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Licia Fertz, 96 anni e una seconda vita sui social: “Bisogna alzarsi, mettersi il rossetto e uscire”

Licia Fertz
Licia Fertz 

Ha attraversato la guerra, l’esilio dall’Istria, la morte di una figlia di 28 anni, dieci anni passati ad assistere il marito malato. Poi, a ottantotto anni, suo nipote le ha aperto un profilo Instagram e la sua vita è ricominciata

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“Ho novantasei anni e continuo a stupirmi di essere ancora qui”. Licia Fertz sorride mentre lo dice, truccata, con il rossetto perfetto e la voce ferma di chi ha attraversato abbastanza vita da non avere più bisogno di impressionare nessuno. “Non lo dico per civetteria. La mia vita avrebbe avuto ogni ragione di fermarsi molto prima. E invece eccomi: sveglia al mattino, truccata, con ancora qualcosa da dire”.

Quando ripercorre la sua vita, Licia non pensa agli anni ma alle volte in cui ha dovuto ricominciare. “Se dovessi misurare la mia vita non in anni ma in perdite, avrei già smesso di contare da tempo”. Ha perso la sua terra, una figlia, il marito dopo oltre sessant’anni insieme e perfino il cammino, letteralmente, tre volte. “Tre cadute, tre femori rotti”. La parola resilienza non la convince troppo. “La trovo un po’ gonfia. Io la chiamo semplicemente abitudine a ricominciare”.

La prima perdita

Licia nasce nel 1930 in Istria. Poi arriva la guerra. “Eravamo italiani in una terra che stava diventando di qualcun altro”. I titini avanzano e la sua famiglia deve scegliere se restare o partire. “Siamo andati”. Con dolore. “L’esilio non è solo perdere una casa. È perdere il posto nel mondo in cui pensavi di stare. È svegliarti altrove e non riconoscere i suoni della mattina, l’odore dell’aria, le facce della gente”.

Vivere, tutte le storie

Già da bambina aveva capito che la vita può cambiare senza preavviso. “Le cose si possono perdere da un giorno all’altro, senza che tu abbia fatto niente di sbagliato”. E infatti, racconta, da allora ha smesso di attaccarsi troppo agli oggetti. Nel suo libro autobiografico “C'è sempre tempo per ricominciare”, scritto insieme al nipote Emanuele Usai e pubblicato da De Agostini, racconta perfino di una rapina subita in casa negli anni Ottanta. “Non mi agitai”, scrive. “Avevo già perso una casa, mobili, vestiti. Non potevo certo farmi venire un infarto per quattro collane”.

Dopo Trieste arriva un altro sradicamento: Viterbo. Si trasferisce lì per amore di Aldo, l’uomo che sposerà e con cui condividerà più di sessant’anni di vita. “Lasciavo Trieste per seguire un uomo in una città che non conoscevo e che, all’inizio, non mi conosceva”. Anche lì si sente straniera. “Ma ho imparato. Si impara sempre, se si decide di farlo”.

La perdita più grande

Quando pensa a sua figlia Marina, il tono cambia. “Di Marina non riesco a parlare a lungo. Non perché non voglia: è che certe cose non diventano mai piccole abbastanza da starci dentro con le parole”. Marina muore a ventotto anni. Suo figlio Emanuele ne ha quattro.“Mai avrei potuto immaginare quel dannato 26 settembre 1989. Un attimo prima vedi tua figlia che stringe il suo bambino. Quello dopo, vedi stringere le viti della sua bara”.

Col tempo Licia ha smesso di cercare spiegazioni. Perché lei? Perché lei e non io? “Quello che mi ha salvata è stato smettere di cercare risposte e tornare a ritrovare lei: Marina continua ad attraversare la casa, i ricordi, perfino i gesti quotidiani”. Licia la ritrova nello sguardo del nipote Emanuele, nei racconti degli amici, nelle coincidenze di ogni giorno.

“Non dovremmo mai lasciare che la morte di qualcuno uccida anche noi”, osserva. “Una parte di noi se ne va con loro, è vero. Ma una parte di loro continua a vivere con noi ed è su quella che dobbiamo concentrarci. Ho imparato sulla mia pelle che l’amaro si contrasta con il dolce, il passato con il futuro e che la morte si può combattere solo con l’amore”. Per Licia, quell’amore prende soprattutto il volto di Emanuele. Dopo la morte di Marina, lei e Aldo lo crescono come un figlio. “Alleviare il suo dolore è stato l’unico modo per mettere a tacere un po’ il mio”.

Marina resta una ferita che non si è mai davvero chiusa. Ma Licia non ha mai cercato di “superare” il dolore. Col tempo ha capito che certe perdite non spariscono: cambiano posto. “Si sposta. Trova un altro posto dove stare, meno centrale, meno invadente”. E intanto la vita continua a chiedere presenza. “Tu trovi un motivo per alzarti la mattina: un bambino da crescere, una casa da tenere, un uomo da amare. I motivi non mancano mai, se li cerchi”.

Alla fine, dice, ha fatto quello che si fa quando non si può fare altro: “Sono andata avanti”.

Licia non ha mai avuto la tendenza a fermarsi dentro il buio. “Non sono una che sta ferma a guardare le zone d’ombra. Le vedo, le riconosco, ma poi giro la testa verso la luce”. Non per ingenuità. “Non è negazione, è scelta. Una scelta che ho fatto ogni giorno per decenni”.

