BELÉM(Brasile) – E l’Italia dov’è? Qui a Cop30 il padiglione tricolore è abbastanza visibile, in effetti: vicino a quello dei padroni di casa brasiliani. E sfiorato, fortunatamente senza alcuna conseguenza, dalle fiamme che ieri hanno stravolto i lavori della Conferenza sul clima. Capita anche di incontrare con una certa frequenza il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin lungo l’immenso corridoio su cui si affacciano le sale negoziali. O l’Inviato speciale per il clima Francesco Corvaro. L’altro giorno, per esempio, era mescolato ai giornalisti che assistevano alla conferenza stampa del Commissario europeo per il Clima Woepke Hoekstra: “Il ministro mi ha chiesto di venire a sentire”. Strano modo, per la delegazione italiana, di informarsi sulla posizione europea…
Ma se fisicamente è possibile rintracciare i rappresentati del nostro Paese, comprenderne il ruolo e la posizione politica, nella difficile trattativa sul clima in corso a Belém, è una impressa assai più ardua. Da questo punto di vista, l’Italia brilla per la sua assenza a Cop30. Fin dall’inizio, con la premier Giorgia Meloni che non ha ritenuto di dover venire in Amazzonia per presenziare al pre-vertice dei capi di Stato e di governo, delegando un ignaro ministro degli Esteri Antonio Tajani. E la strategia del non farsi notare (se non per photo opportunity, con la ministra brasiliana dell’Ambiente Marina Silva o con il Segretario generale dell’Onu Antonio Guterres) è proseguita quando si è entrati nel vivo dei negoziati ed è sbarcato a Belém Pichetto Fratin. All’inizio di questa settimana è diventato chiaro che una partita fondamentale sarebbe stata quella della road map sulla “transition away” dai combustibili fossili, caldeggiata dal presidente brasiliano Lula. Che ne pensa l’Italia? “Dipende da cosa c’è dentro questa road map”, ha risposto Pichetto. “Se prevede l’uscita dal carbone entro il 2035 ci stiamo”. Come dire: noi i compiti a casa li facciamo, mica come gli altri (la Cina?). Forse in quei primi giorni di trattative ad alto livello, non era stato ancora spiegato al ministro il senso dell’operazione innescata da Lula: la road map non come un cronoprogamma con date e impegni precisi, ma come un percorso condiviso, che dia concretezza all’impegno preso a Dubai nel 2023 (da tutti i Paesi, Italia compresa) di uscire gradualmente dai fossili.
Anche nelle ore successive però la diffidenza di Pichetto Fratin (e immaginiamo di Palazzo Chigi) per la road map ha suggerito alla nostra delegazione a Belém di non esporsi. Quando 82 Pesi di tutto il mondo hanno firmato una richiesta esplicita in tal senso, i cronisti sono subito andati alla lettera “I”: c’era l’Irlanda. L’Italia no, unico grande Paese europeo assente, insieme alla Polonia. E pensare che appena sopra nell’elenco compariva Hungary, sì proprio l’Ungheria di Orban. Venerdì mattina i 50mila confluiti a Belém per Cop30 si sono svegliati con una bozza di accordo che molti hanno definito deludente, proprio per l’assenza di qualsiasi riferimento ai combustibili fossili. Oltre 30 delegazioni hanno espresso pubblicamente il loro dissenso. Tra questi, ancora una volta, molti big del Vecchio Continente: Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Svezia, Danimarca… E l’Italia? Non c’era, neanche stavolta.
Aldilà dei singoli Paesi membri, è il Commissario europeo Hoekstra ad aver espresso la durissima contrarietà dell’Unione: “Non lo accetteremo mai. E non accetteremo niente che sia anche lontanamente vicino a ciò che è ora sul tavolo. Dobbiamo assicurarci che il passaggio dai combustibili fossili all'energia pulita sia reale e scritto nel testo”. Il problema però è che senza il sì di tutti e 27 gli Stati che la compongono, la Ue non può firmare come blocco unico. E così, almeno nelle mobilitazioni di queste ore, si continua a procedere in ordine sparso. “La posizione italiana è quella di tenere fermi i riferimenti alla Cop28 di Dubai per quanto riguarda il percorso dei fossili e alla Cop29 di Baku per il fronte finanziario”, ha dichiarato Pichetto. E la parola “fermi” è forse quella che traduce meglio il pensiero suo e di Meloni. Ma questa di Belém è nata come la Cop dell’implementazione, del tradurre cioè in azioni concreti gli impegni enunciati nelle Conferenze passate. Tutto il contrario dello stare “fermi”. Difficile comprendere a questo punto la strategia, se ce n’è una, del governo italiano. Si può solo supporre che sia a uso principalmente interno: rassicurare l’opinione pubblica conservatrice, l’industria dell’automotive e tutti coloro che in Italia temono la transizione energetica. Se Cop30 dovesse avere un esito modesto, sarà stato merito dell’atteggiamento “pragmatico e non ideologico” dell’Italia. Se invece, con un colpo di reni, si raggiungesse a Belém un accordo sulla graduale transition away si potrà dare la colpa a qualcun altro. L’Europa, naturalmente.