Ancora un fallimento nella tutela dell’ambiente e della salute umana: l’ennesimo tentativo di raggiungere un accordo internazionale sulla produzione e lo smaltimento della plastica è naufragato a Ginevra nelle prime ore del 15 agosto. Nonostante i tempi supplementari (la conferenza convocata dall’Onu sarebbe dovuta terminare entro giovedì) i 180 Paesi partecipanti non hanno trovato una intesa. Complice anche il meccanismo di voto: il consenso, che richiede una adesione al testo da parte di tutti i partecipanti ai negoziati e che ora viene messo in discussione. Se da un lato esalta il multilateralismo, dall’altro si sta rivelando uno strumento inefficace per deliberare su emergenze incombenti. E lo sei è visto anche nelle Conferenze delle parti sul clima.
Ma a pesare sono state soprattutto le distanze tra i due principali schieramenti. Obiettivo dell’appuntamento voluto dall’Onu (il sesto in meno di tre anni), era redigere un trattato che disciplinasse alcuni punti fondamentali: la riduzione dei livelli di produzione di plastica monouso, il divieto di alcune delle sostanze chimiche più nocive presenti nella plastica, la definizione di linee guida universali per la progettazione di prodotti in plastica e la garanzia di finanziamenti per queste iniziative.
Nelle ultime ore era stata sonoramente bocciata una bozza di accordo in 31 articoli proposta dalla presidenza della conferenza. Con critiche piovute da chi voleva uno stop alla plastica ma anche da chi difende lo status quo. La Colombia, per esempio, sostenuta da Cile, Messico, Panama, Canada, Unione europea e Stati insulari del Pacifico, avevano criticato il testo perché scaricava la responsabilità sui governi nazionali e ometteva qualsiasi quadro significativo per la cooperazione internazionale. Il Kenya aveva lamentato la mancanza di impegni globali vincolanti, mentre le ong ambientaliste avevano criticato l'assenza di restrizioni alla produzione di plastica vergine.
Divisioni e veti
Ma a pesare sono state soprattutto le distanze tra i due principali schieramenti. Obiettivo dell’appuntamento voluto dall’Onu (il sesto in meno di tre anni), era redigere un trattato che disciplinasse alcuni punti fondamentali: la riduzione dei livelli di produzione di plastica monouso, il divieto di alcune delle sostanze chimiche più nocive presenti nella plastica, la definizione di linee guida universali per la progettazione di prodotti in plastica e la garanzia di finanziamenti per queste iniziative.
Nelle ultime ore era stata sonoramente bocciata una bozza di accordo in 31 articoli proposta dalla presidenza della conferenza. Con critiche piovute da chi voleva uno stop alla plastica ma anche da chi difende lo status quo. La Colombia, per esempio, sostenuta da Cile, Messico, Panama, Canada, Unione europea e Stati insulari del Pacifico, avevano criticato il testo perché scaricava la responsabilità sui governi nazionali e ometteva qualsiasi quadro significativo per la cooperazione internazionale. Il Kenya aveva lamentato la mancanza di impegni globali vincolanti, mentre le ong ambientaliste avevano criticato l'assenza di restrizioni alla produzione di plastica vergine.
Persino le nazioni produttrici di petrolio, contrarie a tali restrizioni, si erano opposte a quella che consideravano una proposta vaga e poco mirata.
Il blocco dei Pesi produttori di petrolio
Ma a impedire un qualsiasi accordo è stato proprio il blocco dei Paesi produttori di petrolio, guidati da Arabia Saudita, Russia e Iran, e di cui fanno parte anche Kuwait, Egitto, Kazakistan e Azerbaigian. I loro delegati si sono opposti a qualsiasi misura di tagli alla produzione della plastica, proponendo che invece, per ridurre l’inquinamento, si potenzi il riciclo dei rifiuti. Sulla stessa posizione si collocano anche gli Stati Uniti. E a sorpresa anche il Brasile del presidente Lula, organizzatore della fondamentale Cop30 sul clima che si terrà a novembre, si è sfilato dal fronte di chi vorrebbe un drastico taglio alla produzione della plastica.
L’81% della produzione mondiale finisce in discarica
Il problema è che, nonostante gli sforzi degli ultimi anni, a livello globale delle 460 milioni di tonnellate di plastica prodotta ogni anno, se ne riesce a riciclare appena il 9%, mentre l’81% diventa un rifiuto a un anno dalla produzione: quasi la metà finisce nelle discariche e più di un quinto viene disperso nell’ambiente.
L’ostinazione dei petrostati (e dei loro sodali) viene spiegata dagli analisti con l’esigenza di conquistare nuovi mercati in previsione di un crollo delle vendite di greggio dovute alla crescente diffusione della mobilità elettrica. L’Arabia Saudita e molti altri Paesi produttori stanno scommettendo sulla plastica, e più in generale sull’industria petrolchimica, per compensare la futura minore richiesta di combustibili fossili.
La posizione della Ue
L’Unione europea fa parte del fronte che vorrebbe un drastico taglio della produzione. Ma rischia di predicare bene e razzolare male: nel Vecchio Continente il consumo medio annuo di plastica è di circa 150 kg a persona, più del doppio della media globale che è pari a 60 kg pro capite. E la domanda è destinata a crescere: se nel 2024 l’Europa ha usato 87 milioni di tonnellate di plastica, l’Ocse prevede che nel 2040 verrà sforato il tetto delle 101 milioni di tonnellate.
Il pressing dei Paesi che subiscono la crisi climatica
Più credibile il pressing per il taglio alla produzione esercitato da quelle nazioni che vedono i loro mari e i loro suoli sempre più inquinati dalla plastica: circa l'85% dei rifiuti marini provenienti da fonti terrestri è costituito da plastica, che rappresenta un rischio per la vita marina e la salute umana attraverso la catena alimentare. Ma c’è anche chi sta pagando, prima di altri, il costo dei cambiamenti climatici, per esempio gli Stati insulari del pacifico che rischiano di essere sommersi dall’innalzamento del mare: la produzione di plastica è responsabile di oltre il 5% delle emissioni di gas serra, stando a uno studio realizzato presso il Lawrence Berkeley National Laboratory.
Lo stallo dura ormai dal 2022, quando l’Unep (l’agenzia Onu per la protezione dell’ambiente) propose la stipula di un trattato. L’ultimo smacco nel dicembre scorso in Corea del Sud, quando i negoziati si conclusero con un nulla di fatto. Ora nella città svizzera l’appuntamento decisivo, che ha richiamato ben 234 lobbisti dell'industria chimica e dei combustibili fossili: più delle delegazioni messe insieme di tutti i 27 Stati membri della Ue più la delegazione della stessa Unione europea.