Salute

Maruska Albertazzi: “Non era il cibo il mio nemico, la mia battaglia contro i disturbi alimentari”

Maruska Albertazzi
Maruska Albertazzi 

L’autrice e regista racconta quel dolore da un altro punto di vista: non solo come esperienza personale, ma come storia condivisa, trasformata in parola, impegno e ascolto

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Per molto tempo i disturbi alimentari sono stati una presenza silenziosa nella sua vita: invisibile agli altri, totalizzante per lei. Oggi, a 50 anni, Maruska Albertazzi, autrice e regista, racconta quel dolore da un altro punto di vista: non solo come esperienza personale, ma come storia condivisa, trasformata in parola, impegno e ascolto. Dal vissuto alla prevenzione, fino alla scrittura del romanzo Qualcosa di lilla, il suo percorso intreccia fragilità e consapevolezza, mostrando cosa resta dopo la malattia e cosa può ancora cambiare.

VIVERE: tutte le storie

Non è stato facile per Maruska Albertazzi capire che il suo problema non era il cibo, ma qualcosa di più profondo, che la scavava dentro. “C’è voluto molto tempo, perché all’inizio non facevo che spostare il problema. Parliamo di più di 30 anni fa, un’epoca – racconta – in cui i disturbi alimentari erano davvero considerati solo una questione di quanto mangi e quanto pesi. Dall’anoressia nervosa sono passata all’ortoressia e poi agli allenamenti estenuanti in palestra: mi allenavo due volte al giorno, anche con la febbre, anche quando avevo le articolazioni così infiammate che il dolore mi toglieva il respiro. Eppure, una volta “risolto” il sottopeso, per me, e per chi mi seguiva clinicamente, la malattia non c’era più. La vera consapevolezza è arrivata con la prima gravidanza, quando una psichiatra eccezionale ha capito che la mia ansia e la mia ipocondria erano l’ennesima trasformazione del disturbo alimentare”.

L’ossessione per il cibo “sano” e “puro”

E c’è stato un momento in cui ha smesso di negare la malattia, almeno con sé stessa: un figlio le ha dato la forza per combatterla. “Sono sempre stata molto schietta riguardo la mia salute mentale, ma il disturbo alimentare – ammette Maruska–restava in una zona d’ombra, era una sorta di salvagente d’emergenza che lasciavo in un angolo, per poterlo usare la bisogno. Con l’anoressia a un certo punto la malattia non la puoi più negare, né a te stessa né agli altri ma nonostante il mio corpo fosse in evidente sofferenza, io continuavo a dire “sto bene, lasciatemi stare”. A un certo punto, però, il corpo ha urlato per me e sono stata costretta ad ammettere la malattia. L’ortoressia (disturbo alimentare caratterizzato da un'ossessione patologica per il cibo sano, "puro" e salutare, ndr) è più subdola: il corpo apparentemente “sano” ti permette di mentire, esattamente come avviene con la bulimia. Il mio punto di svolta è stato la gravidanza. Con mio figlio nella pancia ho sentito forte l’esigenza di affrontare i miei problemi una volta per tutte”.

Restare accanto a chi soffre di disturbi alimentari

La malattia, isola dal resto del mondo e fa sentire soli: si soffre in silenzio, mentre fuori sembra tutto normale. Come spiegaAlbertazzi: “I disturbi alimentari creano una sorta di incantesimo per cui tu vivi dentro a una bolla a cui gli altri non hanno accesso. Quello che avviene dentro la bolla è rassicurante, sempre uguale, mentre fuori c’è il caos e il rischio di essere scoperta. Non ho mai sofferto di bulimia – non mi sono mai abbuffata, sono eccessivamente perfezionista e controllata per farlo – ma ne hanno sofferto persone a cui sono molto legata. Stare accanto a una persona sapendo che dentro al suo corpo e alla sua testa sta avvenendo una guerra è devastante, anche perché spesso non ti permette di aiutarla. È come stare accanto a chi fa uso di sostanze: quando ti dice che è “pulita” non sai mai se ti sta dicendo la verità o sta mentendo ma se insisti nel chiederglielo rischi di perderla. È da questa mia esperienza dello “stare accanto”, più che da quella in prima persona che è nato “Qualcosa di lilla”. Ho voluto parlare di bulimia perché è un disturbo alimentare di cui si parla pochissimo, eppure può essere più devastante dell’anoressia, proprio perché spesso è invisibile.

