Il Gusto

Tra clima impazzito e vigneti sempre più in alto, il futuro dei vini altoatesini

(foto:  Michael Mair am Tinkhof)
(foto:  Michael Mair am Tinkhof) 
L'Alto Adige Wine Summit 2019 è stato un'occasione per fare il punto sullo stato dell'arte della produzione regionale. E ascoltare la voce controcorrente di Peter Dipoli
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È un tema che ci riguarda da vicino, quello dei cambiamenti climatici. Se la giovanissima attivista svedese Greta Thunberg ha catturato l’attenzione dei media accusando i leader mondiali di scarso interesse per lo stato di salute della terra, nel mondo del vino è un dato di fatto che a questi cambiamenti sia necessario adattarsi. Di questo si è parlato a Bolzano durante la seconda edizione di Alto Adige Wine Summit, congresso biennale organizzato dal Consorzio Vini Alto Adige che ha coinvolto numerosi professionisti - giornalisti, produttori e operatori - provenienti da 16 paesi del mondo. Una produzione annuale, quella altoatesina, pari a 330.000 ettolitri di vino proveniente da vigneti situati in alta quota su un “fazzoletto” di 5.500 ettari. E un intenso impegno nella zonazione, per mappare le aree più vocate.    
 
“Stiamo cercando di assicurare un futuro alle prossime generazioni - ha esordito Maximilian Niedermayr, Presidente del Consorzio Vini Alto Adige -. Il Consorzio riunisce 200 produttori che rappresentano la voce dei viticoltori altoatesini e la classificazione di 86 vigne è solo uno dei traguardi raggiunti che ci hanno permesso una crescita costante. Desideriamo fare di più, dando indicazioni precise sul clima e sui terreni al fine di agevolare ulteriormente la produzione”. Un clima alpino mediterraneo - come ha spiegato Georg Niedrist, ricercatore dell’Istituto per l’Ambiente Alpino Eurac Research - che sebbene sia fresco richiede la presenza di impianti di irrigazione nelle vigne, in prevalenza esposte a sud. “I cambiamenti climatici in Alto Adige e nell’arco alpino si fanno sentire - ha aggiunto - al punto che negli ultimi 60 anni la temperatura si è innalzata di un grado e mezzo. Questo nella viticoltura ha delle conseguenze, non ultima la maggiore concentrazione degli zuccheri nelle uve vendemmiate. Quanto alle temute grandinate, l’aumento dell’energia accumulata nell’atmosfera non incide sulla frequenza del fenomeno, ma ne incrementa l’intensità e lo stesso vale per le gelate”.

(foto: Florian Andergassen)
(foto: Florian Andergassen) 
Mutamenti climatici che parrebbero suggerire il cambio di vitigni o il reimpianto a quote più elevate, una tendenza che sembra irreversibile, “perché a tali cambiamenti è necessario adattarsi” conclude Niedrist. Non cambia invece il territorio “elemento fisso che non muta nel tempo" come ha sottolineato Carlo Ferretti, ricercatore di Geo Identity Research. Un territorio assai vario, quello dell’Alto Adige - 150 le specie rocciose presenti tra metamorfiche, vulcaniche e dolomitiche - e una collocazione al centro delle Alpi che lo rende una isola climatica, caratterizzata da basse precipitazioni. “Dove oggi si trovano i vigneti - spiega Ferretti - 16.000 anni fa era tutto ricoperto di ghiacciai”.
 
