E’ di qualche giorno fa la notizia, riportata anche da La Repubblica, dell’avvistamento in Abruzzo di una orsa con quattro cuccioli, un evento non comune che ha giustamente rallegrato quanti hanno a cuore le sorti della piccola popolazione di orsi che sopravvive nel Parco d’Abruzzo Lazio e Molise. L’avvistamento conferma quanto le ricerche degli ultimi anni hanno già svelato e cioè che l’orso marsicano ha ancora una notevole capacità di riproduzione che sarebbe più che sufficiente per fare decollare la popolazione dai 50-60 orsi attuali verso numeri più alti e più rassicuranti per il futuro della specie. Negli ultimi anni, il tasso di riproduzione medio è stato di almeno il 24%, un valore in linea con quanto conosciuto per una popolazione sana di orsi. Ma allora come mai questa popolazione galleggia sulla piccola dimensione di qualche decina di esemplari senza aumentare mai? Semplicemente perché non ha spazio, il parco nazionale è già saturo di orsi e la densità attuale (4 orsi/100 km2) è tra le più alte che si conoscano per l’orso bruno. Il parco non può fare molto di più. Certo può migliorare le pratiche di convivenza tra orso e attività antropiche ed evitare qualche incidente che provoca la morte di un orso ma anche su questo fronte le possibilità di migliorare la situazione sono poche: l’orso marsicano è molto amato dalle popolazioni umane del parco e aree limitrofe, un nostro studio compiuto qualche anno fa ha dimostrato che più di 85% dell’opinione pubblica ha un atteggiamento favorevole verso l’orso. Da parte sua, l’orso contribuisce ad una pacifica convivenza evitando di fare troppi danni e minacciare i turisti. Le interviste: "Quei quattro cuccioli, un bel segnale" Un nostro studio dello scorso anno sostiene la ipotesi di una probabile e involontaria selezione operata nel corso dei secoli dall’uomo sull’orso che ha portato ad avere orsi non aggressivi. Uno degli ultimi esempi di orso marsicano che si è ficcato nei guai con l’uomo si è verificato due anni fa quando un giovane maschio è entrato in un cortile di una casa e, non riuscendo più a uscire, è entrato in una cantina, da qui è salito al salotto del piano superiore e, non trovando altre vie di fuga, si è messo a dormire sul divano davanti al camino. L’alta densità di orsi, poi, provoca un aumento della competizione e di casi di infanticidio in cui i maschi uccidono i piccoli di un’orsa prima di accoppiarsi, un fenomeno naturale per questa specie ma raro quando la densità è bassa. Quindi, l’orso marsicano non ha altro modo di aumentare il numero dei suoi effettivi se non uscendo dal parco e colonizzando altre aree. L’Appennino centrale offre vastissime aree potenzialmente idonee all’orso e, in particolare, è denso di grandi aree protette, come ad esempio i parchi nazionali della Maiella e del Gran Sasso, dove infatti qualche orso è già arrivato. Ma il problema è arrivare a queste aree protette. Ci sono due ostacoli importanti, uno dovuto all’ambiente da attraversare e l’altro alla biologia stessa dell’orso. Uscendo dal parco, l’orso non trova le condizioni ambientali né l’accoglienza da parte delle popolazioni umane necessarie ad una vita pacifica: i pericoli di incidenti stradali, la tentazione di pollai poco protetti, il disturbo delle battute di caccia, forse anche lo stress di muoversi costantemente in un contesto ambientale che non permette di rilassarsi, sono tutti fattori oggettivi che limitano il successo degli orsi che si avventurano fuori parco. E’ proprio qui che si verifica un tasso di mortalità molto alto. Ma c’è poi anche la biologia dell’orso che crea problemi. Quando un orso giovane lascia il suo territorio natale alla ricerca di nuove aree da colonizzare lo fa in due modi diversi a seconda del sesso: una femmina si sposta appena quel tanto che serve per uscire dall’area di nascita e fermarsi nella prima (o quasi) area libera adiacente e questo la porta in aree che spesso sono affollate di paesi, strade, campi coltivati, quindi aree pericolose e poco idonee. Un maschio invece si sposta facilmente di molte decine di chilometri: se riesce ad attraversare indenne le fasce limitrofe al parco potrebbe arrivare da solo in ambienti sicuri e idonei. Già, ma in aree così lontane oggi non trova un'altra femmina e non riuscirà a contribuire alla crescita della popolazione. Anni fa un maschio è arrivato fino al Parco nazionale dei Sibillini e dopo oltre quattro anni, è tornato indietro quasi fino al parco d’Abruzzo. Per usare una approssimazione grossolana, le femmine si espandono progressivamente a macchia d’olio mentre i maschi a macchia di leopardo, due strategie diverse ma evolutivamente funzionali in una popolazione sana, meno in piccole popolazioni residuali. Per aiutare l’orso ad espandersi in tutta sicurezza è quindi necessario mantenere idonee e sicure diverse aree di connessione tra il parco d’Abruzzo e le altre aree potenziali dell’Appennino centrale. Se la diagnosi è semplice e chiara, la cura è difficilissima. Il territorio esterno al parco è sotto l’autorità principale dei governi regionali che, nonostante le dichiarazioni ufficiali, sembrano fare a gara per inventare tutti i modi possibili per evitare di fare qualcosa in favore dell’orso: progetti di comprensori sciistici (senza neve!), strade, seggiovie e ancora tanti altri interventi di “sviluppo della montagna”. Ci sono anche altre competenze settoriali oltre alle regioni ma meno importanti. Di fatto, tutti pensano che la conservazione dell’orso marsicano sia una responsabilità solo in capo al parco d’Abruzzo e che la specie sia salva entro i suoi confini ma la realtà è che il disinteresse o l’incapacità, soprattutto di Regioni e Provincie, sta dettando il futuro a medio termine di questa specie.