Non servono solo le regole
Isole

Esercitazioni e poligoni, il prezzo ambientale della militarizzazione in Sardegna

L’ex base all’isola di Santo Stefano concessa agli Usa e chiusa nel 2008
L’ex base all’isola di Santo Stefano concessa agli Usa e chiusa nel 2008 

Migliaia di ettari con arsenico, piombo e altri metalli. Risultato, come scrive la commissione parlamentare d’inchiesta: “inquinamento di suolo, acqua e aria”

4 minuti di lettura

C’è un proiettile conficcato nel cuore della Sardegna che nessuno sembra voler davvero estrarre. Quando la ferita fa troppo male, come la scorsa estate, i sintomi portano ad azioni necessarie come vietare il pascolo delle pecore, poi però tutto ricomincia come prima. Si va avanti così da oltre settant’anni e tra rimbalzi di responsabilità, “autocertificazioni” e sacrifici, l’isola continua a pagare l’enorme prezzo della militarizzazione. Spesso infatti quando pensiamo a siti o luoghi contaminati che necessitano di bonifiche immaginiamo aree dove le esigenze del profitto industriale hanno mutato per sempre i territori, ma qui in Sardegna è un’altra storia: è il comparto bellico, della difesa, delle basi messe a disposizione per vari eserciti, a impattare su migliaia di ettari di terreno con inquinamento che va dai metalli pesanti fino alla dispersioni di armi in mare.

La Sardegna è infatti per eccellenza la regione delle servitù militari italiane. Soprattutto a partire dagli anni Cinquanta nell’isola c’è stata una continua espansione dei territori da dedicare a esercitazioni, sperimentazioni di armi, lanci di missili e attività belliche. In questa terra dove vive circa un milione e mezzo di abitanti ci sono infatti ben 31 basi militari, oltre il 65% di quelle presenti in tutta Italia. Più di 35mila ettari sono dedicati solo ai soldati e il 4% delle coste risultano interdette alle attività umane e civili.

Qui, ha rilevato un resoconto della Commissione d’Inchiesta sull’uso dell’uranio impoverito, viene sparato l’80% di tutto il munizionamento italiano. E sempre qui, a Sud, esistono alcuni dei poligoni più grandi d’Europa come quello sperimentale e di addestramento di interforze noto come Salto di Quirra, quello di Capo Teulada o di Capo Frasca. Stiamo parlando, soprattutto per i primi due poligoni, di aree grandi quanto intere città. La zona del Salto di Quirra comprende una superficie di 13mila ettari quadrati a Perdasdefogu (più grande di quella di Parigi) e una a mare a Capo San Lorenzo di duemila ettari.

Il poligono di Capo Teulada durante l’esercitazione Joint Star nel 2023
Il poligono di Capo Teulada durante l’esercitazione Joint Star nel 2023 (ansa)

Il poligono di Capo Teulada, istituito nel 1956, comprende invece un territorio di oltre 7.400 ettari con circa 30 chilometri a mare militarizzati. Qui i soldati dell’esercito italiano, ma anche gli alleati della Nato, si esercitano tutto l’anno nonostante sia comprovata la presenza di inquinanti dettati soprattutto dai metalli pesanti come piombo, cadmio o tallio.

Un passato rapporto dell’Ispra indicava come l’arsenico e il piombo presenti nell’area fossero addirittura di almeno 13 volte superiori ai livelli consentiti dalla legge. In particolare, c’è un perimetro, chiamato Delta, martoriato nei decenni da colpi di mortaio e missili, bombardato praticamente senza sosta: è interdetto al passaggio di persone e civili ed è talmente comprovata la presenza di residui bellici ed esplosivi, così come di contaminanti, che è diventato simbolo di un Capo Teulada ormai “non più bonificabile”.

Il problema è che è estremamente complesso conoscere con trasparenza l’esatto livello inquinante di missili, bombe, carri armati, mezzi anfibi e altre armi che da oltre mezzo secolo impattano sull’isola. Finora infatti non c’è stato un reale e concreto obbligo di rendicontazione e spesso si passava per “autocontrolli”, anche se le cose potrebbero presto cambiare.