A regalare un ritratto gourmet del territorio altoatesino ci ha pensato lo chef Norbert Niederkofler - tre stelle Michelin conquistate dal suo ristorante St. Hubertus a San Cassiano - che con il progetto Cook the Mountain ha fondato una vera e propria filosofia. “Ci ho messo 5 anni per creare la filiera di 50 produttori che mi hanno consentito di concentrarmi solo su ciò che cresce naturalmente da queste parti”. Niente olio evo, ad esempio, o limoni, e utilizzo esclusivo della fiamma viva o della cottura a legna. “Non ci siamo inventati niente - precisa - prediamo dalla terra quello che ci offre, esattamente come fanno i vignaioli di questa regione che io ringrazio per essere riusciti a raggiungere una eccellente qualità nelle produzioni. La mazzata che hanno subito negli anni Novanta è stata salutare, alla fine, e oggi possiamo essere orgogliosi del loro lavoro”. Una mazzata rievocata da Martin Foradori della Tenuta J. Hofstätter, che è tornato sullo scandalo che venti anni fa rese popolare il detto “tra il metanolo e il glicolo c’è l’Alto Adige”. “In realtà non si è trattato di un vero scandalo - ha spiegato -, il pubblico voleva vini più robusti. Negli ultimi 15 anni abbiamo fatto molta strada, a grande velocità, e abbiamo recuperato. Adesso, forse, è giunto il momento di rallentare perché ci stiamo avviando verso una nuova era, ci aspettano tanti cambiamenti, e novità”.
 
L’Anteprima delle produzioni dei 59 vignaioli presenti è stata una delle fasi centrali di Alto Adige Wine Summit, una sessione di assaggi che complessivamente ha confermato una qualità decisamente elevata. 200 etichette, molte delle quali già ad un buon livello evolutivo, tra conferme - come lo Chardonnay Riserva Vigna Castel Ringberg 2017 di Elena Walch, il Gewürztraminer Nussbaumer 2018 di Cantina Tramin, e il Pinot Nero Ponkler 2014 di Franz Haas - e convincenti assaggi come il Sauvignon Gump Hof Riserva Renaissance 2106 di Markus Prackwieser, e il Lagrein Riserva Meisterlinie 2017 di Josef Brigl. La palma d’oro al produttore, però, va senz’altro a Peter Dipoli, autore di un Sauvignon che lascia spiazzati. L’annata 2013 del suo Voglar - protagonista con altri vini della serata precedente l’apertura del summit - ha conquistato tutti. “Ogni annata è diversa, e la 2013 è tra le migliori - dice -. Ho studiato a fondo il Sauvignon e le sue esigenze”.
I vigneti di Dipoli
I vigneti di Dipoli 
La prima annata prodotta nel 1990, subito convincente, ha incoraggiato Dipoli ad espandersi fino ad aggiudicarsi gli attuali tre ettari di vigneto situati in collina, tra 500 e 600 metri. “La mia è una filosofia molto semplice - spiega -, ho scoperto che esistono due tipi di Sauvignon. Quello classico dai sentori erbacei e di foglia di pomodoro per intenderci, a base di uve raccolte precocemente a causa delle temperature elevate, e che non arrivano alla maturazione fisiologica. È il più conosciuto dal pubblico, ma non è il vino che voglio. Nella Loira ho assaggiato Sauvignon che sapevano di pesca e agrumi, e mi son detto che potevo farli anche io. Ho capito che dovevo far maturare di più l’uva nell’ambiente giusto, e l’alta collina si è rivelata perfetta. I migliori Sauvignon in Alto Adige nascono sopra i 450 metri, ora anche altri produttori mi seguono, sanno che il terroir ti dà una mano per differenziarti. Un Sauvignon erbaceo si può fare dovunque, giocando sul primo gruppo di profumi - le pirazine - mentre nel mio i composti nascono durante la fermentazione con l’azione dei lieviti su dei precursori. So di essere una voce fuori dal coro - dice -, i punteggi delle guide premiano Sanct Valentin e Ronco delle Mele ma quei vini sono l’esatto opposto di ciò che voglio fare io. La stampa li definisce vini emozionanti, ma sono quasi tutti uguali, e senza capacità di invecchiamento. Io voglio mettere la vigna nella bottiglia, accettando l’annata e senza modificare niente. Gli enologi delle grandi cantine hanno in mente i numeri, i giudizi della stampa, i punteggi delle guide e fanno vini di conseguenza. A me non interessa produrre vini perfetti - conclude Peter Dipoli - voglio che siano unici”.