Salute

Massimo e il Parkinson: “Affronto i tremori facendo sport, ogni mossa è una conquista”

Massimo Guazzetti
Massimo Guazzetti 

Dalla diagnosi alla costruzione di un modello di cura: la storia di un imprenditore sociale di 73 anni diventa un racconto noir per parlare di una malattia sempre più diffusa anche tra i giovani

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Mr. Parkinson non bussa, si infiltra. All’inizio è una mano che esita mentre impasti, una gamba che rallenta o cede all’improvviso, una spalla che non segue. Poi prende spazio, cambia il ritmo, riscrive i gesti e ridisegna le tue giornate. Massimo Gualzetti lo ha riconosciuto così, nella sua quotidianità più semplice: in cucina, preparando pizzoccheri, nei movimenti automatici che improvvisamente automatici non sono più. Settantatré anni, una vita nel terzo settore, e una diagnosi che poteva chiudere tutto. Invece ha aperto un’altra storia: quella di un’indagine. Per capire chi è davvero questo infiltrato e, soprattutto, dove colpirlo.

Quando arrivano i primi segnali

Prima ancora del nome, arrivano i segnali. "Un tremore leggero. Quasi trascurabile. Poi qualcosa di più sottile: gli odori forti che si attenuano, si allontanano. Non li sentivo più come prima", racconta. All’inizio si convive, si minimizza. Poi quel tremore resta, ritorna. Ed è a quel punto che Gualzetti decide di rivolgersi a un neurologo. La diagnosi è chiara: Parkinson. Un passaggio netto, che segna un prima e un dopo. "All’inizio c’è stato sconforto, rifiuto, anche rabbia". Ma dura poco.

La quotidianità che cambia (e resiste)

Il cambiamento si insinua nei dettagli. Nei tempi che si allungano. Nei gesti che richiedono più attenzione. Nella fatica che compare dove prima non c’era. Anche nelle cose più semplici. Eppure è proprio lì che Gualzetti costruisce la sua risposta. In cucina non rinuncia.

"Preparare i pizzoccheri diventa un esercizio di concentrazione assoluta. Non voglio essere disturbato", dice. Perché ogni gesto richiede precisione, presenza. Accanto a lui, anche se non vivono con lui, ci sono i figli. "Mi controllano a distanza", racconta. Lo chiamano, osservano, verificano che tutto proceda. Una presenza discreta ma costante, fatta di attenzione e cura a distanza.

E poi c’è il movimento, quotidiano, necessario. Gualzetti fa sport ogni giorno. Nuota. Cammina. Si allena. "Non è solo disciplina: è una scelta. Se ti fermi, è peggio. Devi continuare a muoverti, nonostante e malgrado. Non devi temere di uscire perché gli altri potrebbero scorgere il tremore delle tue mani o l’incertezza dei tuoi passi".

La diagnosi che diventa progetto

Dopo il primo impatto, Gualzetti fa quello che ha sempre fatto: costruire. "Non volevo limitarmi a gestirlo – racconta – perché ho sempre lavorato per cercare di dare risposte collettive. Non potevo fermarmi solo a me stesso".

In Italia sono circa 300mila le persone che convivono con il Parkinson, una malattia la cui diffusione è raddoppiata in 25 anni. E qualcosa sta cambiando. "Si pensa ancora che sia una malattia degli anziani, ma non è più così. Colpisce sempre più persone giovani".

Da qui nasce la sua idea: portare l’economia cooperativa dentro la cura, costruendo un modello integrato che unisca assistenza, esercizio fisico e rete sociale.

Il bersaglio: il movimento

Il Parkinson colpisce il movimento. È il suo territorio. La lentezza riguarda il 72% dei pazienti italiani, la rigidità muscolare il 62%. In circa 6 casi su 10, muoversi diventa difficile. Massimo lo vive ogni giorno."Te ne accorgi subito: qualcosa non risponde più come prima". Ma è proprio lì che sceglie di reagire.