Gli anni invisibili

Ma quello di Marina non è l’unico dolore che Licia si trova ad attraversare. Negli anni successivi la sua vita torna lentamente a restringersi attorno alla malattia, questa volta quella di Aldo, il marito con cui aveva condiviso più di sessant’anni. Per oltre dieci anni si prende cura di lui mentre peggiora giorno dopo giorno.“La mia vita si era ristretta fino a coincidere con la sua”, racconta. Esce poco, vede poche persone. Tutto finisce per ruotare attorno ai bisogni di Aldo: medicine, visite, notti interrotte, attenzioni continue.“Lo facevo per amore, e non mi sono mai pentita”.

Ma quando Aldo muore, nel 2017, Licia non perde soltanto il compagno di una vita: perde anche il ruolo dentro cui aveva abitato per oltre dieci anni. “Dopo una vita passata a tenerlo in piedi, non sapevo più come stare in piedi io”. Per una donna che aveva sempre fatto, organizzato, accudito, quel senso di inutilità pesa quasi quanto il lutto stesso. “Mi sono ritrovata sola in un silenzio che non sapevo più come abitare. I colori sembravano spenti. Le ore erano tutte uguali. Mi sentivo inutile. Non era soltanto il lutto per Aldo. Era anche il lutto di me stessa, della donna che ero stata quando c’era qualcuno che aveva bisogno di me”.

Emanuele e Instagram

A riportarla lentamente verso la vita è proprio Emanuele, il nipote cresciuto come un figlio. “Non l’ha fatto con grandi discorsi. Ha cominciato con piccole cose: una pizza fuori casa, una passeggiata, un pomeriggio insieme”. Poi un giorno arriva con una macchina fotografica. Comincia a ritrarla con cappelli eccentrici, rossetti accesi, abiti colorati. “Come se fossi io ad avere bisogno di lui, invece del contrario. E forse era così”. Poco dopo apre una pagina Instagram. Il primo post dice: “Ciao Instagram, c’è posto per una ragazza di 88 anni?”.

“Non sapevo cosa fosse Instagram. Non sapevo cosa aspettarmi. La risposta è stata travolgente”.Le scrivono da tutto il mondo, le raccontano paure, lutti, fragilità. Nel 2023 la BBC la inserisce tra le cento donne più influenti dell’anno accanto a Michelle Obama. “Quando l’ho saputo ho pensato: si sono sbagliati”. Poi ride. “E invece forse no”. Migliaia di persone iniziano a seguirla. Oggi sono oltre 340mila.

Nel libro racconta anche il momento preciso in cui tutto cambia davvero: il servizio fotografico in topless realizzato per un brand di gioielli. “Quella provocazione mi ha salvata”, scrive. “Mi ha tolto dalla depressione, mi ha riportata a vivere”.

Quello che prova a fare, in fondo, è semplice. “Ogni giorno, quando posso, cerco di essere presente. Di rispondere. Di dire quello che penso. Di non fingere che la vecchiaia sia qualcosa di cui vergognarsi”.

La terza caduta

Nel 2023 si rompe il femore per la terza volta. “Ho perso l’autonomia, ho perso il cammino. Mi sono ritrovata su una sedia a rotelle a chiedermi se questa volta fosse davvero finita”. Ma non era finita. “Mi sono rialzata. Cammino. Viaggio. Ho ancora qualcosa da dire, e finché ce l’ho lo dirò”. Ogni volta ha dovuto imparare da capo a stare in piedi. “È stancante, non lo nego. Ma l’alternativa è restare a terra. E quella non è mai stata una scelta che mi convincesse”.

La malattia e la morte diventano quasi personaggi con cui imparare a convivere. “Per me la morte è un uomo: elegante, insistente, con quel profumo leggero che non sai mai se ti piace o ti dà fastidio. Mi corteggia da anni”. Si ferma un momento. “Non ho paura della morte. Sono una donna generosa, lascio il posto agli altri”.

Quello che ha capito

“La vecchiaia non è una colpa. La giovinezza non è un merito. Sono solo stagioni, e ogni stagione ha la sua luce, se sai dove guardarla”. A novantasei anni ha smesso di abitare troppo sia il passato che il futuro. “Non penso molto al passato, perché la tristezza può bussarti alle spalle quando meno te lo aspetti”. E nemmeno il futuro. “Non penso troppo al futuro, perché il tramonto è più vicino dell’alba, è inutile fingere il contrario”. Nel libro lo scrive così: “Buon anno è per le ragazze. Buon adesso è per le signore”.

Preferisce restare nel presente. “Al buongiorno di questa mattina. Alla telefonata con Emanuele. Al rossetto che ho scelto oggi”. Quando ripercorre la sua vita, quasi si stupisce lei stessa della strada attraversata. “Ho vissuto la guerra. Ho sepolto mia figlia. Ho tenuto per mano un uomo che amavo fino all’ultimo respiro”. Poi sorride ancora. “E ho ricominciato a ottantotto anni con un profilo Instagram e un nipote con la macchina fotografica”.

Alla fine, la lezione che sente di avere imparato è semplice. “Non è mai troppo tardi. E non è mai abbastanza presto per smettere di aspettare che le cose migliorino da sole”. Poi aggiunge, come se fosse la cosa più normale del mondo: “Bisogna alzarsi. Mettersi il rossetto. E uscire”.