BELÉM (Brasile) - Mentre le navi dei popoli indigeni attraversavano la baia di Belém per lanciare il loro grido d’aiuto ieri nei corridoi dei negoziati è passato un transatlantico carico di entusiasmo. Un “battello” che sembra far navigare Cina e Brasile - approfittando del vuoto lasciato dagli Usa di Trump - verso importanti risultati per la riuscita del vertice di Belém. Ogni Cop ha il suo fulcro nella bozza finale, la "cover decision", quel documento che spesso diventa il testo - frutto di serratissime negoziazioni degli oltre 190 Paesi che partecipano alla Conferenza sul clima - per provare a capire cosa sarà accettato o meno nella dichiarazione finale collettiva di fine Cop, in sostanza se si va verso un accordo oppure no.
Solitamente per avere idea della bozza bisogna aspettare almeno l’inizio della seconda settimana di consultazioni ma in questa Cop30, quella che dovrebbe essere dell’”azione” e della “verità” secondo il governo brasiliano, ieri quasi a sorpresa dietro le quinte è iniziata a circolare una prima bozza della cover decision. Tra gli osservatori più abili presenti a Cop ci sono anche i membri del gruppo Italian Climate Network che ha rivelato come dietro le quinte, a differenza di anni passati, la Cina si stia dimostrando sempre più attiva nell’intestarsi la battaglia climatica. Nonostante Pechino (quasi a sorpresa) abbia rifiutato di mettere miliardi nel fondo delle foreste (TFFF) creato e lanciato con tanto entusiasmo dal governo Lula, tra brasiliani e cinesi grazie alla mediazione del ministro dell’ambiente Marina Silva sembra infatti essere nata una buona intesa. Ovviamente è ancora molto presto per parlare di accordi ma sembra che all’interno della cover decision ci siano dettagli di “un accordo politico al massimo livello tra Brasile e Cina, siglato prima della Cop” sostengono da Italian Climate Network. In pratica il Brasile vorrebbe far convergere tutti i Paesi “su un nuovo mandato politico sotto l’Accordo di Parigi, adottando una roadmap con date e scadenze per l’uscita graduale e ordinata dai combustibili fossili entro un decennio, basata sul testo del Global Stocktake del 2023 e in linea con la scienza e con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi”.
Il fatto che Brasile e Cina possano spingere il negoziato addirittura a trovare “date” e precise scadenze su cui convergere per la fine dei combustibili fossili sarebbe realmente un piano d’azione incisivo rispetto al “transition away” annunciato due anni fa a Dubai - in sostanza l’uscita dai combustibili fossili nella transizione giusta - che però finora è rimasta solo un'idea sulla carta. Ovviamente per ora si tratta solo di un'ipotesi: la Cop30 si concluderà infatti ufficialmente il 21 novembre ed è troppo presto per sbilanciarsi. Ma Jacopo Bencini, presidente di Italian Climate Network, non nasconde a Green&Blue un certo entusiasmo. “La presidenza brasiliana di Cop30 ha detto per mesi che con questa conferenza saremmo entrati nel mondo nuovo del post-negoziato, ora che l'Accordo di Parigi è completo di ogni sua componente. Con la proposta brasiliana sulla cover decision, per quanto ancora negoziata con attenzione dietro le quinte per non urtare alcuna sensibilità utile, entriamo anche nel mondo nuovo delle Cop dei Brics. L'asse Brasilia-Pechino è visibile qui a Belém. Per la prima volta la Cina parla nelle singole sale, interviene, non si nasconde dietro lo scudo dei piccoli, del G77. Il Brasile intanto spinge sui risultati politici di alto livello tramite l'impegno in prima persona della sua leadership nazionale. Non sappiamo dove porterà questa proposta, ma potremmo essere oggi davanti ad una vera ripartenza del multilateralismo del clima con attori diversi” spiega Bencini.
In questo contesto si inserisce il ruolo della Colombia di Gustavo Petro, realtà che spinge per l’abbandono del fossile e ha già rinunciato a nuove esplorazioni. La stessa Colombia punta a un vertice nel 2026 di tutti gli attori che si vogliono smarcare da quei combustibili fossili che, al contrario, sono diventati un obiettivo fisso di Donald Trump. Nell’asse Brasile-Cina, in cui paesi sudamericani potrebbero dunque giocare un ruolo importante, dovrà però arrivare un segnale forte da Pechino che - a giudicare dall’impegno cinese - non è poi così impossibile. La Cina di recente ha superato Tesla come principale produttore di veicoli elettrici (è responsabile di oltre il 70% del mercato elettrico globale), ha in parte abbandonato diversi progetti a carbone (sicuramente quelli all’estero) e sta investendo in energia pulita in oltre 50 paesi, oltre che in centrali nucleari sul suolo cinese, il tutto mentre domina anche nel mercato delle terre rare che sono fondamentali per le batterie elettriche.
Questa spinta cinese è la spinta del futuro anche secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia che ieri ha pubblicato il World World Energy Outlook 2025: in sostanza dice che tra oggi e il 2030 verranno costruite più energie rinnovabili che negli ultimi 40 anni messi insieme. In ottica decarbonizzazione, è un’ottima notizia. Ma le ali di questo entusiasmo potrebbero essere facilmente sferzate dalle irruzioni del governo Usa che, al contrario degli altri Paesi riuniti a Belem, spera in un sostanziale flop della Cop. Uno dei metodi usati da Donald Trump per provare a mettere un bastone fra le ruote anche in termini climatici, si sa, è la disinformazione. Anche per questo alla Cop30 ieri dodici paesi hanno firmato la Dichiarazione sull'integrità delle informazioni sui cambiamenti climatici. In pratica un accordo anti-disinformazione, il primo in cui c’è un impegno formale nello sradicare le fake news. La dichiarazione invita i governi le imprese e il mondo accademico a promuovere un'informazione accurata e a contrastare il negazionismo climatico e tra i firmatari vede Brasile, Canada, Cile, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Spagna, Svezia, Uruguay, Paesi Bassi e Belgio. Una firma che ha un valore centrale se si osservano i numeri pericolosi della disinformazione climatica. Per esempio un report di Coalition Against Climate Disinformation sostiene che negli ultimi mesi, proprio relativamente alle Cop, c’è stato addirittura un aumento del 267% della disinformazione sui media e online da luglio a settembre 2025.