Aggiungere anni alla vita, ma soprattutto vita agli anni. Ecco il principio che guida il lavoro di Ennio Tasciotti, scienziato di fama mondiale e pioniere della longevità. Dopo la laurea alla Normale di Pisa e il dottorato, ha condotto per 15 anni le sue ricerche negli Usa. Qui si è dedicato alla nanomedicina, una disciplina che utilizza minuscole particelle per veicolare i farmaci in modo mirato, riducendo gli effetti collaterali. Contemporaneamente, ha collaborato con il Pentagono, guidando un progetto di medicina rigenerativa per ricostruire ossa e tessuti dei soldati feriti nelle guerre in Medio Oriente.
Una carriera lampo, che l’ha portato a dirigere il “Center for Biomimetic Medicine” e il “Center for Musculoskeletal Regeneration” allo Houston Methodist Research Institute. Nel 2021, tornato in Italia, ha realizzato, all’Irccs San Raffaele di Roma, il laboratorio Human Longevity Program.
"Il nostro programma si basa su due componenti. Da un lato – spiega – la riabilitazione cognitiva e motoria dei pazienti anziani con malattie croniche, grazie a un intervento multidisciplinare. Dall’altro, la ricerca allo scopo di sviluppare approcci in grado di prevenire e rallentare, forse addirittura invertire, i processi degenerativi dell’organismo”.
Professore, qual è la sua definizione di longevità?
"Longevità non significa semplicemente vivere più a lungo, ma farlo in buona salute, mantenendo autonomia fisica e funzioni cognitive. L’obiettivo è ridurre la distanza tra la durata della vita e gli anni vissuti in assenza di malattia, contrastando il più possibile le patologie correlate all’età grazie alla diagnosi precoce e alle nuove tecnologie della medicina”.
In che cosa consiste, quindi, l’invecchiamento?
"È l’indebolimento dei meccanismi con cui l’organismo ripara i danni che si accumulano nelle cellule e nei tessuti. A lungo si è pensato che si trattasse di un processo lineare, ma uno studio condotto alla Stanford University e pubblicato su Nature Aging ha mostrato che esistono soglie biologiche. La prima intorno ai 40-44 anni, quando si riduce il metabolismo dei grassi, diminuisce la forza muscolare, la pelle inizia ad avere i primi cedimenti. La seconda soglia dopo i 60, quando cambia il metabolismo del glucosio, peggiorano le funzioni renali e cardiovascolari, si indebolisce il sistema immunitario”.
E, allora, che cosa significa invecchiare bene?
"Questi processi possono essere influenzati da interventi messi in atto per tempo. Per anni abbiamo pensato che tutto dipendesse dalla genetica. Oggi sappiamo che incide solo per la metà circa, mentre il resto dipende da vari fattori, tra cui abitudini, ambiente, lavoro. Uno studio del Servizio sanitario britannico e pubblicato su Nature ha evidenziato che anche elementi apparentemente estranei, come il livello di istruzione o le condizioni economiche, possono incidere sull’invecchiamento”.
Quali i consigli per rallentarlo?
"Prediligere un’alimentazione varia ed equilibrata, limitando i cibi processati. Poi praticare attività fisica: camminare a passo veloce, salire le scale, sollevare piccoli pesi. E ancora, mantenere il cervello attivo, per esempio dedicandosi a un hobby, senza trascurare le relazioni sociali”.
Si parla sempre di più di integratori: quali possono essere davvero utili?
"I nutraceutici, a differenza dei farmaci, non devono necessariamente essere sottoposti a studi sui pazienti. Tuttavia, alcuni sono stati valutati: è il caso degli omega-3, utili per ridurre il rischio cardiovascolare, e della vitamina D, che supporta le ossa e il sistema immunitario. Prima di assumere un integratore è comunque fondamentale rivolgersi al medico”.
Quali sono le strategie più promettenti per intervenire sull’invecchiamento?
"La prima consiste nel controllo dell’infiammazione cronica che lo accompagna, un fenomeno noto come “inflammaging”: abbiamo sviluppato tecnologie in grado di favorire il passaggio da uno stato pro-infiammatorio a uno antinfiammatorio attraverso la modulazione del sistema immunitario. La seconda riguarda la medicina rigenerativa. Con l’età le cellule staminali perdono la capacità di generare nuovi tessuti e i segnali che coordinano i processi di riparazione diventano meno efficienti. Per questo stiamo studiando approcci farmacologici che aiutino l’organismo a mantenere o potenziare le funzioni rigenerative”.
Quali saranno gli sviluppi futuri?
"La tendenza è orientarsi verso una valutazione complessiva della persona. Oggi sensori, dispositivi indossabili e piattaforme digitali registrano i vari parametri. Integrandoli con analisi avanzate e IA, è possibile ottenere un quadro completo dello stato di salute di ciascuno e prevederne l’evoluzione. Non possiamo più permetterci una medicina che interviene solo quando la malattia è avanzata: dobbiamo intercettare i problemi prima che si manifestino”.
Lei si occupa anche di medicina biomimetica. In che cosa consiste?
“L’approccio si basa su un’idea semplice: nel corso dell’evoluzione la natura ha elaborato soluzioni molto efficaci ai problemi biologici. Osservandola, cerchiamo di riprodurle anche nei materiali utilizzati negli impianti. Oggi si ricorre spesso a elementi inorganici e non biodegradabili, come il titanio delle protesi d’anca, le placche metalliche per il femore fratturato, le membrane sintetiche per l’ernia addominale: noi stiamo sviluppando dispositivi realizzati con componenti biologici, come collagene, fibrina o idrossiapatite, che vengono
progressivamente riassorbiti, favorendo così la ricostruzione dei tessuti”.