Il Gusto

Il racconto

Collodi duecento anni dopo e il suo Pinocchio, storia di un’Italia affamata e golosa

Immagine di Attilio Mussino
Immagine di Attilio Mussino 

Dalle triglie del Gatto alle pere di Geppetto sino ai dolci della Fata: il bicentenario dello nascita dello scrittore toscano raccontato attraverso la gastronomia dell’Ottocento. Gli “intrecci” con l’Artusi e la difficile costruzione di un’identità nazionale

3 minuti di lettura

Trentacinque triglie con salsa di pomodoro, quattro porzioni di trippa alla parmigiana e, siccome il condimento lasciava a desiderare, altre tre richieste di burro e formaggio: è la cena piuttosto frugale del Gatto all’Osteria del Gambero Rosso, giustificata con una grave indisposizione di stomaco. La Volpe, che gode evidentemente di migliore salute, ordina invece un «leggerissimo contorno di pollastre ingrassate e di galletti di primo canto», seguito da un cibreino di pernici, starne, conigli e ranocchi. Pinocchio, che dovrebbe essere l’ospite d’onore, si accontenta di «uno spicchio di noce e un cantuccio di pane». Il conto, naturalmente, toccherà a lui.

Immagine di Attilio Mussino
Immagine di Attilio Mussino 

Difficile trovare un menù più eloquente per raccontare l’Italia dell’Ottocento (e forse non solo): nel viaggio del burattino che desidera diventare un bambino vero, la crescita, la responsabilità e il difficile esercizio della libertà passano anche attraverso questi incontri e imparare a stare al mondo significa scoprire che appetiti uguali non danno a tutti le stesse possibilità di saziarsi. E intanto ingredienti, preparazioni e riferimenti regionali fanno delle Avventure di Pinocchio uno dei più inattesi repertori gastronomici della letteratura italiana.

Il cibreino, per cominciare, merita qualche attenzione. È un piatto della tradizione toscana, un intingolo di rigaglie di pollo, creste, fegatini e altre interiora, legate con tuorlo d’uovo e limone. Una cucina capace di trasformare le parti meno nobili degli animali in una pietanza raffinata: la Volpe ne ordina una versione decisamente fantasiosa, affollata di selvaggina e piccoli animali, quasi a dimostrare che anche l’ingordigia possiede una certa immaginazione gastronomica.

Le triglie del Gatto, con quella salsa di pomodoro, conducono invece verso la costa tirrenica e la cucina livornese. Il pesce tornerà più avanti, quando il Pescatore Verde si preparerà a friggere Pinocchio insieme a naselli, muggini, sogliole e acciughe. Prima li passa nella farina, poi li getta nell’olio bollente: una procedura impeccabile, almeno dal punto di vista culinario. Al burattino concede perfino una scelta: «Desideri esser fritto in padella, oppure preferisci di esser cotto nel tegame colla salsa di pomidoro?».

Carlo Collodi, nato Carlo Lorenzini a Firenze il 24 novembre del 1826, di cucina doveva intendersene: suo padre Domenico lavorava come cuoco presso i marchesi Ginori e il futuro scrittore ebbe modo di conoscere quel mondo di fornelli e dispense che separava le tavole aristocratiche dalle mense popolari. Patriota, giornalista e autore satirico, possedeva inoltre un talento particolare nell’osservare le debolezze umane: a tavola, del resto, i caratteri si rivelano con singolare sincerità.

Foto tratta dal sito www.pellegrinoartusi.it
Foto tratta dal sito www.pellegrinoartusi.it 

Nel 1883, quando Le avventure di Pinocchio vengono pubblicate in volume, Pellegrino Artusi non ha ancora dato alle stampe “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”, che uscirà nel 1891. I due libri nascono a pochi anni di distanza, nella stessa Firenze, e sembrano raccontare, ciascuno a modo proprio, la difficile costruzione di un’identità nazionale: Artusi riunisce ricette e tradizioni regionali in una lingua comune; Collodi mette in viaggio un burattino attraverso un’Italia ancora profondamente divisa per condizioni economiche e abitudini.

Nel romanzo compaiono tortellini di Bologna, risotto alla milanese, maccheroni alla napoletana, piccioni arrosto, petti di pollo e perfino il cappone in galantina. Quest’ultimo, nel ricettario artusiano, è una piccola impresa di ingegneria culinaria: il volatile viene disossato, farcito, cotto nel brodo e servito freddo, spesso accompagnato dalla gelatina. Un piatto che richiede tempo, denaro e familiarità con le cucine delle grandi case. Quanto di più lontano dalla povera abitazione di Geppetto.

Lì il menù cambia radicalmente: la colazione consiste in tre pere, che il falegname ha conservato per sé ma cede al figlio affamato: Pinocchio le pretende sbucciate, salvo poi divorare anche bucce e torsoli. È una delle scene più gustose del libro, ciò che il burattino rifiuta per capriccio diventa desiderabile appena la fame si fa sentire. E la fame accompagnerà il burattino fin dalle prime avventure, quando trova un uovo e immagina di prepararselo in frittata, nel piatto, nel tegamino, all’occhio di bue oppure da bere: in pochi istanti, un piccolo trattato sulle cotture delle uova.

Ma appena rompe il guscio ne esce un pulcino, che lo saluta educatamente e se ne va: il cibo si moltiplica nelle fantasie, promette felicità e poi scompare.

Basti pensare alle meraviglie preparate dalla Fata Turchina. Per festeggiare il burattino diventato diligente, vengono predisposte duecento tazze di caffellatte e quattrocento panini imburrati dentro e fuori. Altrove compaiono canditi, torte, panettoni, mandorlati, cialdoni con la panna, rosoli e alchermes. L’immaginazione infantile trasforma il mondo in un’immensa pasticceria, ma la Fata conosce anche il valore di un semplice ortaggio. Nel Paese delle Api Industriose, dove tutti lavorano, offrirà a Pinocchio un semplice piatto di cavolfiore condito con olio e aceto.

Il romanzo rovescia continuamente i rapporti fra chi mangia e chi viene mangiato: il Pesce-cane inghiotte Geppetto e suo figlio, ma offre involontariamente al falegname una dispensa di sopravvivenza. Carne conservata in scatole di stagno, biscotto da marinaio, vino, uva secca, formaggio, caffè e zucchero provengono da un bastimento divorato dal mostro. Nel ventre dell’animale sopravvive un campionario delle tecniche di conservazione ottocentesche e la modernità entra nella favola attraverso le scorte di una nave.

Nel bicentenario della nascita di Collodi, rileggere Pinocchio attraverso il cibo significa ritrovare un’Italia, anzi un mondo, in cui il cappone in galantina e la pentola di fagioli appartenevano a esistenze lontanissime e un bambino poteva conoscere il nome di molte pietanze senza averne mai assaggiata nessuna. All’Osteria del Gambero Rosso, del resto, il Gatto e la Volpe hanno già capito una regola che purtroppo continua a funzionare benissimo: per mangiare a sazietà, qualche volta basta trovare qualcuno disposto a pagare il conto.