Bere tanta acqua è il miglior modo per prevenire la formazione di calcoli renali, e chi ne ha già sofferto dovrebbe berne ancora di più per diminuire il rischio di recidive, almeno 2,5-3 litri al giorno secondo gli urologi. Tuttavia, i ricercatori dell’Università di Washington hanno scoperto che anche piccoli incrementi nelle abitudini quotidiane possono fare la differenza: una prospettiva incoraggiante per chi proprio non riesce a raggiungere le quantità raccomandate. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Lancet.
Le raccomandazioni dei medici
Chi ci è passato se lo ricorda bene quanto fa male una colica renale, e nell’immediato promette a se stesso di fare di tutto per evitare di averne un’altra. Per abbassare il rischio di recidive, le linee guida internazionali raccomandano di bere 2,5-3 litri di acqua al giorno, ossia la quantità necessaria a produrre 2-2,5 litri di urine chiare e limpide. Il motivo è semplice: urine troppo concentrate facilitano l’aggregazione dei sali disciolti, quindi più si beve minore sarà la probabilità che si formino calcoli. Poiché circa il 50% delle persone che hanno avuto un calcolo renale rischia di svilupparne un altro nei successivi 10 anni, mantenere un flusso costante di liquidi attraverso i reni è, nella maggior parte dei casi, una difesa efficace.
Bere tanto è difficile
Come confermato dagli autori del nuovo studio, però, cambiare le proprie abitudini è difficile, e molti pazienti non riescono a mantenere livelli di idratazione ottimali. Sveglie e app sullo smartphone per bere di più, borraccia sempre a portata di mano, addirittura sessioni di coaching e incentivi finanziari non sono sempre sufficienti, soprattutto sul lungo periodo. Alla luce della discrepanza tra l’ottimo prescritto dalla teoria medica e l’aderenza dei pazienti nella vita di tutti i giorni, i ricercatori hanno voluto verificare se incrementi di liquidi più contenuti, ma davvero praticabili, fossero comunque utili in termini di prevenzione delle recidive
Piccoli cambiamenti, importanti risultati
Per questa analisi, realizzata nell’ambito dello studio Push (Prevention of Urinary Stones with Hydration, una ricerca clinica randomizzata disegnata per determinare se un programma di intervento comportamentale possa ridurre la ricorrenza dei calcoli renali sintomatici rispetto alle cure standard), gli scienziati hanno preso in considerazione dati clinici e abitudini relativi a 1461 adulti che avevano avuto un evento sintomatico legato alla presenza di calcoli renali nei 3-5 anni precedenti. I risultati hanno mostrato che i pazienti che hanno aumentato il volume giornaliero di urina di almeno 438 millilitri hanno ottenuto una riduzione del 24% del rischio di recidiva, un beneficio riscontrato anche in coloro che non sono riusciti a raggiungere l'obiettivo ideale fissato dalle linee guida mediche. Migliorare la propria idratazione rispetto alla condizione di partenza, insomma, è già un passo importante per proteggere la salute dei reni, indipendentemente dal raggiungimento del traguardo ideale e saperlo può essere un incentivo per i pazienti a fare sempre meglio sul lungo periodo.
Nuovi indicatori di rischio
Dalla ricerca è anche emerso che l’osmolarità delle urine (cioè un parametro che esprime la concentrazione di particelle disciolte in un chilo di solvente) può essere utilizzata come indicatore di rischio di formazione di nuovi calcoli renali: a parità di volume di urine, più è alta e maggiori sono le probabilità di una recidiva. Si tratta di una misura facilmente ottenibile in un laboratorio di analisi - sostengono gli autori dello studio - e che pertanto in futuro potrebbe diventare uno strumento prezioso in ottica di personalizzazione delle cure, per identificare quei pazienti che necessitano di un monitoraggio più frequente e di interventi comportamentali maggiori.
