Cattivelli (solo di nome): quella trattoria che sa di Emilia Romagna
Luca Iaccarino
Un indirizzo rustico ed elegante insieme, in una delle zone più suggestive del centro-nord, la provincia di Piacenza. Seguici anche su Facebook
Aggiornato alle 1 minuti di lettura
Lo pensava Mario Soldati, lo pensa Carlo Petrini, lo pensano in tanti e lo penso pure io: il Po traversa e definisce una delle zone più suggestive e buone d'’Italia (dunque: del mondo). Così quando la settimana scorsa l’amico Michele mi dice “che pensi di andare a cena sull’Isola Serafini, quel lembo di terra in mezzo al fiume vicino alla diga? Si mangiano pesce di fiume e altre cose tipiche” non me lo faccio ripetere. Poco dopo stiamo tagliando una nebbia ovattata: se fossi un poeta direi che pare d’essere in un bicchiere d’acqua e anice (infatti l'ha detto Paolo Conte).
D’un tratto, nel buio satinato appare un’ombra profusa di luce ed è la Trattoria Cattivelli, una grande casa in mezzo al buio, destinazione tipica nelle domeniche fuori porta per piacentini e cremonesi. Oggi invece è un giovedì sera di gennaio e il grande salone è deserto, così noi ci accomodiamo in una stanza più piccola, semplice ed elegante: tovaglie bianche, bei quadri alle pareti, un titolare-oste di garbo squisito, innamorato di questa terra e dei suoi sapori. Il menù, infatti, è di quelli impeccabili, a regola d’arte: materie prime di massimo livello, cucina – scoprirò – rispettosa, ammodernata il giusto, senza fronzoli.
Così partiamo con un po’ di culatello che stagionano loro per venti mesi accompagnato dalla garbata acidità della giardiniera del produttore Pisaroni (14 euro; una premessa: i prezzi non sono bassi in assoluto ma lo sono relativamente alla qualità eccellente), dunque ci dividiamo una porzione di fumanti anolini in brodo (la tipica pasta ripiena piccola e tonda, farcita di stracotto; 13), una anguilla arrostita e marinata (non ricordo il prezzo, ahimè), una fritturina di acquadelle, i pescetti tipici di qui cotti come è difficile trovare in locali ben più blasonati (li friggono in pressione con un risultato asciutto e croccante; 17), il cotechino di Saronni (16) – che Gianni Brera chiamava “vaniglia” per il gusto profumato – che mi recapita in bocca il miglior cotechino della mia vita: si scioglie nel purè sul quale è poggiato, creando un’amalgama dolce, calda e gustosa che sa di casa e di conforto.
Mi perdonerete se questa settimana vi faccio spendere un po’ di più – il conto si assesta verso i 45 euro – ma se amate la tradizione, l’Italia buonissima e il convivio è certo un posto che non si può perdere.