Festival Salute 2025

Dimagrire si può: vi spieghiamo come fare

Dimagrire si può: vi spieghiamo come fare

Dieta. Esercizio fisico. E, da oggi, anche i farmaci. Che funzionano. Ma non sono per tutti. La prima regola è: rivolgersi a un medico. Se ne parla sabato 11 al festival di Salute

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Una patologia cronica recidivante. È così che dal 2021 la Commissione Europea definisce l’obesità. Riconoscendo non solo le conclusioni a cui è giunta la comunità scientifica, ma anche un cambiamento di sensibilità chiesto a gran voce da chi di obesità, appunto, soffre. La questione è tutt’altro che pura semantica: una malattia ha dei sintomi, delle cause e delle ricadute sulla salute. Una malattia si previene. E si cura. "Le evidenze scientifiche indicano chiaramente che l’obesità non è un semplice fattore estetico, ma una patologia complessa che riduce l’aspettativa e la qualità di vita", ricorda Roberto Vettor, professore di Medicina interna all’Università di Padova, protagonista al Festival di Salute di un incontro col pubblico proprio per spiegare come si fa a dimagrire. "Tutto questo - continua l’esperto - impone di darle la dignità di una vera e propria malattia e di mettere in campo tutte le strategie disponibili per evitarne la comparsa e la progressione e anche per curarla al meglio".

Se è vero che, per buona parte della storia della nostra specie, obesità e sovrappeso sono stati un problema marginale - il vizio di un’élite di privilegiati con accesso illimitato al bene più ambito: il cibo - tutto è cambiato intorno agli anni ’80 del secolo scorso. A partire dagli Stati Uniti: la prevalenza dell’obesità tra gli adulti americani è passata, in poco più di un ventennio, dal 15% del 1976 al 30,9 del 2000. Oggi siamo al 40 e oltre e il fenomeno si è allargato a macchia d’olio, prima al resto delle nazioni occidentali, e quindi a tutti quei Paesi, un tempo definiti “in via di sviluppo”, in cui il benessere si è fatto (fortunatamente) sempre più diffuso.

L’obesità: un’epidemia globale

Secondo l’Oms, nel mondo 890 milioni di adulti e 160 milioni di bambini vivono con l’obesità. E un numero ancora maggiore è in sovrappeso. Non a caso, l’agenzia delle Nazioni Unite definisce da tempo l’obesità un’epidemia globale, oltre che una delle priorità di salute pubblica dei prossimi decenni. Affrontare il problema, però, non è facile, perché è tra le malattie multifattoriali per antonomasia. Alla radice, ovviamente, c’è uno sbilanciamento tra le calorie assunte con la dieta e quelle consumate nel corso della giornata. Ma ridurre il problema ad eccessi alimentari e sedentarietà è troppo semplice.

Sono le nostre società, con le loro nevrosi, i loro paradigmi alimentari, le nuove abitudini lavorative e le modalità di spostamento, a essersi fatte “obesogeniche”. A promuovere, direttamente, l’insorgenza di sovrappeso e obesità. "Come per tutte le malattie non trasmissibili, nella genesi dell’obesità entrano in gioco molteplici fattori genetici e ambientali. In questo caso - spiega Vettor - nell’ambiente dobbiamo far rientrare anche gli stili di vita, il contesto economico, sociale e geografico in cui si vive. E con una tale molteplicità di cause è chiaro che l’obesità necessita di una molteplicità di approcci per essere risolta".

Le conseguenze dell’obesità e sovrappeso

Se le cause dell’obesità sono ancora in parte da indagare, sulle conseguenze di salute che porta con sé ormai ci sono pochi dubbi. La lista delle comorbidità è infatti lunghissima e comprende malattie metaboliche, cardiovascolari, respiratorie, muscolo-scheletriche, oltre a infertilità, neoplasie e disturbi psicologici. Si calcola che l’aspettativa di vita di una persona con obesità sia ridotta da tre a 20 anni, a seconda della gravità della patologia. E che nel mondo - cifre dell’Organizzazione mondiale della Sanità - muoiano ogni anno 3,7 milioni di persone a causa di malattie non trasmissibili dovute al peso in eccesso.

In effetti, il legame tra l’obesità e le sue complicanze è così stretto che gli specialisti iniziano a chiedersi se ha senso distinguerle. Se discutere di indice di massa corporea (Bmi) o di circonferenza della vita come sintomi, cause o concause dell’obesità, slegandoli dai danni che subiscono gli altri organi o tessuti del corpo, abbia ancora un’utilità clinica. Di recente, la Lancet Diabetes and Endocrinology Commission (di cui Vettor è un membro) ha affrontato la questione, proponendo di aggiornare i criteri diagnostici. Distinguendo tra una forma preclinica, in cui l’eccesso di peso non si associa a disfunzioni d’organo, e rappresenta quindi solo un fattore di rischio per lo sviluppo di malattie croniche come il diabete, e una forma di obesità clinica, definita come vera e propria malattia in cui le complicazioni d’organo sono parte integrante del disturbo.

