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I farmaci anti-obesità danneggiano la vista? Probabilmente no

I farmaci anti-obesità danneggiano la vista? Probabilmente no

Due ampi studi internazionali ridimensionano il legame tra analoghi del Glp-1 e rari problemi del nervo ottico

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L’uso dei nuovi farmaci anti-obesità basati sugli analoghi del Glp-1 non sembra comportare un rischio concreto di danni alla vista. A stabilirlo sono due ampi studi internazionali condotti in Svezia e negli Stati Uniti e pubblicati contemporaneamente sulla rivista Annals of Internal Medicine, che hanno analizzato l’incidenza della neuropatia ottica ischemica – una rara condizione che riduce l’afflusso di sangue al nervo ottico causando una perdita improvvisa della vista – in pazienti trattati per un anno e mezzo con questi medicinali. I dati indicherebbero che l’aumento del rischio, se presente, è infinitesimale, e che con ogni probabilità è attribuibile non tanto alle molecole in sé, quanto alla presenza di differenze nello stato di salute generale dei pazienti a cui vengono prescritte.

Le ricerche tra Stati Uniti e Svezia

Nel primo studio, i ricercatori della Rutgers University hanno analizzato i dati relativi alle richieste di indennizzo assicurativo negli Stati Uniti per una popolazione di adulti di età compresa tra i 18 e i 65 anni, affetti da diabete di tipo 2, nel periodo tra il 2017 e il 2022. Gli scienziati hanno confrontato l’insorgenza della neuropatia ottica ischemica (Ion) tra chi aveva iniziato la terapia con analoghi del Glp-1 e chi assumeva altri farmaci per il diabete, specificamente gli inibitori di Sglt-2 o gli inibitori di Dpp-4. Nell’arco di 18 mesi, l’evento avverso si è verificato in meno di un paziente su mille in tutti i gruppi considerati. Sebbene le percentuali fossero leggermente superiori tra chi aveva utilizzato gli analoghi del Glp-1, l’incidenza assoluta è risultata comunque estremamente bassa.

Il secondo lavoro ha preso in esame un campione di dati proveniente dal registro sanitario nazionale svedese, relativi a persone tra i 35 e gli 84 anni con diabete di tipo 2. Gli esperti del Karolinska Institutet hanno analizzato 107.518 pazienti che hanno iniziato il trattamento con Glp-1 tra il 2013 e il 2024, e 185.898 che hanno invece avviato una terapia con inibitori di Sglt-2. Dopo un anno di terapia, il rischio di sviluppare la neuropatia ottica ischemica anteriore non arteritica (Naion) è risultato pari allo 0,04% nel gruppo Glp-1, e allo 0,02% nel gruppo di controllo. Anche in questo caso, una differenza ritenuta pressoché infinitesimale dagli autori dello studio.

Dipende dalla gravità della patologia di base

I risultati di entrambi i team di ricerca concordano su un punto fondamentale: la maggiore incidenza di eventi avversi ai danni degli occhi che emerge in chi utilizza analoghi del Glp-1 è talmente bassa da poter essere imputabile a possibili fattori confondenti, come le differenze nello stato di salute dei pazienti a cui vengono prescritti questi farmaci.

Nello studio svedese, ad esempio, le differenze nel rischio relativo di sviluppare la neuropatia ottica si sono ridotte in modo significativo quando sono stati utilizzati modelli statistici che tenevano conto in maniera più precisa della gravità del diabete dei pazienti. Chi riceve la prescrizione di analoghi del Glp-1 per il trattamento del diabete, d’altronde, presenta spesso un quadro clinico più grave rispetto a chi assume altre categorie di medicinali. Questo fenomeno suggerisce che a pesare sulla salute del nervo ottico siano le condizioni di base del paziente, come i livelli di glicemia a lungo termine o le complicanze vascolari già in atto, e non un effetto collaterale diretto della molecola.