“Una confezione di plastica da mettere nel forno a microonde è programmata per una cottura di due minuti, una durata di sei mesi e una permanenza di secoli nella discarica”, ha detto David Wann, scrittore e promotore di stili di vita sostenibili. È a partire da riflessioni come questa che Alessandro Pellis, giovane di origini friulane, una laurea in biotecnologie a Trieste, ha deciso di dedicarsi alla ricerca sui materiali. Dopo un periodo di specializzazione all'estero, prima in Austria e poi nel Regno Unito, nel 2021 è tornato in Italia, diventando professore all'Università di Genova. Un anno fa ha avviato il progetto Circularize (Chemo-enzymatic processing of bio-based building blocks to circular functional materials), per il quale si è aggiudicato un finanziamento di un milione e mezzo di euro da parte dell’European Research Council (Consiglio europeo della ricerca). Grazie a questa sovvenzione, ha potuto acquistare nuovi strumenti e mettere insieme un team di sette persone, internazionale e multidisciplinare. “Considerando i limiti delle tecniche di produzione attualmente utilizzate, la nostra ricerca vuole creare nuove tecnologie chemio-enzimatiche sostenibili, utili per sviluppare, a partire da scarti, come fondi di caffè, lolla di riso, polvere di bambù, una plastica al 100% biodegradabile e riciclabile all’infinito”, spiega lo scienziato.
Come le è venuta l’idea di sviluppare questo progetto?
“C’è una forte necessità di emanciparsi dalla chimica classica basata sul petrolio per andare verso una chimica verde e sostenibile, con l’obiettivo di avere un impatto positivo sulla società e sull’ambiente che ci circonda. L’idea mi è venuta constatando che molte industrie generano scarti inutilizzati, che possono essere una risorsa per costruire nuovi materiali”.
Oltre che sulla plastica, su quali materiali occorrerebbe lavorare in un’ottica ecologica?
“L’epoca attuale può essere definita età della plastica, dato che questo materiale è ormai molto vario e altrettanto diffuso. Certamente anche altri materiali, per esempio l’acciaio e l’alluminio, dovrebbero essere resi più sostenibili”.
Persistono oggi ostacoli culturali, sul fronte sia dei consumatori sia dei produttori, nel proporre sul mercato materiali innovativi a basso impatto?
“Per quanto riguarda i consumatori, sono spesso informati poco e male, talvolta non sanno come effettuare in modo corretto il riciclo, considerando che il termine plastica include, in realtà, centinaia di materiali diversi tra loro. Per esempio, alcuni sono riciclabili meccanicamente, mentre altri sono compostabili e devono, quindi, essere smaltiti nel bidone dell’umido. Per quanto concerne, invece, i produttori, occorre tenere conto dei costi, dato che sviluppare materiali innovativi è un processo oneroso e il prodotto finale avrà, dunque, un prezzo più elevato rispetto a quello di un articolo analogo realizzato con un componente derivante dal petrolio. Inoltre, tutti gli impianti industriali operano da decine di anni con la chimica classica e, quindi, è difficile convincere le aziende a effettuare una riconversione mirata a impiegare le molecole derivate da biomassa. Infine, i nuovi materiali devono essere ulteriormente migliorati per ottenere le proprietà che interessano i produttori”.
Cosa si potrebbe fare per incentivare i produttori ad andare nella direzione auspicata?
“Sicuramente è necessario un cambiamento di legislazione per convincere le industrie ad adottare il nuovo paradigma, ma servono soprattutto sussidi che aiutino le imprese e le università a collaborare, come avviene nel caso di vari progetti europei che puntano allo sviluppo sinergico delle nuove tecnologie”.
Nel suo quotidiano ci sono abitudini eco-friendly che ha deciso di intraprendere per coerenza con la sua ricerca?
“Cerco di effettuare con molta attenzione la raccolta differenziata e di acquistare prodotti locali e di stagione”.
Guardando al 2050, crede che vivremo in un mondo in cui le plastiche sostenibili avranno davvero sostituito le attuali o è più realistico puntare su una compresenza?
“Penso ci sarà una compresenza, ma le plastiche derivate da biomassa, sia riciclabili sia compostabili, avranno un’importanza sempre maggiore nei prossimi decenni”.
Quindi in futuro è ipotizzabile un mondo senza plastica?
“No, credo sia impossibile, però i nuovi composti saranno sempre più sostenibili e sempre più allineati con l’economia circolare. Per esempio, attualmente si stanno sviluppando i vetrimeri, materiali plastici che hanno le proprietà del vetro, quindi riciclabili mediante il calore”.