Uno stile di vita sano, stimoli cognitivi come lo studio e il controllo della salute cardiovascolare possono ridurre il rischio di demenza. Ma anche risolvere i problemi di udito aiuta. È questo il principale risultato che emerge da un lavoro da poco pubblicato su Otolaryngology–Head and Neck Surgery, che analizza più a fondo l’ormai ben consolidato legame tra udito e demenza.
Lo studio
Il team guidato da Justin S. Golub della Columbia University, nello specifico, ha analizzato come cambiava il rischio di soffrire di demenza in caso di trattamento di alcune condizioni che possono compromettere l’udito. Per farlo hanno stimato la presenza di diversi disturbi uditivi (come otosclerosi, malattia in cui si accumula tessuto osseo; colesteatoma, condizione in cui si formano accumuli di cellule epiteliali e perforazioni del timpano) in un campione di circa 360 mila persone. Sono condizioni cosiddette periferiche, che possono causare ipoacusia conduttiva, ovvero dovuta a dei problemi nella trasmissione delle onde sonore verso l’orecchio interno.
I ricercatori hanno osservato che chi soffriva di colesteatoma e perforazioni del timpano aveva un maggiore probabilità di soffrire anche di demenza (in media circa il doppio rispetto a chi non aveva questi problemi). Per l’otosclerosi non sono state trovate associazioni con il rischio di demenza, forse perché i pazienti in questi casi erano più giovani o per limiti metodologici del loro studio, scrivono gli autori.
Il ruolo del trattamento
Secondo gli esperti trattare questi disturbi - sia chirurgicamente che ricorrendo ad apparecchi acustici - poteva diminuire il rischio di soffrire di demenza . Per questo i ricercatori hanno cercato di capire, nel loro set di dati, chi avesse ricevuto interventi chirurgici correttivi o avesse fatto ricorso ad apparecchi acustici. I risultati hanno confermato la loro ipotesi: interventi correttivi riducevano la probabilità di soffrire di demenza (pur rimanendo più elevata rispetto a chi non aveva questi problemi), con effetti simili sia per il ricorso alla chirurgia che agli apparecchi uditivi .
Perché la perdita di udito può favorire la demenza
Inoltre, continuano gli autori, la natura periferica di questi disturbi, non imputabile a processi neurodegenerativi e centrali tipici della demenza, porterebbe ad escludere un legame di tipo inverso (ovvero che sia la demenza a causarli). Alcune recenti ricerche suggeriscono che la perdita della capacità di percepire i suoni abbia degli effetti a livello centrale, stimolando una riorganizzazione cerebrale.
In generale, infatti, si ritiene che la perdita di udito, tramite mancanza di stimoli, isolamento, depressione a volte, e sforzi cognitivi legati proprio ai tentativi di superare il disagio possano contribuire alla demenza, ricordano i ricercatori. “Questo studio - e concludono - si aggiunge alle evidenze secondo cui la cognizione è influenzata dalla deprivazione sensoriale, ma l'effetto si estende anche a cause di tipo conduttivo correggibili”.