Da anni infatti diverse associazioni, da “A Foras” a “Gettiamo le basi” sino al Gruppo di Intervento giuridico o a Medicina Democratica, si battono contro l’occupazione militare e i danni ambientali e per la salute dei cittadini sardi. Grazie alle pressioni delle associazioni dopo quasi 70 anni di rimbalzi e silenzi nel 2025 per la prima volta l’Esercito ha presentato richiesta di Vinca (la valutazione di incidenza ambientale) per Teulada, iter che dovrà valutare l’impatto del “fuoco”.

Per le associazioni è il primo passo verso una svolta: "Non permetteremo mai più che la nostra terra venga usata come una colonia e combatteremo con ogni mezzo a nostra disposizione per fermare le esercitazioni militari, chiudere le basi e bonificare i poligoni", scrive A Foras. Sia la valutazione che eventuali future procedure di bonifica potrebbero però non bastare. Fra i pochi dati accertati infatti, come quelli del 2017 della Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti dell’utilizzo dell’uranio impoverito, emerge per esempio come nell’area Delta e lungo la costa tra il 2008 e il 2016 "il sito sia stato bersaglio di un munizionamento pari a 860mila colpi, che equivale a una misura in peso di residui di armamenti pari a circa 556 tonnellate" ed è stato comprovato l’uso di quasi 12mila missili Milan, alcuni finiti in mare. Residui che "innescano processi di inquinamento delle principali matrici ambientali (suolo, acqua, aria) e delle componenti vegetali e animali" scriveva la Commissione.

Ovviamente, la presenza di polveri, metalli pesanti e sostanze tossiche, impatta direttamente anche sulla salute dei cittadini. Nonostante vari processi in cui i capi militari negli ultimi anni sono stati sempre assolti davanti alle accuse di disastro ambientale, la Sardegna continua a non trovare risposte davanti alle evidenze. Uno dei casi più inquietanti è quello del gigantesco poligono del Salto di Quirra, in provincia di Nuoro, per cui è stato coniato anche il concetto della “Sindrome del Salto di Quirra”. Qui a partire dagli anni Duemila, con successivi studi scientifici, si sono osservate e registrate malformazioni negli animali (come gli agnelli) e un aumento dei casi di tumori o malattie fra la popolazione, soprattutto fra i pastori. Si parlò di “sindrome” proprio perché le malattie riguardavano soprattutto chi esercitava o viveva vicino al poligono. Anche se le varie cause hanno portato ad assoluzioni, gli stessi processi conclusi hanno di fatto riconosciuto l’inquinamento ambientale dei siti militari.

Di recente, la deputata di Alleanza Verdi e Sinistra Francesca Ghirra è tornata a portare la questione davanti al ministro della Difesa ricordando come "il disastro ambientale è riconosciuto. Gli agenti inquinanti riversati nel territorio hanno la capacità di permeare la terra per decine di metri, raggiungere le falde acquifere, muoversi attraverso l’aria per chilometri e diffondersi nelle acque del mare per distanze difficilmente calcolabili. Queste sostanze entrano all’interno della catena alimentare, inquinando la pesca, l’allevamento, l’agricoltura e i prodotti alimentari. La tossicità dei materiali e la loro diffusione è alla base di numerose patologie che colpiscono animali, piante ed esseri umani" motivo per cui è estremamente importante "conoscere i dati ambientali mancanti, lo stato delle bonifiche e le prospettive della Sardegna" ha concluso la parlamentare.

Oggi, il futuro di questa terra e delle sue aree contaminate dalle armi, resta aggrappato solo alla lotta delle associazioni sarde e alle mosse delle autorità locali. L’ultima è un’ordinanza della prefettura di Cagliari che ha interdetto aree di Capo Teulada un tempo concesse per uso agropastorale: divieto di portare lì le pecore per una "situazione di rischio per superamento delle concentrazioni soglia di contaminazione del suolo". È stata un’ulteriore spinta alla necessità di controlli - soprattutto ora in cui soffiano venti di guerra e si intensificano le esercitazioni - che non siano però legati al solo esercito, ma indipendenti e con "diffusione trasparente dei metodi e dei risultati dei rilevamenti" chiede ancora “A Foras”. Perché dall’oscura ferita del grande proiettile militare, la Sardegna ha estremo bisogno che inizi finalmente a uscire la luce.