Salute

Contro la solitudine degli anziani il Giappone usa un robot

Contro la solitudine degli anziani il Giappone usa un robot

Vicino al letto dei ricoverati in Rsa ripete le parole e le risate dei familiari lontani. Perché la solitudine è malattia, deve essere curata e se ne fa carico lo Stato. Paolo Dario: “La vera sfida sono le azioni: sollevare un anziano, accompagnarlo in bagno”

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C’è una poltrona vuota accanto al letto, in una casa di riposo alla periferia di Tokyo, e sopra quella poltrona c’è un piccolo robot bianco con due grandi occhi tondi. Non parla con voce sintetica, non recita battute preconfezionate: ripete le parole, i silenzi e perfino le risate di una persona in carne e ossa che da chilometri di distanza, attraverso uno schermo, presta la propria presenza a chi quella presenza non ce l’ha più. È una scena che sembra fantascienza e invece è cronaca sanitaria. Perché dietro a quel piccolo avatar c’è un’idea che la medicina sta cominciando a prendere molto sul serio: la solitudine non è soltanto un sentimento triste, è un fattore di rischio per la salute, misurabile quanto il fumo o l’ipertensione. E se è una malattia sociale, allora qualcuno deve curarla.

La solitudine come questione di Stato

Il Giappone è stato il primo Paese al mondo a tradurre questa consapevolezza in una scelta di governo, istituendo nel 2021 un ministero della Solitudine e dell’Isolamento. La decisione arrivò dopo che, durante la pandemia, il tasso di suicidi era tornato a salire per la prima volta in oltre un decennio, colpendo in modo particolare le donne. Da allora il tema è entrato stabilmente nell’agenda pubblica: indagini nazionali per fotografare l’entità del fenomeno, forum, piani d’azione, perfino la diplomazia della solitudine, con incontri tra ambasciatori e l’uso di robot-avatar per portare la voce di chi è lontano. Una mossa che ha trasformato un disagio percepito come privato e vagamente vergognoso in un problema collettivo di cui lo Stato si fa carico.

Quel che dice la scienza: il corpo soffre l’isolamento

A dare sostanza clinica a questa scelta è un corpo crescente di evidenze. Una vasta revisione sistematica pubblicata su Nature Human Behaviour, che ha messo insieme novanta studi prospettici per oltre due milioni di persone, ha trovato che sia l’isolamento sociale sia la solitudine sono associati a un aumento significativo del rischio di mortalità per tutte le cause, e anche della mortalità per tumore. Un’altra recente revisione sulla rivista European Psychiatry ha quantificato il fenomeno negli anziani: un incremento del rischio di morte per tutte le cause del 14 per cento legato alla solitudine, del 35 per cento all’isolamento sociale e del 21 per cento al vivere da soli. I meccanismi ipotizzati sono biologici: stress cronico, infiammazione di basso grado, alterazioni del sistema cardiovascolare e immunitario. Non un modo di dire, dunque, ma un percorso che dal cuore arriva al cervello, accelerando anche il declino cognitivo.

La parola al Sant’Anna di Pisa

Se la solitudine è un problema di salute, la tecnologia può essere parte della cura? La domanda interessa da vicino l’Italia, dove i robot pensati per le persone fragili si studiano da tempo. All’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, con il suo laboratorio dedicato alla robotica assistiva e all’ambient assisted living, sono nati progetti dedicati proprio all’invecchiamento sano e attivo attraverso la robotica sociale, con un principio guida costante: mettere al centro l’utente e i suoi bisogni reali.

A spiegare la posta in gioco è Paolo Dario, direttore dell’Istituto di BioRobotica e del Polo Sant’Anna Valdera, che sulla biorobotica lavora da oltre quarant’anni. “I giapponesi hanno capito già negli anni Ottanta-Novanta che il problema demografico poteva essere affrontato con i robot”, osserva. “È la ragione per cui hanno progettato robot umanoidi così presto. Per noi è sempre stato un tema scottante, e lo è ancora: loro, molto più pragmatici, hanno affrontato la crisi dell’invecchiamento, che era prevedibile”. Una differenza che Dario fa risalire a radici profonde, anche filosofiche e religiose: “I giapponesi hanno un altissimo livello di fiducia nella tecnologia. Sono culture che non pongono una separazione netta tra corpo e anima: per questo i robot vengono accettati da sempre. Noi italiani, invece, di fronte a una novità rispondiamo ‘la provi prima lei’”.

Il presente della robotica

Sul potenziale reale della robotica, Dario invita a separare il marketing dalla sostanza. “Il robot che fa le faccine e tiene compagnia è ovviamente fattibile, può essere l’avatar di un nipote che dedica cinque minuti ad assistere in remoto il nonno. Ma per quello basta un telefono, non serve un robot. La vera sfida sono le azioni fisiche: sollevare una persona dal letto, accompagnarla in bagno, aiutarla nell’igiene personale. Queste cose non le fa l’intelligenza artificiale, le fanno i robot, perché serve esercitare forze”. La rivoluzione vera, secondo lui poco raccontata, è un’altra: “Vent’anni fa i robot stavano chiusi in gabbia; oggi i robot collaborativi possono toccare gli esseri umani in modo sicuro, ed è la base di qualunque attività di cura”. Resta la cautela: “Non credo molto nella necessità di una ‘compagnia artificiale’. È un’altra cosa, e rischia di portare a derive simili a quelle degli hikikomori”.

Il Giappone, intanto, ha già deciso che del problema qualcuno deve occuparsi. Anche con un piccolo robot dagli occhi tondi, posato su una poltrona che, almeno per un po’, smette di essere vuota.