Sono un pilastro vitale del sistema Terra, ma anche un archivio sensibile delle sue trasformazioni più rapide e profonde. Mari e oceani: nel loro respiro profondo si riflette, oggi più che mai, la condizione stessa dell’equilibrio terrestre. Un equilibrio prezioso, ma sempre più instabile. Una instabilità su cui è impossibile non interrogarsi: le acque regolano il clima globale e custodiscono gran parte della biodiversità del Pianeta, una percentuale compresa tra l’80% e il 90%, rappresentando oltre il 90% dello spazio abitabile. Sono, insomma, il più grande serbatoio di vita con milioni di specie, molte ancora sconosciute. Eppure risentono sempre più delle conseguenti crescenti della pressione antropica.
Profondo blu, con Danovaro, Lomiri e D'India
“Sì, io parlerei di mare come di amico fragile, per citare Fabrizio De Andrè", esordisce Roberto Danovaro, docente all’università Politecnica delle Marche, tra i massimi esperti di biodiversità marina, ospite del nostro festival il 6 giugno. “Abbiamo a lungo pensato, sbagliandoci, che il più grande ecosistema del Pianeta, che si estende per 374 milioni di chilometri quadrati e al 50% è al di fuori della giurisdizione delle singole nazioni, fosse in grado di affrontare ogni tipo di problema. Ecco, da qualche decennio abbiamo scoperto che non è così. Le sue vulnerabilità sono oggi chiare: basti pensare allo sbiancamento delle barriere coralline, all’impoverimento delle praterie di Posidonia oceanica e delle grandi foreste algali, all’avanzata delle specie aliene, spesso a discapito di quelle autoctone. Tra gli agenti della sua progressiva distruzione, la pesca a strascico, che impatta su 5 milioni di chilometri, ‘arati’ da un’attività poco sostenibile, a tutti i punti di vista. E poi, naturalmente, c’è il cambiamento climatico, con cinque grandi ondate di calore in dieci anni“.
Annuisce Mariasole Bianco, esperta di conservazione dell’ambiente marino, scienziata e divulgatrice ambientale: al Festival di Green&Blue il 4 giugno parlerà proprio di crisi climatica. “Dal benessere del mare dipende la nostra stessa esistenza, l’oceano è la linfa vitale del Pianeta“, spiega. “Assorbe il 30% delle nostre emissioni, il 93% del calore in eccesso trattenuto in atmosfera: senza, la temperatura sulla Terra sarebbe di 36 gradi più alta – continua – eppure, trattandolo come immenso e potenzialmente infinito, lo abbiamo profondamente modificato. Il risultato? Oggi è sempre più caldo e acidificato, le acque sono deossigenate e vanno in difficoltà tutti gli organismi calcificati, coralli e ostriche in primis. Siamo vicini a quella che gli scienziati hanno chiamato sesta estinzione di massa“.
Bianco e Deotto: "Raccontare la crisi è una questione di sopravvivenza"
Ma non tutto è perduto. Realtà come Worldrise, fondazione non profit italiana, lavorano per la tutela e la conservazione dei mari attraverso progetti di biodiversità, educazione ambientale, arte e coinvolgimento delle comunità, promuovendo consapevolezza sull’importanza dell’oceano e azioni concrete per proteggerlo. “L’obiettivo è favorire un cambiamento culturale e sistemico, contribuendo alla salvaguardia di almeno il 30% dei mari italiani entro il 2030“, spiega Bianco. “Per questo proponiamo il manifesto “Nel Profondo”, che nasce dall’idea che il mare non sia qualcosa di distante, ma una parte essenziale della nostra vita, della nostra storia e del nostro equilibrio“. Il testo invita cittadini, aziende e istituzioni a unirsi per invertire la rotta, sostenendo una tutela efficace del mare.
Come? “Attraverso le aree protette, per esempio“, spiega Bianco. “Se ben gestite sono uno strumento fondamentale per tutelare la biodiversità marina, e al contempo un volano di sviluppo economico. – aggiunge – sfatiamo intanto il mito che siano santuari preclusi alla fruizione turistica, non è così. Favoriscono l’aumento del numero di specie e della taglia degli individui, creano benefici per le zone limitrofe e per la stessa pesca. Ma occorre una volontà politica chiara perché funzionino, altrimenti finiremo per l’ennesima volta a fare i conti con procedure d’infrazione“.
Insomma, bisogna rimboccarsi le maniche. Ma non è troppo tardi. “L’articolo 5 della Nature Restoration Law si focalizza sul mare e per la prima volta traduce nel concreto la consapevolezza che l’uomo debba rimediare al suo impatto“ – dice Danovaro – “ma ci sono modi e tecnologie per ripristinare gli habitat marini, riparando i danni. L’abbandono delle fonti energetiche fossili è essenziale. Lo è anche il censimento e la protezione dei rifugi climatici, hotspot profondi di biodiversità, complici le correnti fredde che mitigano il riscaldamento. Ci sono poi progetti pilota di Ispra“ – prosegue Danovaro - “che puntano sulla rigenerazione di banchi di ostriche, con benefici per la salute delle acque e per la protezione delle nostre stesse coste. Ancora: i percorsi di sviluppo e progettazione per l’energia eolica offshore, per esempio, hanno consentito di approfondire la nostra conoscenza degli ambienti profondi e della loro straordinaria biodiversità. In Italia abbiamo una grande concentrazione di canyon sommersi: conoscerli meglio vuol dire iniziare a tutelarli e proteggerli, evitando di concentrarci esclusivamente sulle sole aree costiere“.