Il Gusto

A cena dietro le sbarre: “Vi spiego il successo del mio ristorante”

La sala di InGalera (foto tratta dal sito del locale)
La sala di InGalera (foto tratta dal sito del locale) 
Il caso di "Ingalera", il locale all'interno del carcere di Bollate, cìntura metropolitana di Milano: in cucina e i sala ci sono i detenuti
3 minuti di lettura
Col freddo che fa, il piatto giusto eccolo sotto le zuppe: marubini in brodo di lambrusco. A seguire: sella di maiale con verza stufata e per chiudere tiramisù con salsa allo zafferano. Davide, 36 anni, lo chef che somiglia a Bruce Willis, lo spiega con grande orgoglio. Non serve essere esperti di alta cucina per capire che questo non è il menù di un ristorante ordinario. Nessuna concessione alla banalità. Né nei piatti né nella cantina. L’atmosfera è elegante, essenziale, niente affatto leccata. Pareti bianche, tende bianche, tavoli di legno chiaro, sedie bianche, lunghe tovaglie bianche, tre bicchieri col calice davanti a ogni coperto. Forse, la cosa che colpisce di più sono i manifesti alle pareti: il Sylvester Stallone di in “Fuga per la vittoria” ; Clint Eastwood di “Fuga da Alcatraz”; Tom Hanks ne “Il miglio verde”. Diciamo che quando passi la soglia ti sembra di entrare in un locale qualunque. Lindo, silenzioso, spazioso. La sorpresa è arrivata prima.

Via Cascina Belgioioso 120, Bollate, cintura metropolitana di Milano, proprio accanto a quello che era l’ingresso Vip per Expo. L’edificio è un parallelepipedo di cemento bianco. Le finestre sono molto piccole, la rete di recinzione molto alta. Oggi nel grande parcheggio arriva uno scuolabus e tutti i ragazzi si mettono in fila. La sala d’attesa spesso è molto affollata: bambini intabarrati nei passeggini, donne che sembrano stanche, vecchi che si capisce che qui dentro hanno un figlio. Qui dentro è un carcere. E qui dentro, primo in Italia (ora c’è anche Liberamensa alle Vallette a Torino), ma non ce ne sono altri in Europa e nemmeno nel mondo, c’è un ristorante. Silvia Polleri, la signora che ha avuto l’idea, racconta che non è stato troppo difficile. «La cosa più complicata — dice — sembrava trovare il nome da dargli. Abbiamo chiesto a copy, creativi, pubblicitari. Poi ho avuto una folgorazione, le cose giuste sono quelle più ovvie. Così il ristorante che sta dentro il carcere lo abbiamo chiamato InGalera» . E perfino il New York Times, che ha mandato qui un inviato a raccontarlo, ha concluso che, almeno una volta, in galera vale proprio la pena di entrare.

A mezzogiorno c’è il pranzo veloce, piatto unico a 12 euro, tovagliette di carta che però sono oggetti di culto perché ognuna è la foto di una diversa prigione. Alcatraz, quello in pietra di Dorchester, lo Spielberg di Brno. E i nostri: L’Asinara, Poggioreale, Regina Coeli, San Vittore… Per mangiare la sera bisogna prenotarsi con settimane di anticipo e si ordina à la charte. Racconta Polleri: «Ogni giorno cento persone entrano in carcere per venire a mangiare, ed è la prima volta che invitiamo il mondo a venire dentro. Di solito il carcere chiede qualcosa alla società. Noi, alla società, vogliamo dare qualcosa. E poi quest’idea di mostrare che i detenuti non hanno tre teste e che sono in grado di produrre il meglio è educativa per tutti. Per loro, che imparano la disciplina e la cultura del buono e del bello, e per noi» . Da Kyoto, un professore universitario di criminologia, è venuto a studiare il modello. A Cardiff esiste qualcosa di simile, ma non è un’impresa, è una charity. Precisa Polleri: «Qui da noi invece i dipendenti sono detenuti e sono tutti pagati» .

Trent’anni dopo la Gozzini, la prima ad aprire in qualche modo le porte del carcere e a trasformare in legge la filosofia della Costituzione, cioè che la detenzione deve mirare al recupero, InGalera gioca una scommessa esaltante. Perché chi è in carcere, prima o poi esce. E quello che conterà, a quel punto, non è perché c’era entrato, ma com’è diventato. Se è ancora arrabbiato, se fuori trova il deserto, è più facile che torni a commettere reati. Le statistiche sulle recidiva non lasciano dubbi. L’asticella del 70 per cento crolla al 28 se i detenuti non hanno spezzato — o qui l’hanno trovato — un filo che li lega alla vita.

E il lavoro è il filo più solido. Said, marocchino, 30 anni; Stephan, 27, rumeno; Carlito, che viene dall’Equador, servono ai tavoli con la camicia immacolata, i mocassini che fanno rumore sul parquet e il gilè nero. Con il lavoro, dice Polleri, vedi le persone trasformarsi. E racconta di Graziano, rapinatore seriale, tossico, insopportabile attaccabrighe, abbandonato per forza da tutti. «È venuto qui perché aveva deciso di smettere e ce l’ha fatta. Ha lavorato con noi ad Abc, la cooperativa di catering che ha spianato la strada al ristorante. Nei cinque anni della sua pena ha imparato la cultura del lavoro e adesso è un uomo rinato» .
Un bicchiere di passito chiude la cena. Dal guardaroba ritiri il cappotto e ti prepari ad uscire. Dal ristorante e dalla prigione. Davide, quello che somiglia a un Bruce Willis più giovane, rimane e torna nella sua cella. Ma un giorno — fra dieci, quindici anni — uscirà anche lui e sarà ancora uno chef.