Salute

Francesca: “Non sono i traumi a insegnare qualcosa ma quello che si decide di costruire con dopo”

Francesca (Credit Leoncino)
Francesca (Credit Leoncino) 

A diciassette anni ha tentato di togliersi la vita. Oggi ne ha trentaquattro, convive con una disabilità motoria e racconta agli adolescenti e alle loro famiglie un percorso durato anni.

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Nel quaderno con i fogli bianchi, quelli per artisti, gli altri avevano una forma. Erano omini stilizzati, riconoscibili. Francesca, invece, disegnava se stessa come uno scarabocchio: linee mosse, senza contorni. Era al centro riabilitativo spinale e provava a raccontare sulla carta quello che non riusciva a dire. “Mi percepivo in questo modo. Uno scarabocchio e uno sgorbio vivente. Mi sentivo difettosa dentro e fuori”. Oggi Francesca Contessini ha trentaquattro anni, è pedagogista e divulgatrice. Su Instagram, nella pagina francy.e.leoncino, parla di adolescenza, fragilità e disabilità insieme al suo Labrador marrone. Ha un compagno, Guglielmo, un lavoro che le piace e una famiglia su cui può contare.

Nel libro Promettimi che sarai felice. Come rialzarsi e prendersi tutto il bello che c’è, pubblicato da De Agostini con la collaborazione di Alessia Moffa, racconta quanto tempo sia servito per arrivare qui. Il 3 gennaio 2010 aveva diciassette anni e tentò di togliersi la vita. Sopravvisse, con una lesione spinale e una disabilità motoria. Ma ricominciare a vivere sarebbe stato un percorso molto più lungo del risveglio. Il primo incontro dopo il coma Le prime persone che vide aprendo gli occhi furono sua madre e suo padre. Li riconobbe subito. I medici non sapevano quali sarebbero state le conseguenze sul piano cerebrale e quel riconoscimento fu un sollievo enorme.

Francesca aveva ancora il tubo della respirazione artificiale in bocca. Mosse le labbra: “Mamma, papà, voglio bene”. “In quelle poche parole c’era il senso e l’inizio di tutto quello che sarebbe successo dopo: la rinascita”, racconta. Allora, però, c’erano fratture, difficoltà a respirare e a parlare, un dolore fisico che si sommava a quello interiore. “Mi sentivo frastornata, arrabbiata, confusa e immensamente triste: e questi sentimenti mi hanno accompagnata per anni”. “Una parte del mio corpo non rispondeva più, e una parte della mia mente era perennemente alla ricerca di una parvenza di senso: per quale assurda ragione ero ancora viva?”. Nel libro ricostruisce quegli anni: le umiliazioni a scuola, le relazioni durante l’adolescenza con uomini più grandi e segnate dalla violenza, il bisogno di appartenere a un gruppo e la maschera di ragazza forte con cui nascondeva la propria insicurezza. “All’esterno lo sembravo, ma dentro di me si apriva una voragine sempre più grande”, dice.

La solitudine durante la riabilitazione

La riabilitazione motoria procedeva, ma Francesca si sentiva ancora profondamente sola. “Avevo dentro un profondo senso di solitudine e una difficoltà enorme nel riuscire a comunicarlo: mi arrabbiavo spesso, piangevo”. Mamma e papà le erano accanto; gli amici di prima, invece, erano andati avanti con le loro vite. «Nessuno aveva voglia di scoprire che, forse, dietro a quell’involucro apparentemente danneggiato, c’era una persona che aveva ancora tanto da offrire agli altri». Anche nel centro riabilitativo si sentiva diversa dagli altri. La sua disabilità non era stata causata da una malattia o da un incidente, ma da un tentativo di togliersi la vita: sentiva che quella sofferenza suscitava giudizio e distanza, anziché comprensione. “Ognuno ha i suoi mostri: i miei erano (e sono) fortemente stigmatizzati. Quindi fatta eccezione per un paio di persone, venivo evitata come la peste”.

La cura richiede tempo

Tornare com’era prima significava, per Francesca, poter cancellare quello che era successo. “Scrivevo e ripetevo ossessivamente che io avrei trovato un modo per tornare indietro nel tempo, dovevo assolutamente correggere quel 3 gennaio del 2010”. Quel desiderio la spingeva ad allenare il corpo oltre i suoi limiti, a rifiutare gli ausili, a ignorare la stanchezza. “Pensavo che il mio corpo sarebbe tornato come prima, o quasi. E che, al contrario, il mio “male di vivere” non sarebbe cambiato più di tanto”. Riusciva a immaginare un recupero dei movimenti, ma faceva fatica a credere che potesse stare meglio anche dentro. Prendersi cura di sé voleva dire avvicinarsi a quella sofferenza, trovare parole per raccontarla e qualcuno con cui attraversarla.

