Parco della Rinascita. Un nome didascalico, interprete del malcelato desiderio di una città, Bari, che ha a lungo coltivato il sogno di cancellare, risanare, ripartire e che ora vede il traguardo all’orizzonte. Finalmente. Quindici ettari, vi si incrociano i quartieri Japigia, Madonnella e San Pasquale: qui - dal 1933 al 1985 - la Fibronit ha avuto i suoi stabilimenti di produzione di manufatti in cemento-amianto. L’hanno battezzata, con il tempo, “fabbrica della morte”: centinaia di operai e residenti delle aree limitrofe hanno perso la vita a causa del mesotelioma pleurico. Respiravano polveri di amianto, quotidianamente o quasi: malattie insorte anche molto oltre la chiusura della fabbrica. Anche per questo oggi, mentre l’ex gigante dismesso si avvia a diventare un luogo di incontro e di socialità, non lascia indifferente la comunità.
"Come potrebbe, del resto?", fa spallucce il sindaco di Bari, Vito Leccese. "La realizzazione del Parco - dice - è la chiusura di un lungo percorso fatto di battaglie civili, dolore, morte e responsabilità collettiva: è un luogo che torna alla città dopo essere stato per decenni una ferita aperta nella storia di Bari, che nessuna opera potrà mai cancellare".
Cantieri ampiamente avviati, decisivi i fondi del Pnrr, per complessivi 12 dei 16 milioni di spesa: entro giugno il parco - che integrerà ampie superfici verdi con sistemi di forestazione urbana, piazze e percorsi, con dotazioni per attività sportive, aree giochi per bambini, percorsi accessibili e spazi polifunzionali - aprirà al pubblico. Nuove piantumazioni garantiranno l’assorbimento di 700 tonnellate di anidride carbonica all’anno. "Questo è il risultato dell’impegno della cittadinanza attiva, ma anche della determinazione di chi ha creduto possibile questa trasformazione", aggiunge il primo cittadino. Tra questi, Maria Maugeri, già assessora all’Ambiente: alla fine degli anni ‘90, sostenne la variante urbanistica che ha consentito il passaggio da suolo edificabile a verde pubblico attrezzato. Già, l’ex area Fibronit ha rischiato di diventare qualcos’altro, complice una mega-lottizzazione edilizia scongiurata in extremis.
Una figura chiave è quella di Nicola Brescia, dal 2003 presidente del comitato cittadino Fibronit: "Ho dedicato 25 anni a questa battaglia, avevo acquistato casa nel 1989 in un quartiere a ridosso dello stabilimento e ho iniziato ad approfondire, ci siamo scontrati con burocrazia e malaffare, scoperchiando un vero e proprio vaso di Pandora. Ho conosciuto persone che si erano ammalate, abbiamo con tenacia perseguito una linea di intransigenza: risanare e restituire l’area alla collettività, con un Parco. Siamo vicini al risultato ma non molleremo".
Una storia complessa, come le tante di un’Italia che di fronte ai disastri ambientali ha a lungo preferito girarsi dall’altra parte. Fu uno studente di geologia, Antonello Fiore, a raccogliere un campione di scarti di lavorazione. Il responso del laboratorio fu una sentenza: ancorché dismessa, la fabbrica era una “bomba ecologica”. Ne avevano già avuto sospetti fondati gli operai: "Altro che fatalità, la fabbrica non sia luogo di sterminio - avevano denunciato, inascoltati, nel 1975 - Di 300 operai, 150 sono rimasti invalidi". Solo 25 anni e più di 600 decessi dopo la fabbrica sarebbe stata dichiarata sito inquinato di interesse nazionale. Ma 50 anni di produzione ininterrotta avevano lasciato in eredità grandi quantità di rifiuti tossici. Anche per questo il progetto di edificare palazzi, sottopassi e un centro commerciale, in un’area ancora carica di amianto, trovò l’opposizione della cittadinanza.
"Qui si sarebbe costruito senza tener conto di cosa c’era sotto", ricorda Brescia. Fiaccolate e petizioni, la richiesta - prima delle amministrative del 2004 - che i candidati sindaci sottoscrivessero un impegno chiaro per la bonifica. Firmò Michele Emiliano, che sarebbe diventato sindaco. Quindi, il finanziamento della giunta regionale guidata da Nichi Vendola: 10 milioni di euro per la messa in sicurezza dell’area. Ecco, ma cosa farne dell’amianto? Scongiurando il trasferimento in altri siti, con il rischio della dispersione di materiale tossico nell’aria - dopo anni di lavori - è stato confinato e tombato, rinchiuso su sottosuolo impermeabile: soluzioni, queste, esplicitamente suggerite dalle perizie tecniche. "Ora sì, ci sentiamo sicuri", dice Brescia. Così, solo così, si è potuto costruire il Parco della Rinascita.