Regista, autore, giornalista, attivista per il clima, Nic Balthazar è tra le voci più lucidi e combattive nel panorama europeo della comunicazione ambientale. Un percorso, il suo, che lui stesso non esita a definire “paradossale”: da giornalista di viaggi che prendeva “molti, troppi aerei” a paladino della giustizia climatica. Lo abbiamo incontrato a Rimini in occasione di Ecca 2025, la più importante conferenza europea sull’adattamento alla crisi climatica, organizzata ogni anno dal Cmcc (Centro Euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici), durante la quale il regista ha presentato due dei suoi lavori più significativi, il documentario Duty of Care (“Il dovere della cura”) e un’anteprima della sua nuova opera teatrale, For Rosa. Il primo è un’immersione nel mondo della climate litigation, la lotta alla crisi climatica condotta nelle aule di tribunale. Il documentario segue la storica causa intentata dall’avvocato Roger Cox contro il colosso petrolifero Shell, accusato, per l’appunto, di aver violato il proprio “dovere di cura” nel proteggere i cittadini dai danni climatici. For Rosa, invece, porta in scena una straziante vicenda realmente accaduta, la morte per annegamento di una giovane attivista durante un campo estivo sul clima e la trasformazione di un suo amico, che tentò invano di salvarla, in un leader del movimento. Una storia “così incredibile che non te la puoi inventare”, ha detto Balthazar. Ed è da qui che è partita la nostra conversazione.
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“La morte di un uomo è una tragedia, quella di milioni di persone è una statistica”: commentando il suo For Rose ha citato una frase di Stalin. Ha riscontrato questa differenza nel raccontare una grande battaglia legale come quella contro Shell e la storia di una singola, tragica vita?
Sì, citare Stalin sembra un paradosso. Quando parlo con qualcuno che è ancora scettico sulla necessità di agire per il clima, la prima cosa che chiedo è: “Avete figli? Nipoti?”. Noi esseri umani siamo “programmati” per evitare le cattive notizie. E per decenni la storia del clima è stata presentata nel modo peggiore, ponendo l’accento sul catastrofismo e sul senso di colpa individuale. “È colpa tua, perché mangi la carne e prendi l’aereo”: è un approccio che paralizza. Poi arrivano i numeri: uno studio australiano ha calcolato che la crisi climatica e le sue conseguenze – siccità, ondate di calore, eventi estremi – fa ogni anno almeno 5 milioni di vittime. Probabilmente sono addirittura molte di più: è un numero più grande di quello di molte guerre in corso, eppure se ne parla ancora troppo poco. E qui, purtroppo, arriva Stalin: una morte è una tragedia, 5 milioni è una statistica. Non ci tocca più di tanto. Ecco perché noi comunicatori dobbiamo aiutare gli scienziati a raccontare le storie umane che si nascondono dietro quei numeri, come per esempio quella di cui parlo in For Rose.
Due parole ricorrono spesso nel suo lavoro. Dovere e cura. Chi ha questo dovere e in cosa consiste la cura?
Il mio film si intitola Duty of Care proprio perché si basa su un principio legale molto semplice: nessuno, né uno stato né una grande azienda, ha il diritto di causare danno ai propri cittadini. Anzi, ha il dovere di prevenire i danni che sa di poter evitare. Da quarant’anni Shell sapeva cosa stesse facendo, e semplicemente aveva il dovere di smettere: è proprio questo concetto alla base della sentenza emessa dal tribunale e di tutte le altre analoghe cause per il clima. In fondo, è lo stesso principio che dovrebbe seguire un buon genitore: il dovere di prendersi cura dei propri figli. Dobbiamo solo allargare questo concetto a tutti i figli di questa e delle prossime generazioni, che ormai non soffrono solo di stress post-traumatico ma anche di stress pre-traumatico a causa di tutte le previsioni nere sul futuro.
