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La blatta argentina che mangia plastica, possibile alleato contro l’inquinamento

La blatta argentina che mangia plastica, possibile alleato contro l’inquinamento

Secondo uno studio recente la Blaptica dubia trasforma il polistirene in energia, come se fosse cibo

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Uno scarafaggio ci salverà dalla plastica? Secondo uno studio recente, la Blaptica dubia, meglio nota come blatta argentina è in grado di mangiare uno dei materiali plastici più resistenti alla degradazione naturale: il polistirene (o polistirolo). Nella sua forma pura è uno dei pochi polimeri quasi trasparente quanto il vetro, rigido ma piuttosto fragile, viene usato nel packaging da asporto, negli imballaggi e si presta ad usi estesi perché è leggero. Ma si rompe facilmente, trasformandosi in frammenti microscopici che finiscono nel terreno, nelle acque, nella catena alimentare. Insomma contribuisce in modo massiccio all'inquinamento globale da plastica.

Ma come si è arrivati alla blatta per ripulire la plastica? In passato diversi studi scientifici hanno posto l'attenzione sulle larve di insetti, come i vermi della farina e i bruchi della falena della cera, in grado di mangiare micro frammenti di plastica, perché possono biodegradare il polistirene attraverso il microbiota intestinale. Sebbene abbiano queste capacità, i tassi di successo – per così dire - rimangono molto bassi: tra 0,08 e 0,24 mg per individuo al giorno.

Un vero nemico della plastica, invece, potrebbe essere questa blatta di origine tropicale e diffusa ovunque nel mondo, che a differenza degli insetti citati, ha un microbioma intestinale più stabile ed una maggiore longevità che le consentono di biodegradare rapidamente anche le microplastiche. Uno studio pubblicato su Environmental Science and Ecotechnology rivela che la Blaptica dubia può divorare fino a 6 mg al giorno; dopo 42 giorni il 54,9% di quella plastica non esiste più nella sua forma originale, perché è stata “lavorata” dall'insetto con un tasso di biodegradazione di 3,3 mg di polistirene in circa 27 ore. In poco più di un giorno, quella che per l'ambiente è una minaccia viene smantellata e trasformata.

Sono diversi i motivi scoperti dai ricercatori in laboratorio, per cui la blatta è così efficiente nel divorare questo tipo di plastica. L'efficienza della blatta argentina non è dovuta a una semplice masticazione meccanica, ma a una perfetta sinergia biologica tra lo scarafaggio stesso, i microbi intestinali e gli enzimi prodotti da entrambi. Un processo che trasforma una sostanza inerte e tossica come la plastica in energia per l'insetto.Tutto ha inizio con la depolimerizzazione. Il polistirene è una catena lunghissima di molecole legate in modo estremamente solido e se un altro animale provasse a mangiarlo, la plastica uscirebbe intatta. Invece nella blatta, quando la plastica viene ingerita, l'intestino subisce una metamorfosi funzionale: i microbi capaci di aggredire il polimero si moltiplicano rapidamente, mentre lo scarafaggio accelera i propri processi metabolici che tagliano la catena, riducendone il peso molecolare del 46%.

Di solito, i batteri degradano la plastica e l'insetto si limita a espellere i residui. In questo caso, invece, lo scarafaggio partecipa attivamente tramite un processo metabolico che normalmente serve a bruciare i grassi per ottenere energia. Questa capacità rivela un aspetto affascinante dell'evoluzione nell'Antropocene, l'epoca geologica attuale, dominata dall'impatto umano, mostrando come alcuni organismi stiano imparando ad adattarsi con una certa velocità evolutiva, sfruttando i rifiuti sintetici prodotti dall'uomo come una nuova risorsa alimentare.

Nonostante l'interessante scoperta, i ricercatori restano cauti, perché si devono percorrere due tappe fondamentali prima di poter immaginare un'applicazione reale. È necessario, infatti, mappare con precisione ogni frammento molecolare derivante dalla digestione per escludere la formazione di sostanze tossiche. L'obiettivo finale è identificare gli enzimi specifici responsabili della degradazione della plastica per poterli riprodurre in laboratorio senza dover necessariamente dipendere dagli insetti.