Quando si parla di salute, le differenze tra uomini e donne vanno riconosciute e studiate. Ma, anziché di medicina di genere, preferisco parlare di medicina delle differenze. Perché dobbiamo distinguere tutte le specificità dei pazienti: non solo in base al sesso, ma considerando anche i bambini e gli anziani. In questo senso, la medicina delle differenze rappresenta la porta di accesso alla medicina di precisione, capace di superare approcci standardizzati e di rispondere in modo più efficace ai bisogni reali del paziente". Antonella Polimeni, medica e rettrice dell’Università La Sapienza di Roma, da tempo lavora per portare nell’Ateneo della capitale questo nuovo paradigma.
Professoressa, perché ritiene che un approccio basato sulle diversità in medicina sia fondamentale nella formazione universitaria?
"La medicina delle differenze è oggi una componente imprescindibile di una Sanità moderna, scientificamente solida e orientata alla persona. Per troppo tempo abbiamo adottato modelli clinici apparentemente “neutri” che, nei fatti, non hanno tenuto conto delle differenze legate al sesso biologico e al genere, con conseguenze importanti sulla qualità delle cure. Integrare in modo sistematico queste variabili significa migliorare la prevenzione, rendere più accurate le diagnosi e scegliere terapie più appropriate e sicure. L’Università, in quanto luogo che promuove conoscenza, pensiero critico, equità e responsabilità sociale, deve quindi fare la sua parte. Garantire la salute e il benessere delle persone comincia proprio da questo cambio di paradigma, che vede nella diversità e pluralità una risorsa per scelte strutturali che rispondano al bisogno del singolo individuo".
Quanta consapevolezza c’è, negli atenei, su questo argomento?
"Il tema è molto sentito a livello clinico. Studenti e specializzandi riconoscono sempre più spesso che molte difficoltà incontrate nella pratica – dalla diagnosi alla gestione terapeutica – sono legate alla scarsa considerazione delle differenze di sesso e genere. È un segnale importante, perché indica che la medicina di genere non è percepita come un tema teorico, ma come uno strumento essenziale per migliorare la qualità dell’assistenza. Anche tra i docenti si registra una maggiore consapevolezza della necessità di aggiornare contenuti e strumenti didattici per allinearli alle evidenze scientifiche più recenti e alle raccomandazioni internazionali. Per questo motivo stiamo orientando la progettazione di percorsi formativi sempre più integrati e mirati, capaci di rispondere a bisogni reali e di tradursi in competenze concrete. Non dimentichiamo poi che La Sapienza – ma in generale tutti gli atenei italiani – registra una crescente presenza di giovani donne nelle Facoltà di Medicina e Chirurgia. Oggi siamo al 65 per cento degli iscritti – e questo non può che aumentare l’interesse verso questi temi".
Quali sono le attività de La Sapienza in questo ambito?
"Il nostro Ateneo ha sviluppato un insieme articolato e coerente di iniziative. Per quanto riguarda la formazione, nei corsi di laurea in Medicina e Chirurgia la medicina di genere non è affrontata come un tema astratto o isolato, ma come una prospettiva trasversale integrata nel percorso formativo. Non una “disciplina in più”, ma un criterio di lettura che deve entrare stabilmente nella formazione del futuro medico fin dall’inizio del percorso universitario. Nel nuovo corso di Medicina High Technology è poi previsto uno specifico insegnamento che offre agli studenti strumenti concreti. Gli iscritti devono comprendere la distinzione tra sesso biologico e genere, conoscere le modalità con cui il genere può essere analizzato nei contesti clinici e di ricerca, in particolare nell’ambito delle malattie cardiovascolari, e applicare queste conoscenze al ragionamento diagnostico e terapeutico per migliorare l’appropriatezza, la sicurezza e l’equità delle cure. Sul piano dell’orientamento e della formazione scuola-lavoro il progetto “Uno, nessuna e centomila: la medicina di genere, un’opportunità per raggiungere l’equità” è un percorso rivolto alle scuole, con l’obiettivo di promuovere una cultura della salute attenta alle differenze già prima dell’ingresso all’Università".
Che cosa possiamo aspettarci nella pratica clinica dei futuri laureati?
"Nel medio e lungo periodo una formazione più solida e sistematica in medicina di genere è destinata a produrre cambiamenti concreti: diagnosi più tempestive e accurate, terapie più appropriate, maggiore attenzione alla sicurezza farmacologica e una relazione medico-paziente più consapevole, inclusiva e rispettosa delle differenze individuali. Formare medici capaci di riconoscere, misurare e interpretare le differenze significa rafforzare l’intero sistema sanitario. Significa costruire una medicina più efficace, più equa e più attenta alla complessità delle persone. È questa, oggi, una delle sfide più importanti per il futuro della Sanità ed è in questa direzione che l’Università, nel suo ruolo di istituzione pubblica e di motore culturale del Paese, è chiamata a orientare la formazione delle nuove generazioni di medici e mediche".