Il dolore che si trasforma in impegno sociale

Nessuno aveva capito l’importanza di esserci per chi sta male, anche quando non si sa come restare accanto a chi soffre. “Nella mia storia di malattia, nessuno aveva capito che il cibo non era il vero problema e che, una volta risolto quello, non voleva dire che io fossi guarita. Nella mia storia di amica di una persona che soffriva di bulimia, invece, per molto tempo sono stata io a non capire qualcosa e cioè che non potevo essere io a “salvarla”. L’unica cosa che potevo fare era restarle accanto. Ecco, restare. Restare è la cosa più importante e anche quella più difficile”.

E, un bel giorno, il dolore personale si trasforma in impegno verso gli altri. “Circa otto anni fa stavo cercando uno spunto per realizzare un documentario sull’adolescenza – continua l’autrice – e mi sono imbattuta in alcuni profili su Instagram che parlavano di guarigione dai disturbi alimentari. Entrare nel mondo di quelle ragazze è stato come tuffarmi nel passato e al tempo stesso mi ha sbattuto in faccia una realtà di cui non avevo la minima consapevolezza: molte di quelle ragazze faticavano a curarsi, perché non avevano le risorse economiche per farlo privatamente come avevo sempre fatto io. Accedere al servizio pubblico era complicato, con liste d’attesa infinite e un sistema che non faceva rete. Dai disturbi alimentari si guarisce se hai la possibilità di curarti come si deve ma sono malattie mortali se non si può accedere alle cure. Scoprire che c’era chi era morta perché la cura era stata inadeguata o non c’era stata affatto mi ha letteralmente devastata e ho capito che non potevo restare a guardare mentre accadeva di nuovo. Ho cominciato a lavorare attivamente per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni, perché quelle ragazze per me erano ormai diventate delle figlie”.

Quel desiderio di sentirsi “accettati”

Nei giovani che incontra oggi Albertazzi ritrova l’adolescenza, il “desiderio di essere accettati dai coetanei, il bisogno di un riferimento adulto che faccia da guida, il sentirsi mai abbastanza”. Secondo l’autrice, poi, oggi si parla ancora poco dei disturbi alimentari come la bulimia. “È una malattia visivamente e narrativamente meno interessante dell’anoressia. La parabola dell’anoressia nervosa è quella dell’eroe martire che lascia il corpo per seguire lo spirito, mentre la bulimia è fatta di perdita di controllo e liquidi schifosi. E poi l’anoressia “si vede”, il che la rende particolarmente appetibile nei salotti televisivi e nella narrazione giornalistica, letteraria e cinematografica”.

Maruska: “Raccontare la sofferenza è un atto d’amore”

E scrivere Qualcosa di lilla – il suo romanzo appena uscito per Solferino, da cui è tratto il film omonimo trasmesso da Rai1 il 2 aprile – è stato un atto tributo a chi ha perso la vita per un disturbo alimentare e alle loro famiglie. “È un atto d’amore – confessa Albertazzi – verso la comunità di chi soffre e ha sofferto di malattie del comportamento alimentare. Dentro quella storia ce ne sono mille, sono tutte le storie con cui sono entrata in contatto in questi anni di attivismo. Non sono io al centro della narrazione, ci siamo tutte. Esporsi tutte insieme è un atto di condivisione e di lotta, ha un significato che va molto al di là della narrativa”.

“Insieme si guarisce”

Il suo racconto tocca anche un nodo di sanità pubblica. I disturbi alimentari non sono casi isolati: studi epidemiologici indicano che in molti Paesi fino al 2,6% delle donne può sperimentare bulimia nervosa nel corso della vita, con percentuali ancora più alte per altre forme di disturbo tra i giovani. Numeri spesso sottostimati, difficili da monitorare anche per l’assenza di un osservatorio specifico in Italia. Dati che raccontano l’urgenza di rafforzare prevenzione, diagnosi precoce e servizi di cura. Il messaggio chiave che l’autrice vorrebbe mandare a chi oggi vive un disturbo alimentare, ovvero: “Non ascoltare chi ti dice che dai disturbi alimentari non si guarisce mai del tutto. Si guarisce, insieme!”