I nuovi farmaci anti-obesità sono certamente una delle novità più promettenti nel mercato farmaceutico. Sono già stati approvati in Europa e negli Stati Uniti e il loro utilizzo non fa che aumentare, grazie all’enorme platea di potenziali beneficiari di queste terapie. Una nuova serie di revisioni sistematiche dell’organizzazione Cochrane, non profit specializzata nella valutazione degli interventi sanitari, fa il punto sui loro effetti, confermando che le ricerche disponibili indicano un’elevata efficacia clinica di questi farmaci analoghi dell’ormone Glp-1, ma indicando anche la necessità di ulteriori ricerche indipendenti che ne indaghino più a fondo effetti collaterali e potenziali rischi e benefici a lungo termine.
Farmaci anti-obesità
La richiesta di analizzare le ricerche disponibili sugli analoghi di Glp-1 è arrivata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che nei prossimi mesi prevede di realizzare delle linee guida per il loro utilizzo nella lotta all’obesità. I ricercatori di Cochrane hanno lavorato a tre revisioni sistematiche, relative ai tre farmaci di questa categoria attualmente approvati in Europa e negli Stati Uniti: liraglutide, semaglutide e tirzepatide.
In tutti e tre i casi, si tratta di medicinali sviluppati per il trattamento del diabete di tipo 2, e poi re-indirizzati anche al contrasto di obesità e sovrappeso vista l’efficacia dimagrante dimostrata nei pazienti diabetici. Il loro meccanismo d’azione è simile, legato alla capacità di mimare l’attività dell’ormone Glp-1, prodotto naturalmente dal nostro organismo per rallentare la digestione e promuovere il senso di sazietà. A differenza di semaglutide e liraglutide, tirzepatide (il più recente dei tre) ha però una doppia azione: agisce infatti come agonista di due recettori ormonali, quello di Glp-1 – come gli altri farmaci di questa classe – e anche quello di Gip (Polipeptide Insulinotropico Glucosio-Dipendente), un ormone che promuove la produzione di insulina e che sembrerebbe influenzare anche il metabolismo dei lipidi, e potrebbe quindi migliorare le prestazioni dimagranti del farmaco. Attualmente tutti e tre i medicinali sono approvati per l’utilizzo in adulti obesi o in sovrappeso con importanti comorbidità, in associazione con la dieta e cambiamenti nello stile di vita atti a ridurre la sedentarietà.
I risultati
Le revisioni del team Cochrane sono basate su 8 sperimentazioni cliniche del tirzepatide, 18 del semaglutide e 24 di liraglutide. E per tutti e tre i medicinali, confermano l’efficacia clinica nei confronti del placebo: tirzepatide garantirebbe una perdita media del 16% del perso corporeo dopo 12 o 18 mesi di utilizzo, con effetti che durerebbero fino a 3 anni e mezzo; semaglutide una riduzione dell’11% del peso corporeo dopo 24-68 settimane, ed effetti che durano fino a due anni; liraglutide solo il 4-5% di riduzione del peso corporeo, ma comunque un’efficacia clinicamente rilevante rispetto al placebo.
I dati disponibili non mostrano inoltre differenze rilevanti rispetto al placebo per quanto riguarda eventi cardiovascolari, qualità di vita o mortalità. Gli effetti collaterali più lievi, come nausea e vomito, sono però più comuni nei pazienti che assumono il farmaco, e l’intensità è a volte sufficiente per portare ad interrompere la terapia. Nelle conclusioni gli autori delle revisioni sottolineano come le ricerche disponibili siano attualmente tutte state realizzate con il finanziamento delle aziende produttrici dei farmaci, e siano quindi esposte a bias e conflitti di interessi.
Servono studi indipendenti
Se sul piano dell’efficacia, inoltre, sembrano esserci ormai pochi dubbi, sugli aspetti di sicurezza dei farmaci, specie a lungo termine, le informazioni disponibili sono invece poche e di insufficiente forza statistica. Per questo, gli autori delle revisioni sottolineano la necessità di svolgere ulteriori ricerche indipendenti, con follow up di lunga durata, con cui guidare le linee guida cliniche e le future decisioni sulla rimborsabilità e sull’accesso a questi farmaci.
“Abbiamo bisogno di più dati sugli effetti a lungo termine e sulla salute cardiovascolare, soprattutto in persone a basso rischio individuale”, spiega Eva Madrid, ricercatrice dell’Universidad de Valparaíso, in Cile, e coautrice delle revisioni Cochrane. “Il fatto che si recuperi il peso perso quando vengono interrotte le terapie potrebbe influenzale la sostenibilità a lungo termine dei benefici che abbiamo osservato. Servono più studi indipendenti che indaghino questi farmaci sotto il profilo della salute pubblica”.