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Cop30, la marcia degli indigeni: “L’Amazzonia non è dei ricchi, nessuno tocchi la nostra terra”

Indigenous people arrive at the Indigenous Camp on the day of the opening ceremony of the UN Climate Change Conference (COP30), in Belem, Brazil, November 10, 2025. REUTERS/Anderson Coelho
Indigenous people arrive at the Indigenous Camp on the day of the opening ceremony of the UN Climate Change Conference (COP30), in Belem, Brazil, November 10, 2025. REUTERS/Anderson Coelho (reuters)

A Belém sono sbarcati migliaia di rappresentanti dei popoli amazzonici. Il leader Raoni: “La risposta alla crisi climatica siamo noi”

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BELÉM (Brasile) - La samba si interrompe solo quando il grande capo indigeno Raoni Metuktire sta per prendere la parola. Ha quasi un secolo sulle spalle, il leader di tutti i popoli indigeni dell’Amazzonia, ma questo evento non se lo sarebbe perso per nulla al mondo: “Siamo qui per fare la storia, dobbiamo unirci e fermare la distruzione della natura. La risposta alla crisi? Siamo noi”. Il messaggio del 93enne carismatico leader del popolo Kayapò è un grido di battaglia dei popoli indigeni feriti che ieri hanno navigato sul fiume Guamà, nella baia di Belém, a bordo di oltre 100 imbarcazioni tra battelli e piccole lance a motore. In migliaia, senza scarpe, con i copricapo ricoperti di fiume e persino arco e frecce ancora in mano, hanno navigato per settimane dormendo a bordo di amache sulle navi partendo dal cuore dell’Amazzonia, dal Perù alla Colombia all’Ecuador sino al Brasile per arrivare al cospetto di potenti, delegati e leader mondiali riuniti alla Cop30.

Nelle sale della grande conferenza sul clima i negoziatori si pongono domande su come fermare emissioni e crisi del clima, i popoli indigeni si propongono come la risposta. Spiegano che bisogna fermare l’agricoltura intensiva - come quella della soia - che sta distruggendo l’Amazzonia, polmone verde che si sta trasformando in savana ed è passato da essere pozzo a fonte di carbonio. I cartelli sono contro l’”agrosoia”, la deforestazione, le infrastrutture idriche invasive, i permessi petroliferi come quelli che il governo Lula ha da poco autorizzato nel Rio delle Amazzoni. Gli indigeni chiedono al mondo di fare un passo indietro, di ridare spazio alla natura “che ho visto scomparire” ricorda Raoni. In certe zone dell’Amazzonia gli uccelli non cantano più, raccontano a bordo di una nave i quilombola (i discendenti delle comunità africane), gli indios del fiume, i pescatori e i contadini, e anche le piogge a causa delle emissioni create altrove stanno mutando completamente nella grande foresta pluviale grande due volte l’India. Colpirla ancora, sarebbe la fine: “Non lo permetteremo - tuona il leader del Mato Grosso davanti a quasi 300 capi indigeni - l’ho detto a Lula e Macron: non trivellare qui, non costruire ferrovie”.

Chiedono, i rappresentanti del “vertice dei popoli”, di avere più diritti nella gestione delle terre e potere decisionale anche all’interno della Cop30. Temono, come dicono gli scienziati, che se alle tendenze attuali a fine secolo arriveremo a +2,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali l’Amazzonia sarà già un “punto di non ritorno”. Lontano 10 chilometri, tra i padiglioni della conferenza dove martedì sera al contrario dell’evento festoso della flottiglia ci sono stati scontri fra attivisti e forze dell’ordine, l’ex vicepresidente Usa Al Gore riferendosi alla crisi del clima e le foreste dice che è "letteralmente folle che permettiamo che tutto questo continui”. Eppure, nonostante ci sia una generale sensazione positiva per la riuscita del vertice, il grande elefante nella stanza, i combustibili fossili, continuano a non essere l’oggetto primario di discussione, così come i danni dell'agrobuisness. “Se i fondi, anziché andare alle industrie estrattive, fossero diretti ai popoli tradizionali che proteggono la foresta forse le cose cambierebbero” dice a bordo della “Carovana della Risposta” una giovane attivista indigena. Dopo aver parlato, chiede di fare un selfie insieme, mentre al suo fianco c’è una famiglia Guaranì che finora non era mai uscita dalla foresta. Contrasti di un mondo, quello indios, che teme la perdita di tradizioni ancestrali, con i giovani che si allontanano e la tecnologia che avanza, ma che nella battaglia climatica e della difesa delle proprie terre sembra aver trovato uno slancio comune. “Uniamoci - incalza Raoni - perché se in passato i nostri antenati combattevano fra di loro, noi invece dobbiamo convivere pacificamente dato che oggi abbiamo tutti lo stesso problema e nemico comune”. Il nemico è la crisi del clima e le scelte dei Paesi più industrializzati che stanno cambiando le temperature della Terra e dell’Amazzonia. Un nemico “che non è solo nostro, è anche vostro” dice Raoni ai pochi occidentali presenti sulla flotilla indigena. Siamo tutti sulla stessa barca.