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Falconara Marittima prova a voltare pagina sotto una nuova bandiera

Falconara Marittima prova a voltare pagina sotto una nuova bandiera

La raffineria Api è ora della Socar, compagnia petrolifera dell’Azerbaijan. Le persone combattono da 23 anni per la propria salute e la tutela del territorio sperando in una svolta

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“Tra pochi giorni, il 7 marzo, riempiremo i pullman di persone per bene e andremo a Roma, davanti ai palazzi del potere. Daremo un segnale di dignità a un Paese che sembra averla persa”. Nelle parole di Roberto Cenci c’è l’amarezza di chi si batte da anni per il suo territorio e non ha visto cambiare nulla. Ma c’è anche la determinazione di chi sa che non è il momento di mollare. La storia, lunga 70 anni, della raffineria di Falconara Marittima è a una svolta. E i comitati cittadini che lottano per aria e acqua pulite (Mal’aria, Falkatraz, Onda Verde, che ha Cenci tra i fondatori) temono però che la svolta imminente possa perfino peggiorare le cose.

Gli impianti dello stabilimento industriale si affacciano sul mare
Gli impianti dello stabilimento industriale si affacciano sul mare 

Per capire di che si tratta occorre tornare al 15 settembre 2025, quando la Reuters e altre fonti di informazione danno la notizia che la famiglia Brachetti-Peretti ha annunciato la vendita della sua azienda petrolifera IP-Api alla Socar, compagnia petrolifera di Stato dell’Azerbaijan. Valore dell’operazione stimato: tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro. La Socar, interessata a penetrare nel mercato europeo, punterebbe soprattutto alla rete di distributori di benzina e gasolio (oltre alle pompe di benzina Ip e Api ci sono quelle precedentemente a marchio Erg e TotalErg): circa 5000 in ogni angolo della Penisola, più di quanti ne abbia Eni. Sono comprese le raffinerie di Trecate (Novara) e appunto Falconara Marittima.

L’impianto marchigiano è però da decenni al centro delle polemiche. E non solo per la preoccupazione degli abitanti: dal 2003 l’area è un Sito di interesse nazionale.Per comprendere l’entità del problema è sufficiente leggere quanto scrive il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica: “Il perimetro comprende un’area marino-costiera di circa 1.200 ettari e un territorio di circa 108 ettari nel quale convivono attività residenziali, terziarie e insediamenti industriali a forte impatto ambientale come l’area di Api Raffineria di Ancona S.p.A. [...]. Il Sito è interessato dalla presenza di uno stabilimento industriale dismesso che produceva concimi fosfatici e dall’arenile prospiciente. Quest’area è denominata ‘Ex Montedison’ …. In data 20 luglio 2010 è stato sottoscritto, tra il ministero, la Regione Marche, la Provincia di Ancona, il Comune di Falconara Marittima e l’Autorità Portuale di Ancona, l’Accordo di Programma ‘Per la definizione degli interventi di messa in sicurezza e bonifica delle aree comprese nel Sito di bonifica di Interesse Nazionale di Falconara Marittima’. Attualmente detto Accordo risulta scaduto e sono in corso le interlocuzioni per definire un nuovo Atto…”.

Accordo scaduto e trascorsi 23 anni da quando il governo ha riconosciuto il problema, cosa è cambiato? "Assolutamente nulla”, risponde Cenci. “Non c’è stato alcun intervento di bonifica. Però sono stati raccolti moltissimi dati sull’impatto che la raffineria ha avuto e ha sulla salute delle persone”. Sul sito del Comitato Mal’Aria sono pubblicati gli studi epidemiologici fatti in questi anni sulla popolazione di Falconara. “Report che evidenziano un eccesso di patologie tumorali e non tumorali”, dice Cenci, “Ci hanno studiati anche per gli aborti spontanei e le malformazioni congenite, ma non sono mai state prese contromisure”.

