Ha sentito l’urgenza di raccontare. E ha scelto di farlo con il fumetto. “Sì, avevo e ho la patente di testimone oculare degli effetti della crisi climatica in atto, una crisi talmente rapida ed evidente che ormai chi ha qualche anno alle spalle, come me, può avvertirne e misurarne gli effetti in prima persona, attraverso il suo vissuto personale“. Roberto Grossi è architetto e illustratore: ne La grande rimozione, edito da Coconino, affida a un saggio a fumetti, avvincente come un romanzo, il grande tema del disastro ambientale.
“Parto da una vecchia foto di famiglia, io sulla Mer de Glace, il più grande ghiacciaio del Monte Bianco. Sarà stato il 1979. Avevo 11 anni. Oggi il ghiaccio non c’è più“. Di qui l’esigenza di mettersi in gioco affidandosi alla documentazione scientifica e a una serie di appassionanti spunti narrativi. Per raccontare l’Antropocene, che Grossi affronta con la forza delle immagini, definendo la deforestazione, l’estinzione di intere specie animali, la comparsa di nuove pandemie, le guerre, la crescente disuguaglianza tra ricchi e poveri e l’aumento delle temperature medie sul Pianeta “parti intrecciate dello stesso gigantesco problema“.
Perché il fumetto può essere il linguaggio giusto per raccontare la crisi climatica?
“Il fumetto è un linguaggio ormai universalmente riconosciuto come complesso e versatile, con il vantaggio di essere economico, rispetto per esempio alle grandi produzioni video, e di essere di più facile lettura, rispetto alla saggistica più classica, anche a parità di informazioni veicolate. In più, è uno strumento in grado di generare empatia con i lettori. Ed è potentissimo“.
Il titolo fotografa la persistenza dei negazionismi. Perché c’è chi non crede alla crisi climatica?
“C’è chi non ci crede per mero terrore e chi, invece, nega con colpevole complicità. Non posso immaginare che non si comprenda l’accessibilità diffusa di un percorso di approfondimento di informazioni e dati, lo stesso che mi ha accompagnato nella stesura del libro. Basta leggere, basta osservare. E invece c’è chi sceglie di ignorare il problema. Il punto è che, nell’era di Trump, la situazione è ampiamente peggiorata. Ma ci sono cose che proprio non capisco: mentre scrivevo il libro l’Emilia-Romagna è stata più volte sommersa dall’acqua. Non sono fenomeni climatici eccezionali, ma la nuova norma: prenderne atto è fondamentale per affrontare il problema“.
C’è un termine che sembra averla colpita, e che ha fatto sua: solastalgia.
“Sì, lo trovo efficace nel descrivere il disagio emotivo provocato dal cambiamento o dal degrado dell’ambiente in cui una persona vive: una forma di sofferenza legata al fatto di vedere il proprio paesaggio familiare trasformarsi per la crisi climatica, ma anche a causa dell’aggressione urbanistica o di estrazioni minerarie. Un termine coniato dal filosofo australiano Glenn Albrecht: una di quelle parole indispensabili per raccontare fenomeni nuovi, mai sperimentati prima“.
Al contrario, non le piace la parola Antropocene.
“Il suo utilizzo diffuso alimenta la percezione che la responsabilità della crisi climatica e della perdita di biodiversità sia di tutti, mentre è innegabile che una parte consistente della popolazione mondiale non abbia colpe. Le responsabilità sono soprattutto dell’Occidente e di quella percentuale, di cui noi facciamo parte, che influisce realmente, con le sue scelte quotidiane, sulla salute del Pianeta. Per tacere dei super ricchi determinanti anche nelle dinamiche geopolitiche, oggi più che mai cruciali. Anche per questo preferirei si parlasse, piuttosto che di Antropocene, di Capitalocene“.
Nel libro disegna anche persone sommerse dall’innalzamento del mare.
“Mi è sembrata un’ottima metafora, l’innalzamento del livello del mare avrà conseguenze oggi inimmaginabili. Ho poi scoperto che anche il fotografo Nick Brandt ha utilizzato la stessa metafora“.
Da profano, come si autodichiara, ha efficacemente documentato lo stato delle cose.
“Non sono un biologo, ma osservo il mondo. Basta cogliere i dettagli: eventi estremi, alberi rinsecchiti dalle ondate di calore. Oltre a inchieste, articoli e rapporti, mi hanno aiutato la lettura di Atto di Dio di Giacomo Nanni. Per l’impostazione dei disegni mi sono ispirato a un illustratore di origini indiane, Anuj Shrestha. Mi ha molto colpito anche il film “Don’t look up”, che ha posto l’accento sull’impossibilità di scuotere l’opinione pubblica su una catastrofe imminente, anche di fronte a segnali inequivocabili“.
Oggi è pessimista?
“Il quadro non è incoraggiante, questo è certo. La finestra di tempo che abbiamo per intervenire si assottiglia sempre più, avremmo forse bisogno di un nuovo lockdown, magari trentennale, per far tornare a respirare il Pianeta. La corsa al riarmo ci ha distolto l’attenzione dalla transizione ecologica, che doveva essere una priorità. La pandemia doveva essere un campanello d’allarme: non solo non ci siamo arrivati preparati, malgrado fosse annunciata, ma – una volta alle spalle – siamo ripartiti con l’ossessione insensata della crescita, quasi non vivessimo in un Pianeta evidentemente finito“.