Sono i protagonisti della strategia terapeutica, nel senso che ne sono i destinatari: a loro vengono prescritti farmaci ed esami, su di loro si verifica l’efficacia di un trattamento. Eppure raramente i pazienti vengono interpellati in prima persona, chiedendo loro quanto effettivamente i sintomi della malattia si siano attenuati, e in generale quanto la loro vita sia migliorata grazie alla terapia. A questa mancanza suppliscono a volte gli studi cosiddetti di “real life”, cioè le analisi che osservano i pazienti nella loro routine assistenziale quotidiana. Questi studi includono quindi persone con comorbidità multiple, che assumono diverse terapie contemporaneamente, di età variabile e con differenti condizioni socio-economiche. In pratica, si tratta della "vera" popolazione di pazienti che ogni giorno si presenta negli ambulatori e negli ospedali, non di soggetti selezionati che rispondono a criteri rigorosi di inclusione.
Un problema globale
È proprio uno studio di questo tipo, tutto italiano, che è stato oggi presentato ad Amsterdam, nel corso del Congresso della Società Respiratoria Europea (Ers). Al centro dell’analisi Choros Orion, gli effetti della triplice terapia a base di budesonide/glicopirronio/formoterolo fumarato (due broncodilatatori - un betagonista, un antimuscarinico a lunga durata di azione, e un corticosteroide inalatorio). Questa terapia “chiusa”, cioè contenuta in un unico inalatore, è ormai da tempo utilizzata nel trattamento della broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco), una patologia respiratoria cronica che colpisce 391 milioni di persone nel mondo e circa 3,3 milioni in Italia, configurandosi – come ricorda l'Organizzazione Mondiale della Sanità – come la terza causa di morte al mondo. Dai preoccupanti, cui se ne aggiunge un altro: circa il 50% dei pazienti non riceve la diagnosi, e vive quindi con la malattia senza saperlo. Anche se, va detto, i sintomi sono importanti e riconoscibili: la Bpco è infatti caratterizzata da un ridotto flusso di aria nei polmoni, tosse cronica con catarro, la dispnea (cioè difficoltà a respirare), soprattutto sotto sforzo, e respiro sibilante. Il suo principale fattore di rischio è il fumo di sigaretta, anche se giocano un ruolo anche altri fattori come l’inquinamento atmosferico, l’esposizione professionale a polveri e agenti chimici irritanti, e fattori genetici ancora non del tutto chiari.
Lo studio italiano
Lo studio Choros Orion ha coinvolto 250 pazienti in 23 centri del nostro paese, valutando l'efficacia della triplice terapia a combinazione fissa in un contesto – appunto - di "real life". I dati emersi dopo soli tre mesi di trattamento mostrano miglioramenti significativi sia nei sintomi che nella qualità di vita dei pazienti. "La triplice terapia in una singola combinazione a dose fissa ha già dimostrato di essere efficace negli studi randomizzati e controllati, ma fino a oggi vi erano poche evidenze nei contesti tipici della pratica clinica quotidiana", spiega Micaela Romagnoli, Direttore dell'Unità Operativa Complessa di Pneumologia dell'Ospedale Ca' Foncello Aulss2 Marca Trevigiana e prima firma dello studio. Che, come ricorda l’autrice, è solo una prima parte di uno studio più ampio che durerà un anno complessivo con controlli a 12, 26 e 52 settimane.
I risultati dopo tre mesi
Per valutare l'impatto del trattamento, i ricercatori hanno utilizzato gli ePro (Electronic Patient Reported Outcomes), questionari elettronici che raccolgono direttamente la voce dei pazienti senza l'intermediazione degli operatori sanitari. In particolare, sono stati somministrati due strumenti: il Cat (Copd Assessment Test), focalizzato sui sintomi, e il Pgi-S (Patient Global Impression of Severity), relativo alla percezione della gravità della malattia e alla qualità di vita.
Così migliorano i sintomi
I risultati sono eloquenti: in primo luogo, la percentuale di pazienti che ha descritto la propria situazione clinica come grave o molto grave è diminuita dal 27,9% al 18,7%. Contemporaneamente, è aumentato (dal 28,5% al 41,3%) il tasso di quelli che hanno riferito una gravità lieve o nessuna gravità. Più di un paziente su due (il 52%) ha evidenziato un miglioramento dei sintomi clinicamente rilevante. In altre parole, sottolinea Romagnoli, la percezione soggettiva del paziente relativamente alla patologia è cambiata radicalmente dopo solo 12 settimane di trattamento.
Il crollo delle riacutizzazioni
Particolarmente rilevante è la riduzione del tasso annualizzato delle riacutizzazioni, passato da 1,6 a 0,26. "Si tratta di un dato che si avvicina all'assenza di riacutizzazioni", continua Romagnoli. "Questo si traduce in un ottimo controllo della malattia". Le riacutizzazioni rappresentano infatti momenti critici per i pazienti con Bpco, causando un ulteriore declino della funzione polmonare e potendo innescare eventi cardiovascolari come aritmie e ischemie cardiache, rilevabili fino a un anno di distanza dall'episodio acuto. La loro riduzione comporta anche un calo dei ricoveri ospedalieri e della mortalità. Lo studio Choros Orion proseguirà fino al completamento dell'anno di osservazione. "L'analisi a 52 settimane offrirà una fotografia più completa e dettagliata", conclude l’autrice dell’analisi, con ulteriori dati che potranno consolidare le evidenze già emerse e guidare le scelte terapeutiche nella gestione quotidiana della malattia.