Il consumo regolare di cibi ultra-processati potrebbe compromettere la fertilità femminile. È quanto emerge da una ricerca condotta dalla McMaster University, e pubblicata sulla rivista Nutrition and Health: un’elevata presenza di alimenti industriali nella dieta sarebbe associata a una riduzione del 60% delle probabilità di concepire, indipendentemente da fattori quali l’età, il peso corporeo o lo stile di vita.
La ricerca nasce per indagare il legame tra la qualità della dieta e la salute riproduttiva, un ambito finora poco esplorato da studi su ampia scala. Gli autori hanno attinto ai dati di oltre 2.500 donne contenuti nel National Health and Nutrition Examination Survey, un database che include interviste cliniche, recall delle 24 ore (sondaggi che ricostruiscono i consumi alimentari della giornata) e test di laboratorio. I ricercatori hanno confrontato i pattern alimentari di donne che riferivano una condizione di infertilità (definita come l'assenza di concepimento dopo un anno di tentativi) con quelli di donne fertili, identificando un denominatore comune: gli alimenti ultra-processati, ovvero cibi industriali pronti al consumo ricchi di conservanti e sostanze chimiche, che contengono poco o nessun ingrediente intero.
Dall'analisi è emerso che le donne con problemi di fertilità presenti nel campione studiato consumavano una quota significativamente maggiore di cibi ultra-processati – circa il 31% del loro apporto giornaliero – e mostravano una scarsa aderenza alla dieta mediterranea. Dati alla mano, il consumo elevato di alimenti industriali ridurrebbe del 60% le probabilità di risultare fertili. Il legame tra alimenti processati e infertilità inoltre non sembra collegato unicamente al maggiore apporto calorico o all’obesità: mentre i benefici della dieta mediterranea tendono a svanire una volta normalizzato l'indice di massa corporea (guardando cioè all’effetto in modo indipendente dal peso), il danno causato dai cibi industriali persiste, suggerendo la presenza di un'interferenza biochimica diretta.
“Per lo più sentiamo parlare dei rischi dei cibi ultra-processati in relazione alle calorie e all'obesità, tuttavia, i nostri risultati suggeriscono qualcosa di potenzialmente più complesso”, spiega Anthea Christoforou, professoressa di Kinesiologia della McMaster University e prima autrice dello studio. “Sembra esserci in gioco un altro meccanismo che potrebbe riflettere percorsi indipendenti dal peso o dall'apporto calorico, inclusa un’esposizione a sostanze chimiche già ipotizzata in passato nella letteratura scientifica”.
I cibi ultra-processati – scrivono gli autori dello studio – contengono infatti spesso sostanze chimiche come ftalati, bisfenolo A (Bpa) e acrilammidi provenienti dai processi di trasformazione industriale e dal packaging. Composti noti per essere interferenti endocrini, che possono alterare le vie ormonali della riproduzione.
I risultati indicherebbero quindi la necessità di stilare linee guida alimentari più dettagliate per le donne che cercano una gravidanza. Sebbene lo studio sia di natura trasversale e non possa stabilire quindi un nesso di causalità assoluto, secondo i suoi autori l'ampiezza del campione e la forza dell'associazione indicano che la riduzione dei cibi ultra-processati dovrebbe diventare da subito una priorità clinica nella medicina riproduttiva.
“Suggeriscono che la dieta potrebbe essere un importante fattore di rischio misurabile associato alle possibilità di concepimento delle donne”, conclude Christoforou. “Una cosa è dire che i cibi ultra-processati contribuiscono all’aumento di peso o alle malattie cardiometaboliche, ma se influenzano anche i percorsi ormonali è un problema molto più grande, ed è qualcosa di cui il pubblico non è a conoscenza”.