Il paradosso del movimento

A spiegare perché è proprio il movimento a rappresentare anche una risposta è il professor Michele Tinazzi, presidente della Fondazione LIMPE per il Parkinson ETS, alla vigilia della Giornata mondiale del Parkinson, che si terrà l’11 aprile: "Nel Parkinson possiamo dire di essere di fronte ad un vero e proprio “paradosso del movimento”.

Infatti, se da un lato il movimento è l’ambito maggiormente colpito dalla patologia, dall’altro l’esercizio fisico rappresenta una leva per una gestione ottimale della stessa".

Il Parkinson, spiega l’esperto, è una malattia multifattoriale caratterizzata da oltre 40 sintomi, ma i principali sono proprio quelli legati al movimento: "Secondo una ricerca condotta sui pazienti italiani la patologia rallenta i ritmi nel 67% dei casi, rende i movimenti faticosi nel 59% e provoca una stanchezza invalidante nel 54%".

Eppure, aggiunge, oggi la scienza è concorde: "L’esercizio fisico regolare e calibrato sulle specificità del singolo paziente è uno degli elementi chiave per una gestione ottimale della malattia, in grado di migliorare la qualità di vita delle persone".

Muoversi per contrastarla

Le evidenze scientifiche sono solide. "Numerosi studi confermano come nelle persone con Parkinson un esercizio fisico regolare sia in grado di proteggere il sistema cardiovascolare e di ridurre lo stress ossidativo – spiega il professor Tinazzi – Da non sottovalutare poi le ricadute positive su socialità e sulla sfera emotiva: le pratiche sportive possono favorire occasioni di incontro e sentimenti di fiducia in sé stessi".

Non esiste un’unica ricetta: "È compito del neurologo identificare, insieme al paziente, il tipo di esercizio più adatto", precisa. In generale, sottolinea, è importante combinare mobilità, deambulazione, equilibrio, attività aerobiche e resistenza. Sport come nuoto, ciclismo e boxe possono essere particolarmente utili, così come ballo, nordic walking e yoga.

Il noir che racconta la malattia

Questa consapevolezza diventa racconto in “Sulle tracce di Mr. Parkinson”, promosso dalla Confederazione Parkinson Italia, con il patrocinio della Fondazione LIMPE per il Parkinson ETS, con il supporto non condizionante di Zambon. E Gualzetti è protagonista di una “inchiesta di vita” con altri pazienti. Insieme ricostruiscono l’identikit dell’infiltrato. E ne scoprono le debolezze. Il movimento – proprio quello che la malattia colpisce – diventa lo strumento per contrastarla.

La cura è integrata

"La malattia di Parkinson è un disturbo del movimento che si cura anche con il movimento – conclude Tinazzi – ed è necessario integrare la terapia farmacologica con l’esercizio fisico per massimizzare i benefici". Ma non basta. "Il Parkinson è una malattia multiforme: è fondamentale un approccio integrato che combini più leve. Questo è possibile solo se i pazienti sono supportati da una buona rete sociale e familiare".

La forza della rete

È esattamente il punto da cui parte Gualzetti. "Da soli si fa più fatica: mai chiudersi in sé stessi – dice – Insieme si possono costruire risposte migliori". Il Parkinson tende a isolare. La sua risposta è opposta: creare comunità.

Ma Mr. Parkinson non si ferma. Continua a rallentare, a insinuarsi nei gesti, a cambiare i ritmi. Ma si può rallentare. Con il movimento: quello quotidiano, fatto di nuotate e passi ("Quando vado in montagna, percorro sempre qualche km in più rispetto e raggiungo il rifugio più in alto: lo faccio per il Parkinson", confessa Gualzetti). Con la ricerca. Con la forza delle relazioni, anche a distanza.

E anche accendendo i riflettori: l’11 aprile, Giornata mondiale del Parkinson,ricorda che questa malattia riguarda sempre più persone e sempre più giovani. Ma soprattutto racconta storie come quella di Massimo. Che non ha smesso di muoversi. E neanche di cercare il modo di tenerle testa.