Festival di Green&Blue 2026
Lo zoologo

Nicola Bressi: “Non amiamo gli insetti ma dipendiamo da loro”

Lo zoologo Nicola Bressi sul palco del G&B Festival
Lo zoologo Nicola Bressi sul palco del G&B Festival 

L’esperto, ospite del Festival di Green&Blue, invita a riflettere: “Senza cervi e lupi un bosco vivrebbe, senza formiche, api, ragni e acari no”

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Dalla parte degli insetti. Impollinano, decompongono la materia organica, regolano gli equilibri biologici, rappresentano una risorsa fondamentale per molte altre specie. Sono dieci miliardi di miliardi, ma non se la passano tanto bene: Secondo l’Iucn, il 16% delle specie di insetti è oggi minacciato. Molte rischiano l’estinzione. Anche per questo lui, Nicola Bressi, ha deciso di schierarsi al loro fianco. Provando a denunciare quella che definisce “cecità entomologica”: “Li calcoliamo sempre meno – dice - Eppure un bosco senza cervi e lupi sopravvivrebbe. Senza formiche, api, ragni e acari no. Sono gli operai che ne garantiscono la sopravvivenza, mentre noi ci lasciamo incantare dalle specie più carismatiche. E se non consideriamo gli insetti, vuol dire che li consideriamo meno importanti“.

Lo zoologo Nicola Bressi sul palco del G&B Festival
Lo zoologo Nicola Bressi sul palco del G&B Festival 

Naturalista e zoologo, curatore del Museo di Storia Naturale di Trieste, da anni riferimento per chi voglia comprendere la biodiversità che ci circonda, Nicola Bressi prova allora a suonare la carica. Lo fa sul suo profilo X, dove aiuta il grande pubblico a riconoscere le singole specie, anche quelle che vivono nella propria stanza da letto, come racconta nel suo ultimo libro, Coinquilini bestiali. Conoscere, resistere o convivere con gli animali che si autoinvitano a casa nostra (Aboca Edizioni). Lo ha fatto anche al festival di Green&Blue 2026. “Sono partito da un dato significativo: noi mammiferi rappresentiamo meno dello 0.1% delle creature viventi, siamo un incidente non significativo. Gli insetti no, anche in termini di biomassa. E da loro dipendiamo anche noi“.

Eppure non ce ne accorgiamo, sostiene. Perché?

“Perché non ci assomigliano, e dunque non generano empatia. Non a caso usiamo il termine larve in modo spregiativo, ignorando che in quello stadio gli insetti possono mandare avanti un intero ecosistema. E in fondo sappiamo anche poco di loro, condizionati dai luoghi comuni. Uno su tutti: le farfalle vivono solo un giorno. Falso“.

Perché gli insetti stanno sparendo?

“Per cause molteplici. Perché usiamo troppi pesticidi: diffidate da quelli che promettono di essere selettivi. Ma scompaiono anche perché la crisi climatica li spiazza: un incremento di due gradi per noi è sopportabile, per loro meno. E scompaiono perché produciamo troppo inquinamento luminoso. Infine scompaiono perché, con l’agricoltura, sottraiamo loro habitat potenziale: l’ecologia ci insegna che ogni specie ha bisogno di un areale minimo in cui vivere. Tutto ciò comporta reazioni ecosistemiche a catena, non sorprendiamoci se vediamo meno rondini e passeri. E poi abbiamo bisogno degli insetti, in particolare degli impollinatori: stanno scomparendo decine e decine di specie di api selvatiche, non basterà quella domestica a continuare a farci produrre cibo“.

Meno specie di insetti non vuol dire meno insetti.

“Questo è un punto cruciale. Aumentano le specie generaliste: zanzare e cimici dei letti, per esempio. I moscerini nelle acque inquinate, le formiche nelle aree urbanizzate. Qualcuno dice che gli insetti non stanno sparendo: in realtà non spariscono quelli che ci danno più fastidio, è diverso“.

E ne arrivano di nuovi da lontano, anche da molto lontano.

“Le specie aliene sono un problema. Accelerano l’estinzione di specie endemiche, hanno impatti devastanti sulla flora. Penso alla cocciniglia tartaruga, che uccide i pini di Roma, o alla Popillia japonica, che desertifica interi filari di alberi e siepi in Lombardia. Come arrivano? Dalle piante che acquistiamo al vivaio, spesso importate“.

Nel libro invita ad approfondire la conoscenza degli insetti che abitano le nostre case.

“Sì, e parto da un presupposto: non tutti i nostri “coinquilini” sono uguali, ma sono tutti forme di vita complesse, e dunque interessanti. Alcuni ci danno fastidio, e vanno combattuti. Ma sono tutti da rispettare, perché sintesi di processi evolutivi che hanno consentito loro di adattarsi, in tempi brevi, alle nostre case“.

Esorta anche a tornare a osservare ciò che abbiamo intorno...

“Sì, come scrive Richard Louv ne L’ultimo bambino dei boschi. I motivi? Anzitutto, i maestri hanno smesso di insegnare il contatto con la natura. Quand’ero ragazzino, si faceva scienze nel giardino della scuola, altro che computer“.

Lei prova anche a smontare i pregiudizi sugli insetti più ‘spaventosi’. Ci fa qualche esempio?

“Il calabrone è percepito alla stregua di un killer assetato di sangue. In realtà non ha alcuna intenzione di farci del male: spesso è, anzi, più terrorizzato di noi. Insomma, è vittima di un razzismo ingiustificato, forse a causa delle sue dimensioni“.

Non tiferà per le zanzare?

“No, naturalmente. Ma credo che dovremo continuare a conviverci a lungo: hanno straordinarie capacità di adattamento e un alto tasso riproduttivo. La zanzara tigre è una specie tropicale che ritenevamo incapace di adeguarsi al nostro clima. E invece, eccola ovunque, nostro malgrado».

I suoi preferiti, sono i ragni sputatori.

“Coinquilini ideali, quelli del genere Scytodes: non mordono, non tessono ragnatele. Potessi, li alleverei“.