Coltivazioni a ridosso della raffineria
Coltivazioni a ridosso della raffineria 

Sotto accusa soprattutto il benzene disperso nell’aria e le contaminazione dei suoli e delle acque sotto la raffineria, con gli inquinanti che finiscono in mare (e non è un caso che la superficie marina del SIN sia molto più estesa di quella terrestre). Un mese fa Onda Verde ha lanciato l’allarme benzene, mostrando come le concentrazioni rilevate tra ottobre e gennaio vicino alla raffineria, pur essendo entro i limiti consentiti superassero di gran lunga quelli di altre località delle Marche: da tre a 5 volte superiori a quelli rilevata alla stazione di Ancona, da 2 a 4 volte maggiori di quella di Chiaravalle, fino a 3 volte quella di Jesi, Pesaro, Macerata, San Benedetto.

"Un meccanismo che conosciamo bene”, spiega Cenci, “l’azienda spinge la produzione in certi giorni, in modo però che sul lungo periodo i dati relativi alle emissioni siano nella norma. Una volta producevano di più di notte, in modo che il loro benzene non si sommasse a quello del traffico automobilistico diurno”.

Da settembre scorso della raffineria di Falconara si discute anche nelle aule del Tribunale di Ancona. Il processo che ha tra i capi di imputazione quello di disastro ambientale è stato innescato da un incidente accaduto nel 2018, quando il tetto di un serbatoio per il petrolio si inclinò, lasciando uscire le esalazioni. “L’aria rimase irrespirabile per settimane nei quartieri vicini: mille persone andarono dai carabinieri a sporgere denuncia”, racconta Cenci.

Come in altri siti industriali, anche a Falconara era andato in scena per decenni il baratto: posti di lavoro in cambio del silenzio sull’inquinamento. Negli anni Settanta una famiglia su tre aveva qualcuno occupato in raffineria. L’episodio del 2018 fu però il segnale che qualcosa era cambiato. "Fino ad allora c’era da aver paura a parlar male dell’Api. Ora riceviamo le segnalazioni anonime dai lavoratori”, racconta un attivista. L’inchiesta è durata 4 anni. “È stata preziosa”, dice Cenci, “perché gli inquirenti, entrati in raffineria, si sono resi conto di quanto noi raccontavamo da anni: perdite di idrocarburi nel suolo, nell’acqua di falda e in mare. Oltre una carente manutenzione degli impianti. In aula venivano mostrate le prove”. In realtà, già nel 2014 lo Stato era diventato consapevole dei rischi, tanto che con un decreto ministeriale l’Api fu obbligata a prendere misure di Messa in sicurezza operativa del sito (Miso). Praticamente una depurazione dei liquidi contaminati, che, una volta ripuliti, attraverso le fognature vengono buttati in mare. “Un sistema ritenuto né sufficiente né adeguato”, spiega Fabrizio Recanatesi, attivista di Falkatraz, “tanto che da oltre due anni è in corso un procedimento di riesame sulle bonifiche all’interno della raffineria”.

Questo è, in sintesi, lo scenario su cui si innesta la vendita del colosso Ip-Api agli azeri della Socar, annunciata il 15 settembre scorso. "Un’operazione che si può fare solo con il Golden power del governo italiano, che deve prevedere paletti precisi”, dicono i rappresentanti dei tre comitati. Il primo punto è la creazione di un fondo si garanzia con cui fare le bonifiche nella raffineria. “I soldi ce li può mettere chi vende, o chi compra, o entrambi. L’importante è che, in un’operazione da 3 miliardi, si trovino”, dice Recanatesi. La seconda condizione riguarda lo sblocco delle operazioni di messa in sicurezza della raffineria ferme da oltre 2 anni al Mase per evitare che si continui a buttare in mare residui di idrocarburi. La terza riguarda il processo in corso: “Non è scontato che l’Api venga condannata, nonostante le prove”, ammette Cenci “ma se dovesse succedere, va chiarito già da ora dal governo chi si prenderà la responsabilità dei risarcimenti. Non vogliamo che i nuovi proprietari, possano dire ‘non spetta a noi’ e i vecchi ‘non ci riguarda più’”.

Qualche segnale c’è. “Recentemente il governo ha ammesso la necessità di esercitare il Golden power sull’operazione di vendita di Ip-Api alla Socari”, conferma Recanatesi. “Il 7 marzo saremo davanti ai palazzi della politica per chiederlo con forza e fermare il disastro ambientale a Falconara”.