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Biodiversità

Quanto poco conosciamo gli abissi oceanici

© Alessandro Rota
© Alessandro Rota 

Conosciamo appena lo 0,001% dei fondali marini profondi, e in maniera tutt’altro che omogenea. Su Science Advances, l’appello di alcuni scienziati a fare di più per conoscere un ecosistema cui dobbiamo molto

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I fondali marini sono e rimangono ignoti: li studiamo ma troppo poco, e quelli che abbiamo studiato si trovano più o meno sempre nelle stesse zone, mappate grazie alle iniziative di pochi paesi. La conseguenza è che non conosciamo affatto i fondali marini profondi, ovvero quelli che si trovano a 200 metri e più di profondità. Non ne abbiamo osservati infatti che appena lo 0.001%, e questo buco di conoscenza rischia di mettere a rischio tutti gli sforzi di conservazione necessari.

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A raccontare tutto questo, presentando i dati di una estesa analisi di tutte le attività di mappatura dei fondali marini profondi, è stato il lavoro guidato da Katy Croff Bell dell’Ocean Discovery League e National Geographic Explorer.

Queste aree, quelle del mare profondo, rappresentano circa i due terzi di tutto il nostro pianeta e sono cruciali per la vita, in modi diversi: servono a regolare il clima, per la produzione di ossigeno, cibo e medicinali, ricordano gli autori dalle pagine di Science Advances. Ma se da un lato sappiamo quanto è prezioso questo (enorme) pezzo di Terra, di fatto non lo conosciamo e non conoscerlo equivale a non proteggerlo. "Abbiamo bisogno di una comprensione molto più approfondita degli ecosistemi e dei processi degli abissi oceanici per prendere decisioni informate sulla conservazione e gestione delle risorse", ha commentato Croff Bell in una nota, illustrando i dati del proprio lavoro.

Dallo studio che ha guidato, il principale dato, quello più eclatante, riguarda infatti la scarsissima mappatura - intesa proprio come copertura di immagini - dei fondali marini profondi. Emerge dall’analisi di oltre 43 mila immersioni, effettuate sin dalla fine degli anni Cinquanta e fino allo scorso anno. Secondo i loro calcoli, durante queste spedizioni sono stati osservati tra i 2000 e 4000 km quadrati di fondali profondi, ovvero tra lo 0.0006% e lo 0.0001%. Una percentuale irrisoria, che tale rimane, anche ammettendo che si tratti di una sottostima che non abbia tenuto conto di missioni non registrate o rese pubbliche (come quelle di aziende petrolifere e di telecomunicazioni), ammettono gli esperti.

© Alexis Rosenfeld
© Alexis Rosenfeld 

Ma non c’è solo questo: quasi tutte queste attività di mappatura sono avvenute lungo le coste dell’America Centrale, del Giappone, della Nuova Zelanda e, in misura minore, del Mediterraneo. Stati Uniti, Giappone, Nuova Zelanda, insieme a Francia e Germania rappresentano inoltre la quasi totalità dei paesi a capo delle spedizioni. A questo si aggiunge il fatto che a fronte di un aumento nel numero di immersioni, nel tempo queste sono state sempre meno in profondità. Il bilancio complessivo è che conosciamo pochissimo e solo di alcune aree, solo per una piccola parte in alto mare.

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“Mentre affrontiamo minacce sempre più crescenti per le profondità oceaniche, dai cambiamenti climatici al potenziale sfruttamento minerario e delle risorse, questa esplorazione così limitata di una regione così vasta diventa un problema importante tanto per la scienza che per la politica”, ha concluso l’esploratrice. La speranza, e l’appello, è a una più ampia conoscenza di quello che si cela là sotto, magari approfittando di tecnologie sempre più maneggevoli e a basso costo e che si spingano verso le zone meno note, in un mare comunque ancora completamente ignoto, concludono gli autori.