Verde e blu: i colori del Pianeta. Il verde delle piante, che con le loro 450 gigatonnellate di carbonio costituiscono la biomassa dominante, e il blu delle acque, che occupano circa il 70% della superficie terrestre, si incrociano in una parola piena di significato: biodiversità. Dal mondo scientifico è entrata ovunque, nelle scuole, nelle nuove generazioni, nelle piazze e nella politica. Dal 2022 è anche nella nostra Costituzione (articolo 9). È una parola recente. Viene formalizzata nel 1988 dal biologo Edward O. Wilson, che la utilizza per sintetizzare la varietà della vita sulla Terra. In origine, il concetto ha un significato preciso e tecnico: descrive la diversità biologica articolata su tre livelli fondamentali - la diversità genetica (variabilità all’interno delle specie), la diversità di specie (numero e varietà di organismi) e la diversità degli ecosistemi (insiemi di comunità viventi e ambienti fisici).
La natura da imitare, con Paola Bonfante
Poi, a partire dagli anni ‘90, il termine esce progressivamente dal contesto strettamente scientifico per entrare nel linguaggio pubblico, nelle politiche ambientali e nei dibattiti internazionali, anche grazie a eventi come la Convenzione sulla Diversità Biologica (1992). In questo passaggio, biodiversità acquisisce una dimensione valoriale: non è più soltanto un oggetto di studio, ma diventa qualcosa da preservare, tutelare e promuovere. Nella sfera sociale e politica, il termine viene così declinato in contesti molto diversi - dalla conservazione della Natura all’agricoltura sostenibile, dall’educazione ambientale ai boschi urbani, dalle strategie economiche fino all’arte contemporanea. In Piante, Noi e loro (Il Mulino 2026) ho voluto incrociare i temi del verde e della biodiversità con il Noi, quell’umanità che da sempre poggia la sua esistenza sul mondo vegetale, fin da quando ha iniziato a coltivare le piante inventando l’agricoltura 10mila anni fa. Ma il Noi include un’umanità che non fa della biologia sperimentale la sua professione e che guarda alle piante attraverso la lente dei sentimenti e non della sola ragione.
Da sempre l’essere umano attribuisce un valore simbolico alla parola pianta (a partire dall’Albero della conoscenza della Genesi, all’Albero della vita che Darwin usa come metafora della sua teoria dell’evoluzione) e questa lettura è ben presente nel mito. Nelle sue Metamorfosi Ovidio illustra tanti esempi di umani trasformati in piante, a partire da Dafne trasformata in alloro per sfuggire ad Apollo fino a Narciso che si trasforma nel fiore omonimo. C’è una continuità tra mondo animale e vegetale nel mondo antico, continuità che si trova tuttora nelle società dove la foresta è parte integrante della vita quotidiana. Ci sono dei Noi che non “vedono” letteralmente le piante (la plant blindness), dominati da un’idea di un mondo in movimento come quello vincente, mentre altri di noi antropomorfizzano le piante facendole diventare esseri viventi che come noi parlano, cooperano e si dimostrano intelligenti.
Il dibattito sull’intelligenza delle piante è più emotivo che scientifico: come ricercatori spieghiamo i processi che caratterizzano il comportamento delle piante e che vengono giudicati “intelligenti” (il rispondere a stimoli luminosi, alla gravità, al tocco) grazie alle caratteristiche genetiche, molecolari, fisiologiche degli organismi vegetali. Le capacità adattative delle piante sono straordinarie: nate 450 milioni di anni fa, sono sopravvissute con successo a tutti i cambiamenti geologici, dalle grandi estinzioni alle glaciazioni, come dimostra il numero straordinario di specie che si sono evolute e che hanno colonizzato tutti gli ambienti. Le piante sono “altro” da noi: ridurle alla nostra dimensione umana sottovaluta l’unicità dei loro meccanismi, come le loro capacità autotrofiche che sono alla base di tutte le catene alimentari del mondo animale.
Ma non solo: le piante sono al centro di una narrazione di genere che vede le donne interessate mondo vegetale fin dal medioevo quando erano identificate come streghe. Amsel Kiefer nelle sue Alchimiste (2026) le illustra come affascinanti proto-scienziate, proto-botaniche. Ma oggi le piante si ritrovano in guerra, trascinate dalle contese degli umani: dalle guerre del Vietnam, dell’Ucraina, di Gaza fino all’Iran e al Libano rimangono ferite profonde anche per le piante che avranno bisogno di decenni e decenni per ritornare ad essere foreste, frutteti, uliveti. Come non possiamo immaginare la vita sulla Terra senza piante, così non possiamo immaginare un’umanità che non si relazioni - in modo consapevole o no - con le nostre compagne verdi attraverso le molteplici strade della ragione e dei sentimenti.