"È un primo tentativo di dare dignità clinica a questa patologia, riconoscendone non soltanto gli aspetti quantitativi, il Bmi o il girovita, appunto, ma anche quelli qualitativi", rivendica Vettor. "Il fatto è che si tratta di una malattia che porta con sé dei segni di tipo respiratorio, con le apnee ostruttive notturne, che porta con sé la “metabolic associated steatosic liver disease”, o fegato grasso, e altre patologie a livello epatico, patologie cardiache e tutta una serie di disturbi della sfera psicologica e psichiatrica. Questa malattia, quindi, abbiamo proposto di chiamarla “obesità clinica” e riteniamo che identifichi i pazienti che dovrebbero rappresentare una priorità per il supporto dei servizi sanitari nazionali".

Serve un cambio culturale

L’obiettivo della Lancet Commission è, perciò, quello di indurre un cambiamento culturale nella presa in carico dell’obesità. Ma a rendere maturi i tempi è anche l’arrivo sul mercato di una nuova classe di farmaci per la perdita del peso, per la prima volta, realmente efficaci e sicuri. Sono i cosiddetti agonisti del recettore Glp-1, farmaci come gli ormai arcinoti semaglutide e tirzepatide, capaci di far perdere anche il 15% del peso corporeo nell’arco di un anno. A fronte, però, di un costo elevato e di tempi di trattamento ancora non ben definiti (secondo alcuni specialisti la terapia dovrebbe essere a vita, come per altre malattie croniche), che stanno frenando la discussione di una loro rimborsabilità a carico del Ssn.

Se la sostenibilità di simili terapie è ancora tutta da stabilire (un anno di trattamento costa diverse migliaia di euro a paziente e la platea dei potenziali beneficiari è estremamente ampia), riguardo alla loro efficacia sembrano invece esserci ormai pochi dubbi: i pazienti perdono peso, perché riescono a stare a dieta più facilmente e con pochi effetti collaterali. E le ricerche più recenti stanno confermando che insieme con i chili di troppo si riduce anche la mortalità cardiovascolare, l’incidenza di demenze, tumori e, probabilmente, di molti altri disturbi collegati all’obesità.

La loro azione farmacologica è complessa e ha a che fare con il cosiddetto “sistema di reward”, di appagamento, a livello di sistema nervoso centrale. L’effetto è un aumento del senso di sazietà e la riduzione della ricerca di cibo: si mangia meno e senza sforzo. In commercio, per ora, ci sono tre farmaci (semaglutide, liraglutide e tirzepatide), ma la pipeline di sviluppo delle aziende è lunga e presto potrebbero quindi arrivarne di ancora più efficaci e sicuri. Occhio, però, a non considerarli una sorta di bacchetta magica: perdere peso, con i farmaci così come con la chirurgia, rimane un percorso che richiede dedizione e forza di volontà, da affrontare seguendo una dieta ipocalorica e aumentando l’attività fisica. In primis nella fase della perdita e poi nella fase di mantenimento, che è comunque un momento molto delicato. Il rischio è di riprendere in fretta i chili bruciati con la terapia e di perdere più massa magra e grasso sottocutaneo del dovuto.

"Quando ci si rende conto di avere un problema di peso, la prima cosa da fare è rivolgersi al proprio medico di medicina generale - conclude Vettor - il quale saprà effettuare una prima valutazione e giudicare la necessità di rivolgersi a un centro specializzato nel trattamento dell’obesità. Il percorso di cura dei problemi di peso è sempre multidisciplinare, perché un trattamento efficace non si limita alla prescrizione di farmaci, a modifiche dello stile di vita o alla chirurgia. I pazienti vanno assistiti dai clinici, dai chirurghi, ma anche da nutrizionisti, esperti di attività fisica e psicologi. Solo così - conclude - ci si può assicurare di avere risultati soddisfacenti. E duraturi". Di certo, resta il fatto che l’obesità bisogna combatterla in anticipo. Che bisogna agire quando si manifestano i primi segni di sovrappeso e malattia metabolica. Rivolgendosi a un medico, perché col fai-da-te si rischia la spirale della sindrome yo-yo.

Il talk “La scienza del dimagrire” è in programma sabato 11 ottobre alle 12 nell’Aula Magna dell’università di Padova. Ospiti Ezio Di Flaviano e Roberto Vettor. Modera Federico Mereta. La partecipazione è gratuita su prenotazione a questo link