C’è un momento, dopo certe tragedie, in cui il rumore si spegne. Le notizie rallentano, i titoli cambiano, l’attenzione si sposta altrove. È lì che resta un bambino. Non al centro, ma ai margini. Ed è proprio lì che il trauma comincia davvero a lavorare.
Un bambino di dieci anni non “elabora” la morte della madre. La subisce. E quando quella morte ha il volto del padre, la mente può non trovare appigli. L’adulto che doveva proteggere diventa la fonte del pericolo. È una frattura che non riguarda solo l’affetto, ma la struttura stessa della fiducia.
Il dolore non arriva tutto insieme
Nella clinica lo vediamo spesso: in casi come questi il dolore non arriva tutto insieme. Può spezzarsi. Un po’ oggi, un po’ domani. Il bambino continua a vivere, va a scuola, risponde alle domande. Ma dentro può succedere altro. Il sistema nervoso può restare in allerta. Il corpo può imparare che il mondo, improvvisamente, diventa imprevedibile. E quando accade così presto, così violentemente, non sempre si costruisce un ricordo: a volte si costruisce un modo di stare al mondo.
I bambini cercano un senso
C’è poi una cosa che noi adulti tendiamo a sottovalutare: i bambini cercano un senso anche dove non c’è. E quando non lo trovano fuori, possono cercarlo dentro.“Se papà ha fatto questo a mamma, forse io non sono stato abbastanza”. Non lo dicono. Ma può restare come un sentimento silenzioso, difficile da nominare. È una colpa muta, che non ha parole ma può pesare.
A dieci anni non si hanno ancora strumenti solidi per separare l’amore dall’atto, la relazione dal crimine, il legame dalla violenza. Le cose possono mescolarsi. L’immagine del padre può restare, anche se nessuno la nomina. E quando nessuno la nomina, può diventare più ingombrante. Perché ciò che non viene detto rischia di trasformarsi in vergogna.
I nonni che si suicidano un altro messaggio spaventoso
E poi c’è l’altro colpo. I nonni paterni che si tolgono la vita. Per un bambino è qualcosa di difficilmente comprensibile. Può diventare un messaggio implicito e spaventoso: il dolore fa cedere le persone. Non sempre si regge. Non sempre si attraversa.
È qui che la situazione diventa ancora più delicata. Perché da questo punto in poi il rischio non è solo quello di un disturbo post-traumatico. Può emergere l’idea che il dolore non si possa abitare. Che quando arriva travolga. Che non esistano adulti davvero capaci di restare in piedi.
Spegnere i bisogni er sopravvivere
Molti di questi bambini crescono diventando “bravi”. Non danno problemi. Non chiedono. Non disturbano. È un adattamento possibile, e anche il più rischioso: spegnere i bisogni per sopravvivere. Possono funzionare, ma sentire meno. Oppure sentire molto e imparare a non dirlo.
Il trauma non curato non sempre urla. Spesso si organizza. Potrebbe diventare rigidità, ipercontrollo, paura dell’abbandono. Potrebbe tradursi in relazioni evitate o scelte con cautela estrema. Potrebbe essere una vita vissuta sempre un passo indietro, come se l’amore fosse una stanza in cui entrare solo con prudenza.
E allora no, non basta sapere a chi verrà affidato questo bambino. Non basta una decisione corretta, una tutela legale, una sistemazione dignitosa. Serve tempo. Serve continuità. Serve qualcuno che sappia stare davanti a un dolore che non ha una narrazione pulita.
Non definiamolo da ciò che è accaduto
Soprattutto serve una cosa che raramente offriamo: la possibilità di non essere definiti da ciò che è accaduto. Non “il figlio del femminicidio”. Non “il bambino della tragedia”. Ma un bambino che ha attraversato l’orrore e che, se accompagnato davvero, può ancora costruire una storia che non sia tutta lì. La domanda allora non è solo cosa accadrà adesso. La domanda è se saremo capaci di restare, anche quando non ci sono soluzioni rapide, anche quando il dolore non si risolve, ma chiede soltanto di non essere lasciato solo.
Psicologo, psicoterapeuta, Presidente Associazione Nazionale Dipendenze Digitali e Cyberbullismo