L'ultimo appello
Il vertice

Cop30, dal cuore dell'Amazzonia il messaggio dei leader a Trump: "Uniamoci per salvarci"

Il presidente del Brasile Lula con il premier britannico Keir Starmer e il principe William
Il presidente del Brasile Lula con il premier britannico Keir Starmer e il principe William (reuters)

Da Lula a Guterres sino al principe William frecciate e appelli per fermare la deriva negazionista e riprendere la rotta per il taglio delle emissioni. In una Cop ancora in costruzione c'è anche il vicepremier Tajani: "Serve pragmatismo, pensiamo ai posti di lavoro..."

3 minuti di lettura

BELÉM (Brasile) - Nell’Amazzonia bollente, tra 30 gradi e umidità alle stelle, è iniziata oggi ufficialmente la prima parte della Cop30, dedicata al vertice dei leader. Nei padiglioni dell’Hangar di Belém si ascoltano di fatto solo tre rumori: quello dell’aria condizionata sparata dappertutto, dei martelli di operai che stanno tentando in fretta e furia di finire di allestire sale e corridoi della Conferenza e il chiacchiericcio di fondo che è poi condensato anche nei messaggi dei potenti, ovvero le frecciate e i moniti contro il grande assente alla Cop, il negazionista Donald Trump presidente degli Usa. Se il Brasile voleva dare l’idea di essere pronto davanti all’urgenza di agire nell’affrontare la crisi del clima, diciamo che logisticamente non sembra proprio esserci riuscito: le strutture della Cop30, che inizia come negoziati il 10 novembre, sembrano infatti ancora in alto mare. Tra volontari che non parlano inglese e plenarie vietate alla stampa, è perfino difficile respirare l’aria di un vertice di natura internazionale se non fosse per la sfilata dei leader (circa 60 i capi di stato e 40 i ministri) arrivati da tutto il mondo per confrontarsi su finanza climatica, fondi per le foreste, giovani e popoli indigeni e per discutere sull’efficacia degli NDC, i piani climatici presentati prima della Cop, come arma per contenere l’avanzata della crisi del clima sotto i famosi +1,5 gradi.

Attualmente, ha ricordato il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres in apertura del summit, il mondo ha superato quella soglia, un mancato limite che è “fallimento morale e negligenza mortale”. Anche perché come stiamo sperimentando proprio in questi giorni di uragani e tifoni che dall’America all’Asia stanno portando morte e sfacelo - eventi meteo intensificati proprio dalla crisi del clima - il superamento dei limiti continua a “scatenare distruzione e costi molto maggiori per ogni nazione. Potrebbe spingere gli ecosistemi oltre i punti di non ritorno catastrofici e irreversibili, esporre miliardi di persone a condizioni invivibili e amplificare le minacce alla pace e alla sicurezza” dice il segretario Onu chiedendo ai leader sforzi maggiori anche nella riduzione dei combustibili fossili. “Spendere miliardi in lobbying, ingannare il pubblico e ostacolare il progresso è autodistruttivo. Una scommessa sui combustibili fossili è una scommessa contro l'umanità e contro le tue stesse economie. Ogni dollaro versato nei sussidi per i combustibili fossili è un dollaro deviato dalla nostra salute e dal futuro condiviso” ha poi aggiunto con una prima chiara frecciata nei confronti di Donald Trump e gli Usa.

Parole, quelle di Guterres, che fungono da assist per il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula. In una plenaria da tutto esaurito, fra danze e coreografie brasiliane, Lula ha parlato di “momento storico e simbolico” per la prima Cop in Amazzonia e del fatto che è “tempo di prendere sul serio il clima". Per il presidente di un Brasile pieno di contraddizioni, che a inizio anno è entrato nel cartello Opec+ del petrolio e che prevede nuove trivellazioni sul Rio delle Amazzoni, questa Cop sarà “quella della verità” e, altra limpida frecciata a Trump, “non è tempo di abbandonare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi”. Se non si inizieranno a prendere decisioni da Belem, allora il Pianeta andrà dritto verso i +2,5 gradi entro il 2100 e “le perdite umane e materiali saranno drastiche e drammatiche” continua Lula che punta il dito contro le “forze estremiste che fabbricano notizie false sul clima per guadagno politico”. Leggasi Donald Trump e il cambiamento climatico da lui definito “truffa”. Non lo nomina mai, ma è chiaro come le parole di Lula facciano sempre riferimento all’opposizione climatica del Tycoon e gli States.

Così come, senza citarlo, anche la Cina - giunta in Brasile per intestarsi la guida della battaglia climatica - sembra voler mandare un messaggio al presidente Usa. “Dobbiamo rimuovere le barriere commerciali e rafforzare la collaborazione internazionale” per “raggiungere gli obiettivi climatici” dice il vicepremier cinese Ding Xuexiang. Suggerisce così di “tradurre l’impegno per il clima in azioni” e sostiene che siano i paesi più industrializzati a dover guidare questo cambiamento. Un impegno che l’Italia, secondo le parole del vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, giunto a Belém in rappresentanza del governo, sembra volersi prendere solo a patto che la “lotta al cambiamento climatico tenga conto della questione sociale, dei posti di lavoro e dell’occupazione”. Leggasi: sì, ok, combattiamo la crisi del clima ma non se impatta sul lavoro degli italiani come quelli del settore automobilistico che, con la fine del motore endotermico nel 2035, potrebbe risentirne. Anche per questo l’Italia chiede un “approccio pragmatico” e continua a portare avanti il mantra dell’importanza dei biocarburanti. Per Tajani - che ha definito un “compromesso” il piano dell’Ue concordato per il taglio delle emissioni e gli NDC - “se gli obiettivi sono irraggiungibili per le aziende si rischia di perdere decine di migliaia di posti di lavoro e non possiamo permettercelo. Il Green Deal dovrebbe essere un'opportunità e non un problema”.

Ciò di cui parla Tajani anche alla Cop30 è un problema sentito. Il consenso sugli sforzi talvolta troppo esosi per la riduzione delle emissioni sembra essersi affievolito, “scomparso” dice il premier britannico Keir Starmer. Per cui, sostiene, è tempo di ritrovare un'ambizione “collettiva e creare nuove opportunità per il net zero”. Non riuscire a ritrovare consenso significherebbe in futuro nuove minacce climatiche per tutti, indipendentemente da dove si vive sulla Terra, sostiene - in un discorso atteso - il principe William, arrivato a Belém reggendo il testimone delle battaglie climatiche del padre Carlo. Anche lui, in qualche modo, sembra guardare alla divisione portata da Trump e da una politica che oggi ostacola gli sforzi necessari per ridurre le emissioni. Per questo il principe, con un messaggio finale, dal palco della Cop30 chiude con un appello, più che al cambiamento, all’unione: “Quando ci uniamo dietro uno scopo condiviso, possiamo scalare e accelerare soluzioni che trascendono i confini. Soluzioni che ci danno speranza e ci riempiono di ottimismo per il futuro”.