Immaginate un laboratorio di Medicina della riproduzione enorme, 10 metri per 5, con tante macchine in fila. E immaginate che siano quelle sei stazioni diverse – una volta inseriti gli ovociti e gli spermatozoi di una coppia – a selezionare i gameti che, secondo l’analisi dell’Intelligenza artificiale, hanno le migliori chance di essere più performanti per creare un embrione, che poi un’altra macchina proceda con la tecnica prescelta, Icsi o Ivf che sia, fino ad arrivare all’embrione, che poi viene analizzato e osservato in time lapse, congelato e stoccato in un freezer in attesa di utilizzo. Circa duecento passaggi precisi e ben stabiliti, che possono essere interamente svolti da più macchine che, insieme, costituiscono un vero e proprio laboratorio di embriologia.
Fantascienza? Mica tanto, la prima clinica a utilizzare questo sistema sarà negli Stati Uniti, a Malton, nel 2027: domani, per la scienza. E questo grazie a un accordo tra Ivi Rma Global, organizzazione leader mondiale nelle cure per la fertilità, e Conceivable Life Sciences, azienda pioniera di robotica e applicazioni di Intelligenza artificiale nei setting clinici di fertilizzazione in vitro, che definisce la sua piattaforma Aura degna di ricevere un premio Nobel. Obiettivo dichiarato: trasformare il futuro della medicina riproduttiva, massimizzare i costi, aumentare l’accesso alle tecniche di medicina della riproduzione, far nascere più bambini in un mondo inesorabilmente avviato verso l’infertilità. Un mondo dove le macchine aiuteranno gli umani a fare più figli. O almeno ci proveranno: oggi, grazie alla piattaforma Aura di Conceivable Life Sciences, sono già nati 30 bambini e sono state ottenute 60 gravidanze.
Sorride, a margine del congresso Eshre di Londra, l’annuale appuntamento per esperti di medicina della riproduzione ed embriologi da tutto il mondo, il grande nume della procreazione assistita, Antonio Pellicer, professore ordinario di Ostetricia e Ginecologia all’Università di Valencia e fondatore di IVI. “L’automazione è necessaria – premette – perché quando guardo i nostri dati vedo troppa variabilità, con tassi di fecondazione che variano da embriologo a embriologo anche del 20%, uno arriva a 80 e l’altro si ferma al 60%, differenze legate all’esperienza, alla manualità, ma troppo marcate. Quando la macchina sarà in grado di arrivare al 60 per cento, e ancora non ci riesce, capiremo se è in grado di superare anche i risultati dei più bravi. Adesso l’obiettivo è quello di non inferiorità rispetto all’essere umano, con il vantaggio di ottenere sempre lo stesso risultato e di poter lavorare 24 ore al giorno, sette giorni su sette”. Ma non solo. Già adesso Aura è in grado di vedere lì dove l’occhio umano non arriva. “Trova il 15% di ovociti in più rispetto a quelli che vediamo noi, e in una donna che ne ha 4 in tutto uno in più può fare la differenza”, continua Pellicer.
Se potrà la macchina superare l’uomo è presto per dirlo, potrà invece trovare soluzioni diverse a quelle suggerite dagli embriologi. “Se dopo aver analizzato duemila embrioni l’Ia si accorge che inserire in un modo diverso lo spermatozoo nell’ovocita nelle Icsi porta a dei risultati migliori, cambia lo schema e sceglie la strategia migliore. Vedremo, noi intanto cominciamo uno studio e faremo poi un ragionamento sui risultati, ma sono ottimista”.
La macchina potrà sostituire gli embriologi e la loro conoscenza, competenza e professionalità? “Non ho paura della tecnologia – attacca Laura Rienzi, professoressa associata del Dipartimento di Scienze Biomolecolari all’Università di Urbino e Direttore scientifico di IVI RMA Italia – l’Intelligenza artificiale non è un mostro ma un assistente prezioso che decide sulla base di cose comprensibili per l’umano ma irrealizzabili per mole di calcoli, per la qualità dell’osservazione e per la memoria dei dati immagazzinati. E’ come un occhio umano ma potenziato mille volte e aiuta a standardizzare le tecniche verso l’alto: le mie mani non sono insostituibili e passare dalle provette e le capsule di Petri a un laboratorio di biotecnologia è un passo avanti di cui non avere paura”.
Cita l’australiano David Gardner, pioniere dell’embriologia di fama mondiale per la procreazione assistita, Danilo Cimadomo, professore associato di Biologia dello sviluppo all’università di Pavia che, se non perplesso, appare un po’ dubbioso. “A cena qui all’Eshre Gardner ha parlato di grandi onde di innovazione in questo campo: la prima all’inizio con la nascita di Louise Brown, e una adesso con la bioingegneria e l’intelligenza artificiale: ha detto che questo è un momento bello per nuotare. Questa direzione non mi spaventa ma a monte serve una testa pensante, un clinico, un embriologo che possa gestire lo strumento. E’ una scommessa, certo. Ma assegnare questi compiti a una macchina può implicare anche avere più tempo da investire in ricerca o in rapporto con i pazienti”. Molte delle quali continuano a interrompere i trattamenti dopo il primo fallimento: ma la procreazione assistita non è un singolo tentativo, è un percorso che può essere anche fatto di tante tappe, e smettere alla prima non è mai una buona strategia.