C’è un angolo di Piemonte ai piedi del Monviso, anticamente conosciuto come Marchesato di Saluzzo, dove i vini hanno una lunga storia. Risalgono infatti al 1268 le prime testimonianze scritte sull’esistenza nelle colline saluzzesi di vigne impiantate a nebiolum, mentre nel 1511 si parla di trenta bottali di vino Pelaverga inviati ogni anno a Papa Giulio II. Che pare li gradisse al punto da dichiarare Saluzzo sede vescovile, con i privilegi che ne derivavano.
Poi dei vini di queste terre si perdono le tracce, con i vigneti che soffrono le guerre contro i francesi, l’avvento della fillossera e l’invadente notorietà dei vicini delle Langhe. Fino a quando un pugno di viticoltori (Remigio Maero, Ernesto Casetta e Ambrogio Chiotti) decise di impegnarsi nella valorizzazione di due storici vitigni autoctoni, Pelaverga e Quagliano, ottenendo nel 1996 la Doc. Nel 2001 nasce così il Consorzio per la Tutela dei Vini Doc Colline Saluzzesi che oggi conta 13 aziende associate, di cui otto cantine produttrici di vini. Nel 2010, con la modifica del disciplinare, la denominazione viene estesa a Colline Saluzzesi Rosso, Pelaverga rosato, Barbera e Chatus.
Piccole microproduzioni di nicchia (20.000 bottiglie di Pelaverga, 12.000 di Quagliano e solo una cantina con 2500 bottiglie per lo Chatus in purezza) che negli ultimi anni si sono impegnate a valorizzare la filiera vigna-bottiglia, sfuggendo così da un’impossibile competizione con i potenti vicini di Langhe e Monferrato. E noi, curiosi e attenti ai vini autoctoni, siamo andati a visitare alcuni dei vigneti dove nascono le uve utilizzate da queste tre Doc quasi sconosciute. Dalla Vigna San Carlo di Marialuce Reyneri di Lagnasco, che conserva numerose varietà autoctone di vite recuperate dall'estinzione, alla vigna di Pelaverga pulita, cioè priva di residui chimici, ai piedi del Castello di Castellar, fino alla vigna dove Aurelio Giordanino e la figlia Serena coltivano le uve zuccherose del Quagliano.
Abbiamo raggiunto anche le sale dell’imponente Castiglia, il maniero che domina Saluzzo, per degustare il frutto del lavoro delle otto cantine. Abbiamo iniziato con la Pelaverga vinificata in purezza, di acidità e alcol moderati, dalla tenue tonalità rubino-violacea, con profumi floreali che si sposano alla spezia e una lievissima nota di pepe. Un vino decisamente interessante, particolarmente adatto ad accompagnare antipasti e primi leggeri o a venire sorseggiato come aperitivo, in abbinamento a finger food. Siamo quindi passati allo Chatus vinificato in purezza: un vitigno rustico e vigoroso, probabilmente qui arrivato dalla Francia in epoca medievale, che da vita a un vino di colore intenso e dai profumi leggermente speziati, con note di erbe aromatiche, bacca di ginepro, susina e mirtillo. È piacevole abbinarlo a secondi di carne corposi, in particolare alla selvaggina, o ai saporiti ravioli della Val Varaita, impegnativi gnocchetti di farina, patate e tomino, conditi con tanto burro fuso e parmigiano.
E abbiamo concluso il pasto con un bicchiere di dolce Quagliano, un mosto parzialmente fermentato (5,5 gradi alcolici) prodotto partendo da un vitigno nobile e raro dalle antichissime origini. Da queste uve nascono anche uno spumante e pochissime bottiglie di un vino secco, che vanno letteralmente a ruba e che non siamo quindi riusciti ad assaggiare. È un vino esuberante e profumato, con note di fragola, fragoline di bosco, lampone e viola, che Luigi Veronelli, ne I vini d’Italia, definì giustamente “simpatico”.
Vini da ri-scoprire, ai quali tra qualche anno potranno aggiungersi – come ci ha dichiarato Vanina Carta presidente del Consorzio per la Tutela dei Vini Doc Colline Saluzzesi – altre varietà autoctone di vite recuperate dall'estinzione, come lo Chasselais o il Gouait Blanc, oggi coltivate in qualche piccola vigna sperimentale. Con la speranza che tra i vini autoctoni del saluzzese trovino così spazio anche dei bianchi.