A proposito del caso Shell, la sentenza di primo grado, che obbligava l’azienda a tagliare le emissioni, è stata parzialmente ribaltata in appello. Come ha accolto questa notizia?
Ovviamente all’inizio eravamo tutti molto abbattuti. Ma poi Roger Cox, l’avvocato che ha di fatto inventato questo approccio legale, ci ha spiegato di essere comunque fiducioso. La corte d’appello ha rimosso l’obbligo specifico di ridurre del 45% le emissioni entro il 2040, sostenendo che fosse difficile “quantificare” legalmente una percentuale appropriata, ma il principio fondamentale della sentenza è rimasto intatto: la corte ha confermato che Shell è responsabile per quello che ha fatto e che sta facendo. In tribunale, può capitare che si perda una causa, e che al tempo stesso la si vinca. Questa base giuridica, tra l’altro, è così solida che Friends of the Earth la sta usando per nuove azioni legali contro il settore finanziario e le banche che continuano a investire nei combustibili fossili. Nel frattempo, c’è da dire che Shell non solo non ha mostrato alcun rimorso, ma ha accelerato i suoi piani, con 35 nuove piattaforme di trivellazione e 700 progetti in cantiere.
Un altro strumento legale innovativo è quello di conferire personalità giuridica a un ecosistema, come è accaduto al Mar Menor in Spagna. Pensa sia una strada percorribile?
L’idea effettivamente potrebbe suonare strana: come possono un fiume o una montagna avere uno status legale? Poi, però, ci si riflette su: anche una multinazionale come Shell non è un essere vivente, eppure è una personalità giuridica, con avvocati che la difendono. Perché allora il Mar Menor, che brulica di vita fin quasi dall’inizio dei tempi, non dovrebbe avere lo stesso diritto? Pensandoci in questi termini la cosa è perfettamente logica. Finalmente la natura ha la sua voce per difendersi.
Come rendersi conto e contrastare la pratica del greenwashing da parte di aziende e istituzioni?
È una lama a doppio taglio. La transizione che dobbiamo affrontare è così enorme che a volte penso dovremmo essere più indulgenti con chi sta sinceramente provando a cambiare. Immaginiamoci come una gigantesca nave da crociera che deve fare un’inversione di 180 gradi. Se vira di 30 gradi, sta comunque andando nella direzione sbagliata; ma se sta virando per davvero, è comunque un’azione positiva. Il problema del greenwashing è che ci sono troppe “navi” che hanno virato solo di cinque o sei gradi, pubblicizzando unicamente questo piccolo cambiamento, mentre continuano a navigare a tutta velocità verso l’abisso per ragioni economiche e per la miopia di un sistema capitalista basato su risultati trimestrali. In tribunale, però, non si può raccontare bugie e farla franca. Bisogna portare le prove.
Con tutte le proiezioni cupe che ci attendono, c’è ancora spazio per la speranza?
Una volta Greta Thunberg ha detto una cosa di una profondità incredibile. “Io non credo nella speranza, credo nell’azione. Ma è nell’azione che troveremo di nuovo la speranza”. La speranza, da sola, è oppio per il popolo. Non serve a nulla sperare che vada tutto bene: in guerra non speri che il nemico non ti invada, ma costruisci un arsenale per difenderti. Quando si parla di clima, invece, ci dicono di non essere catastrofisti: allora, mi chiedo, perché spaventare la gente funziona se devi comprare cacciabombardieri e non se devi promuovere città più verdi e treni sostenibili?
La verità è questa: ci restano pochi anni prima che la Terra inizi a surriscaldarsi sempre più inesorabilmente a causa del superamento dei cosiddetti “punti di non ritorno”. Da quel momento in poi saremmo impotenti. È un messaggio di speranza? No. Ma aggiungo: tutte le soluzioni sono già qui. Abbiamo la possibilità di costruire un sistema energetico svincolato dai combustibili fossili e alla portata di tutti. Quello che dovremmo riuscire a fare è cogliere questa possibilità finché siamo ancora in tempo.