Vivere – Tutte le storie

Nel libro la psicoterapia e il lavoro sui traumi si intrecciano alla vita in comunità, alla scrittura, al teatro, alla scoperta di capacità che non sapeva di avere. “Credo che sia in quei momenti apparentemente semplici che ho imparato a prendermi cura di me stessa”. Conta sentirsi accompagnata nella quotidianità: “Parlare serve sempre, ma quello che a me serviva di più era qualcuno che ci fosse per me. Qualcuno che facesse delle cose insieme a me quotidianamente”. Anche trovare, con una specialista, una terapia per il dolore significa rendere le giornate più vivibili, smettere di chiedere al corpo soltanto di resistere. È un cambiamento che Francesca riconosce guardandosi indietro.

"Tutto ciò che ho imparato non è stato solo il frutto della mia esperienza. È stata la somma della mia esperienza unita all’indagine di quello che avevo dentro e a quello che ho scelto di fare per ridare un senso e una direzione alla mia vita”. Per questo non attribuisce alla sofferenza un valore educativo in sé: “Ho imparato che non sono i traumi a insegnare qualcosa: è quello che scegli di farci tu con quel cumulo di macerie”.

Francesca (Credit Leoncino)
Francesca (Credit Leoncino) 

Studiare per capire la piccola Francy

L’iscrizione all’università diventa un passaggio decisivo. Studia Scienze dell’educazione e della formazione, poi Pedagogia. “Iscrivermi all’università: sicuramente la scelta più azzeccata della mia vita”. La motivazione è personale: “Sono diventata una pedagogista per cercare di prendermi cura della “piccola Francy””.

La ragazza che a lungo aveva considerato responsabile di averle rovinato la vita diventa qualcuno da proteggere. Lo studio le offre parole e strumenti per leggere l’adolescenza, le relazioni, le fragilità delle famiglie. “Comprendere come funziona il mondo dell’adolescenza, come si può tirare fuori il meglio dagli altri […] e come interagire con le fragilità delle famiglie, mi ha aperto un mondo”. La sua sensibilità cambia significato: “Ho capito che il mio modo profondo di percepire le relazioni, le ingiustizie e, più in generale, il mondo, non era un difetto da correggere: era una piantina da innaffiare!”.

Oggi condivide questo percorso sui social e partecipa a interventi di prevenzione. “Ne parlo con leggerezza unendo la mia esperienza alla mia competenza”. Lo stigma incontrato nella riabilitazione ricompare nei commenti online, ma raccontarsi le permette di raggiungere altri ragazzi e i loro genitori.

Imparare a chiedere aiuto

Il suo presente non è una vita senza difficoltà. Francesca convive con il dolore e con le conseguenze della lesione spinale. Ha imparato a guidare con le mani, a usare carrozzina e stampelle, a gestire i cateteri. Il cambiamento riguarda anche lo sguardo sul corpo: “Prima lo consideravo rotto e fragile: ora lo considero indistruttibile perché è sopravvissuto ad un vero e proprio cataclisma!”. Al suo fianco ci sono papà Pier Carlo, Guglielmo e Leoncino.

Il cane, che lei chiama “Maestro”, entra nei video e nella vita quotidiana con un’accoglienza che non richiede spiegazioni. “Non parla di amicizia, di non giudizio e di inclusione: lui LO FA. Lo mette silenziosamente in pratica”. Deve ancora imparare a chiedere aiuto. “Durante il mio percorso di Rinascita ho imparato a bastare a me stessa, ma devo ancora lavorare sul fatto che non sono meno “tosta” se qualche volta vengo aiutata”. È un lavoro che passa anche dai gesti quotidiani. “Se Gu cucina quando io sono stanca o se papà Pier mi prenota le visite e si occupa del rinnovo del tagliando disabili, non sono meno indipendente (forse). La paura di disturbare e di essere “un peso” è qualcosa che ha più a che fare con me che con la mia piccola famiglia: ci ho lavorato tanto e continuerò a farlo”. Dopo anni passati a voler tornare indietro, Francesca guarda a quello che può ancora fare. “Mi ci sono voluti quasi dieci anni per darmi una risposta convincente: sono ancora viva perché ho ancora un sacco di cose da fare qui!”.