che questa crisi non è temporanea, ma è un trend che va peggiorando: solo negli ultimi 4 anni si stimano 20 miliardi di euro di danni.
Per portare avanti le nostre tradizioni, come quelle di pasta e pizza o altri piatti legati al frumento, in un contesto geopolitico complesso, siamo dunque ormai costretti a importare sempre di più. Per dire: per ogni chilo di frumento raccolto nei campi italiani, oltre un chilo e mezzo viene da altrove. Produciamo quasi 60 milioni di quintali di frumento, ne importiamo circa 100 milioni.
Caldo e siccità, come cambia la geografia dei prodotti
La crisi del clima sta ridisegnando così non solo l’import e l’export, ma anche la geografia, il dove e come poter coltivare. Ormai ci sono vigneti a oltre mille metri, sulle Alpi: in passato era impossibile pensare di fare il vino a quelle quote e temperature. Per contro, al sud, dove talvolta fa troppo caldo, anche altre colture - come gli olivi - avrebbero bisogno di essere spostate più a nord. I pomodori, simbolo della passata, dei ragù e delle ricette di ogni nonna, a causa della scarsità d’acqua nel frattempo sono sempre più complessi da coltivare.
L'Italia insieme a Stati Uniti e Cina è fra i grandi produttori mondiali: secondo uno studio apparso su Nature Food entro il 2050, causa impatti del global warming, la produzione diminuirà di almeno il 6%, in media, rispetto a due decadi fa. Se per i pomodori la carenza idrica e il caldo sono le minacce attuali, per altri raccolti e soprattutto per la frutta ormai da anni l’improvviso rischio di gelate, la grandine e i nuovi insetti o batteri che proliferano con la crisi del clima, sono invece le minacce costanti e in crescita. Gli italiani si accorgono di questo cambiamento soprattutto quando vanno a fare la spesa: in generale per l’aumento dei prezzi, ma accade anche che durante le stagioni certi prodotti non si trovino ormai più sugli scaffali.
Uno dei pasticceri più famosi d’Italia, Iginio Massari, durante un incontro degli Ambasciatori Pasticceri dell’Eccellenza Italiana, lo ha detto chiaramente: "Tra poco il cibo sarà la ricchezza vera. Con il cambiamento climatico, se parliamo di agricoltura e materie prime, ormai c’è una difficoltà enorme. È molto importante capire che l’agricoltura non è più quella di prima: le crisi che sta subendo non sono indifferenti, sono qualcosa che va oltre l’immaginabile". Forse, solo i dati diffusi dalla FAO, ci aiutano a immaginare con più chiarezza: parliamo ormai di oltre 1 miliardo di persone, nel mondo, che per via degli effetti della crisi climatica vedono compromessa la loro sicurezza alimentare. Anche per questo, il tema cibo, fra poco sarà al centro delle discussioni della COP31, la grande Conferenza delle parti sul clima che quest’anno si tiene in Turchia.
Come salvare il cibo italiano: dalle vespe samurai all’innovazione
Per capire come potremmo salvare il cibo italiano, Sara Roversi, fondatrice del Future Food Institute di Bologna, spiega per esempio la necessità di un focus sull’acqua: “Si tratta di uno dei problemi principali: la stessa FAO chiede di cambiare i modelli dell’agricoltura, di più innovazione, e contemporaneamente di sfamare più persone. Tutto ciò senza piani per preservare l’acqua non è possibile: dobbiamo quindi ripensare i modelli, prevedere più consumo d’acqua per l’agricoltura e meno per le nostre vite, da quelle quotidiane sino a quella da destinare ai data center e le tecnologie”. Spiega come “lavorando con pubblico e privato sulla resistenza idrica e contemporaneamente sul recupero di colture autoctone resilienti, può aiutare a salvare la dieta mediterranea. Dobbiamo anche cambiare le mense scolastiche, implementare l’accesso all’agricoltura rigenerativa e ai mercati di prossimità e soprattutto adattarci. In Italia ci sono meravigliosi esempi di adattamento che funzionano sul piccolo ma andrebbero ingranditi. Penso addirittura a pizzerie, in Cilento, che oggi lavorano a ciclo chiuso: nel piccolo, si producono da soli frumento, olio, pomodoro e riescono a mantenersi bene”.
Contemporaneamente, Silvia Massa, responsabile del laboratorio agricoltura 4.0 di ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile), racconta di come in futuro potremmo usare anche nuove strategie. “Senza dubbio in Italia come altrove la crisi del clima sta avendo effetti sia sulla produttività, sia sulla qualità. Oltre a meno acqua, con più caldo, oggi abbiamo sempre più specie di parassiti e di insetti che si trovano bene da noi e si diffondono. Su tutti la cimice asiatica che ha messo in ginocchio in Italia le nocciole, i kiwi, le ciliegie, con danni davvero enormi. Per combatterla stiamo studiando e usando le vespe samurai: antagonisti naturali che lanciamo in natura e possono uccidere le cimici e salvare le produzioni”.
L’altra chiave è l’innovazione
“Ci sono tante colture in crisi, la vite, l’ olio, il grano, oppure pensiamo ai danni a quelle arboree come le pere. Se però usiamo l’agricoltura in ambiente controllato, sia in campo che al chiuso, possiamo sviluppare sistemi in cui diamo input precisi alle piante: le giuste quantità di acqua, di nutrienti, di luce. Controllando, si riciclano le risorse e non si usano pesticidi. E soprattutto si è indipendenti rispetto agli impatti della crisi del clima”. Fa gli esempi delle coltivazioni verticali, dei sistemi idroponici (con acqua recuperata al 90%), dei "container farm" che possono essere “spostati, offrendo davvero chilometro zero e che ci permettono di non consumare più suolo”. Insomma, chiosa, per proteggere il cibo d’Italia e le sue traduzioni è tempo “di interventi mirati, capaci di reggere a situazioni improvvise”.