Festival di Green&Blue 2026
I protagonisti

G&B Festival, Michael Oppenheimer: “Il mondo è un disastro ma possiamo curarlo”

Michael Oppenheimer, professore di Geoscienze e affari internazionali alla Princeton University, al Festival di Green&Blue
Michael Oppenheimer, professore di Geoscienze e affari internazionali alla Princeton University, al Festival di Green&Blue 

Il climatologo di Princeton apre il Festival di Green&Blue: ”Il bando dei Cfc nel 1987 dimostra che ci si può unire per sventare le minacce globali”

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1987. Da qualche decennio una seria emergenza ambientale sta minacciando l’equilibrio del Pianeta. E la comunità internazionale fa quadrato, decidendo di firmare un’intesa storica, il Protocollo di Montreal. I clorofluorocarburi (Cfc), gas impiegati su scala industriale in bombolette spray e frigoriferi, stanno letteralmente distruggendolo strato di ozono atmosferico, lo scudo che protegge la Terra dalle radiazioni ultraviolette. L’accordo siglato in Canada, e ratificato universalmente, bandisce l’impiego dei Cfc, imponendone l’eliminazione graduale. Oggi sappiamo che la decisione è stata giusta ed efficace: il buco dell’ozono è in lenta via di guarigione, e dovrebbe diventare impercettibilmente piccolo entro la fine di questo secolo. È proprio a questo precedente storico, un (raro) caso in cui la scienza e la politica globale hanno saputo dialogare e prendere decisioni nel momento giusto, che si appella Michael Oppenheimer, professore di Geoscienze e affari internazionali alla Princeton University e ospite di punta del Festival di Green&Blue.

Il mondo è un disastro ma possiamo sistemarlo, con Michael Oppenheimer al Festival Green&Blue 2026

Il mondo è un disastro ma possiamo sistemarlo, con Michael Oppenheimer al Festival Green&Blue 2026

Oppenheimer è un accademico di fama mondiale e una memoria storica dell’attivismo climatico: negli anni ‘80, prima ancora della firma del Protocollo di Montreal, quando il riscaldamento globale era un tema relegato per lo più a poche aule universitarie, era già in prima linea come chief scientist allo Environmental Defense Fund, che è oggi uno dei più grandi ed efficaci gruppi di attivismo ambientale non-profit statunitensi, dove ha lavorato per anni per “trasformare” le evidenze scientifiche in campagne di pressione politica, contribuendo per esempio in modo decisivo alle normative contro le piogge acide negli Stati Uniti. Per decenni, poi, è stato autore di spicco dell’Intergovermental Panelfor Climate Change (Ipcc) dell’Onu, l’organismo scientifico insignito del premio Nobel per la pace nel 2007.

Nella visione di Oppenheimer, il caso del buco dell’ozono è paradigmatico per illustrare la forza del concetto di noi, tema centrale del festival, inteso come azione collettiva di fronte a sfide apparentemente insormontabili. "Il mondo è sempre stato un disastro - dice - questo momento storico, in particolare, appare dominato dalla frammentazione. I conflitti bellici in corso, le profonde divisioni geopolitiche, il netto divario di responsabilità tra Paesi ricchi e economi e in via di sviluppo sembrano paralizzare ogni reale prospettiva di un’azione climatica comune. Eppure, il passato ci insegna che in questa cacofonia di disordine a volte ci sappiamo unire per risolvere problemi specifici. E questo non può mai essere fatto da una sola persona né da un solo Paese”. E qui entra in gioco, per l’appunto, il noi. A supporto di questa tesi, lo scienziato porta un altro esempio tangibile di cooperazione internazionale, basata in questo caso sulla deterrenza e sul buonsenso — anche se al momento è in equilibrio precario, tanto che il Bulletin of the Atomic Scientist ha spostato quest’anno le lancette del suo Orologio dell’apocalisse a 85 secondi dalla fine del mondo, e mai erano state così vicine — ossia “il fatto che negli ultimi 75 anni non ci siamo distrutti con le armi nucleari”.

Guardando al futuro, lo scienziato si concentra su uno dei punti più dolenti dell’attuale crisi climatica, ossia la resistenza della nostra economia e delle nostre abitudini all’abbandono dei combustibili fossili: la dipendenza da carbone, petrolio e gas naturale è strutturale, ma non va per questo considerata un monolite inattaccabile o “troppo grande per essere smontata”, parafrasando il celebre too big to fail: “Non servono magie”, spiega Oppenheimer. “Esistono degli ostacoli, certamente, ma possono essere smontati, pezzo dopo pezzo. È fondamentale analizzare quali siano le motivazioni profonde che spingono persone e governi all’azione, e puntare sulle soluzioni di cooperazione che già oggi funzionano”.

L’approccio “pragmatico” di Oppenheimer, maturato studiando le dinamiche delle calotte glaciali e gli scenari di ritiro pianificato delle coste a causa dell’innalzamento dei mari, suggerisce alla società di muoversi su due binari paralleli: il primo è quello della mitigazione, ovvero la riduzione drastica delle emissioni, guardando dati e possibilità con lucidità e senza farsi prendere dall’eco-ansia: "Nel mondo è in atto un profondo cambiamento energetico e dobbiamo trarne coraggio e ispirazione: queste sfide complesse si possono risolvere, l’alternativa è già qui”.

Il secondo binario è quello dell’adattamento rapido: il realismo ci impone di comprendere che anche se domani le emissioni si azzerassero di colpo e miracolosamente, i gas serra già accumulati in atmosfera e l’“elasticità” dei sistemi climatici continuerebbero a farci sentire gli effetti della crisi, come anomalie termiche, siccità, eventi meteorologici estremi, per decenni: "Dobbiamo riconoscere con onestà la portata della crisi, non possiamo permetterci di restare fermi: è imperativo agire subito, con infrastrutture adeguate e gestione del suolo, per salvare vite e risorse fin d’ora”. Non interventi miracolosi, ma un’azione collettiva determinata. Proprio come con il buco dell’ozono.