A scuola si analizzano poesie, romanzi e film. Perché non anche un falò di Temptation Island? Dietro urla, gelosie, silenzi punitivi e richieste di controllo, il reality più discusso dell’estate mette in scena un repertorio di dinamiche affettive che molti adolescenti incontrano anche nella vita reale o sui social. Da qui la proposta dell’insegnante e scrittore Enrico Galiano: portarne alcuni spezzoni in classe, non per seguire le coppie come una serie, ma per imparare a distinguere l’amore dal possesso, il conflitto dalla prevaricazione, la gelosia dalla cura.
Musica e programmi televisivi sui banchi di scuola
Una provocazione che divide, ma che parte da un dato di realtà: il programma ha un seguito molto forte proprio tra adolescenti e giovani adulti. La prima puntata dell’edizione 2026 ha raccolto 3,569 milioni di spettatori con il 27,6% di share, con una percentuale particolarmente elevata tra i 15 e i 19 anni. “La provocazione di Galiano è valida - commenta Alberto Pellai, psicoterapeuta del Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell’Università degli Studi di Milano. “La scuola può utilizzare materiali provenienti dai media, come video musicali, estratti da programmi televisivi, contenuti social, con l’obiettivo di sviluppare il pensiero critico degli studenti”.
Non una puntata intera, ma frammenti da analizzare
Pellai pone, però, una condizione: evitare che la lezione si trasformi nella visione collettiva del reality. “Non consiglierei di seguire l’intero programma, perché significherebbe agganciare i ragazzi alla proposta seriale e rischiare di lasciarli intrappolati nel meccanismo di coinvolgimento dopaminergico tipico di queste narrazioni. È invece utile selezionare alcuni frammenti e aiutare ragazze e ragazzi a individuarne le criticità, soprattutto rispetto al modello di relazione affettiva che viene messo in scena”. Il punto, dunque, non è stabilire se Temptation Island sia ‘trash’ o televisione di qualità. È capire che cosa possa insegnare, anche involontariamente, sul modo in cui uomini e donne comunicano, litigano, seducono e cercano di controllarsi.
Imparare a leggere non solo le parole
Una prima attività didattica, suggerisce Pellai, potrebbe concentrarsi sui diversi livelli della comunicazione: ciò che viene detto, il modo in cui viene detto e quello che il corpo rivela. “In programmi di questo tipo - sottolinea lo psicoterapeuta - le parole sono spesso utilizzate in modo manipolatorio o seduttivo e possono essere scollegate dal vissuto reale che dovrebbe farle pronunciare. Questa distanza viene rivelata dal tono della voce, dalle espressioni del volto, dai gesti e dalla postura”.
Esercizi di alfabetizzazione emotiva
Gli studenti potrebbero quindi osservare una scena e domandarsi: le parole esprimono davvero quello che la persona prova? Il linguaggio corporeo conferma o smentisce ciò che sta dicendo? Una richiesta apparentemente affettuosa nasconde un tentativo di controllo? Un silenzio è rispetto o punizione? È un esercizio di alfabetizzazione emotiva e mediatica: imparare a riconoscere non soltanto il contenuto di un messaggio, ma anche la relazione che quel messaggio costruisce”, prosegue Pellai.
La gelosia come prova d’amore
Il fatto è che le dinamiche messe in scena dal reality non sono estranee alla vita degli adolescenti. Controllare le chat, pretendere password, limitare amicizie e abbigliamento o considerare la gelosia una dimostrazione d’amore sono comportamenti che possono essere normalizzati dalle narrazioni diffuse in televisione e sui social. Secondo i dati Istat, il 29,1% dei giovani considera ancora la gelosia un modo per dimostrare amore; tra i maschi di 14-16 anni la percentuale arriverebbe al 41,3%. Mostrare una scena e analizzarla a distanza può aiutare a riconoscere meccanismi che, quando si è coinvolti personalmente, diventano più difficili da vedere. Dove finisce la paura di perdere l’altro e dove comincia il bisogno di possederlo? Quando una discussione diventa umiliazione? In quale momento la richiesta di rassicurazione si trasforma in sorveglianza?
Tentatori e tentatrici: una palestra degli stereotipi
Un altro elemento su cui lavorare, secondo Pellai, è la rappresentazione dei ruoli maschili e femminili. “Nel programma sono molto evidenti gli stereotipi di genere. Lo si vede anche nella presentazione dei tentatori e delle tentatrici, costruiti attraverso caratteristiche fortemente codificate: da una parte un maschile sicuro, competitivo e seduttivo, dall’altra un femminile che risponde ad altrettanti modelli prestabiliti”. La classe potrebbe analizzare quali qualità vengono associate agli uomini e quali alle donne, chi prende l’iniziativa, chi deve mostrarsi desiderabile, chi può essere vulnerabile e chi, invece, deve esibire forza e controllo.
Non basta smontare i cattivi modelli
Usare un reality come ‘caso clinico’ delle relazioni disfunzionali, però, non è sufficiente. Se ai ragazzi si mostra soltanto ciò che non funziona, manca una parte essenziale dell’educazione affettiva: offrire alternative. “Le vite degli adolescenti sono attraversate da rappresentazioni delle relazioni che spesso presentano caratteristiche simili a quelle viste nel programma”, osserva Pellai. “È quindi necessario fare anche un lavoro contrario: condividere buone letture, film e canzoni in cui l’amore venga raccontato attraverso modalità funzionali a una relazione sana”. Non soltanto red flag, dunque, ma anche esempi positivi: persone capaci di ascoltare, accettare un limite, riconoscere un errore, rispettare uno spazio personale e affrontare un conflitto senza umiliare l’altro.
Allenare i ragazzi all’empatia
Per Pellai, il problema non riguarda soltanto ciò che accade nel villaggio televisivo. Le rappresentazioni offerte da reality, social, videoclip e serie contribuiscono a costruire l’immaginario affettivo degli adolescenti, spesso prima che abbiano maturato strumenti sufficienti per decodificarlo. Per questo non basta indicare ciò che è tossico: bisogna allenarli a riconoscere, dentro una scena o una canzone, dove si manifestano concretamente rispetto, responsabilità ed empatia e dove, invece, queste dimensioni vengono meno.
Le tre parole per una relazione sana
Per Pellai sono tre le parole da cercare in ogni narrazione amorosa: rispetto, responsabilità ed empatia. “Il rispetto - spiega - riguarda i confini, la libertà e la dignità dell’altra persona. La responsabilità significa riconoscere il peso delle proprie parole e azioni, senza nascondersi dietro formule come ‘sono fatto così’. L’empatia permette di immaginare che cosa prova l’altro, anche quando non condivide la nostra posizione. “Inviterei i ragazzi a osservare se queste tre dimensioni sono presenti nelle scene, nei film, nei libri e nelle canzoni che fanno parte della loro vita. E a chiedersi attraverso quali parole e comportamenti vengono espresse”. Sono competenze che possono diventare preventive rispetto alla violenza di genere e alla rigida stereotipizzazione dei ruoli. Pellai le affronta anche nel suo ultimo libro per adolescenti, La vita ti aspetta (Feltrinelli), dedicato alle life skills e alle competenze necessarie per conoscere se stessi, entrare in relazione con gli altri e affrontare la vita adulta.
La televisione come oggetto da decodificare
La proposta di portare Temptation Island a scuola, quindi, può avere senso a una condizione: che il programma non venga semplicemente mostrato, ma decodificato. La scuola non deve necessariamente tenere fuori dalla porta ciò che i ragazzi guardano ogni giorno. Può, al contrario, fornire gli strumenti per leggerlo meglio. Trasformare lo spettatore in osservatore critico significa domandarsi chi costruisce quella storia, quali emozioni cerca di provocare e quali modelli di relazione rende desiderabili. Il falò, a quel punto, non sarebbe più soltanto il momento in cui una coppia decide se lasciare insieme il programma. Potrebbe diventare l’occasione per chiedere a una classe che cosa dovrebbe essere lasciato fuori, una volta per tutte, da una relazione: il possesso, il ricatto emotivo, l’umiliazione e l’idea che la gelosia sia una misura dell’amore.